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La presenza di Pfos resta monitorata
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18.01.22 - 05:30

A caccia di Pfos nella falda idrica. Fuori norma? Il Prà Tiro

Tracce dei composti della famiglia delle sostanze perfluoroalchiliche emerse nel 19% dei campioni nel cantone. A Chiasso si continua a investigare

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Il caso del Pozzo Prà Tiro a Chiasso è di quelli intricati. Come dire che arrivare a cause e colpevoli non sarà così semplice. Cosa ha originato l’inquinamento da Pfos, il perfluorottano sulfonato che secondo numerosi studi accrescerebbe i rischi di cancro, danni al fegato, infertilità e altre patologie? E di chi è la responsabilità alla fine dei conti? Gli interrogativi, per il momento, restano in sospeso. I due filoni d’inchiesta aperti – il primo penale, il secondo amministrativo – non sono ancora arrivati in fondo alla vicenda. Inquirenti da un lato e funzionari (del Dipartimento del territorio, Dt) dall’altro sono sempre al lavoro. Sul tavolo della procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis, che sta coordinando l’indagine, d’altro canto sono approdate quattro denunce da parte degli enti locali – in testa l’Age, l’Azienda acqua, gas ed elettricità della cittadina – e della Sezione protezione aria, acqua e suolo del Dipartimento del territorio. Dal Ministero pubblico ci giunge la conferma che gli accertamenti sono tuttora in corso e che sin qui non figura nessun indagato. Servirà un altro po’ di tempo per sbrogliare la matassa anche a chi sta conducendo le verifiche sul piano tecnico-amministrativo. Nel corso dell’anno, in ogni caso, come ci fa sapere Nicola Solcà dell’Ufficio della gestione dei rischi ambientali e del suolo del Dt, si presenteranno i risultati intermedi. Il quadro è complesso, ma di informazioni in questi mesi se ne sono raccolte diverse. Dati su cui si confida proprio per fare chiarezza su quanto accaduto nell’area del pozzo cittadino. Una fonte alla quale attinge pure il Comune di Balerna e che fa capo a un Consorzio ad hoc. Del resto, autorità e comunità hanno già pagato un prezzo salato per la contaminazione della falda. Per garantire la potabilità dell’acqua si sono dovuti issare sei silos al carbone attivo e si sono dovuti investire 1,7 milioni di franchi.

A Chiasso il solo caso problematico

A confortare oggi autorità e popolazione locali vi sono, però, due elementi: il primo restituisce la rassicurazione che la tecnologia messa in campo per arginare l’inquinamento da Pfos funziona; il secondo mostra come a livello cantonale quello chiassese oggi sia il solo caso problematico. Ad andare a caccia di uno dei prodotti chimici noti come ‘eterni’ e a tracciare una mappa della situazione ticinese è stato negli ultimi mesi il Laboratorio cantonale con una campagna mirata sulle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas). Campagna pianificata nel 2021. A finire sotto il microscopio sono stati campioni di acqua ‘greggia’, ovvero non ancora trattata per essere poi immessa nella rete e raggiungere le case dei consumatori. A fare, per contro, da cartina di tornasole per l’acqua potabile, ci rende attenti il chimico cantonale Nicola Forrer, è l’Ordinanza sull’acqua potabile e sull’acqua per piscine e docce accessibili al pubblico (Oppd), che fissa dei valori di legge per le molecole appartenenti alla famiglia delle sostanze perfluoroalchiliche, ovvero il perfluoroottanoato (Pfoa), il perfluorottano sulfonato (Pfos) e il perfluoroesano sulfonato (Pfhxs). Composti utilizzati per rendere resistenti tessuti, carta e rivestimenti per contenitori degli alimenti, per produrre pellicole fotografiche, schiume antincendio e detergenti per la casa.

Di fatto siete andati alla ricerca della sostanza ‘incriminata’. «Nel corso della consueta campagna di monitoraggio dell’acqua emunta dai pozzi di captazione ticinesi – spiega a ‘laRegione’ il direttore del laboratorio cantonale –, l’anno scorso sono stati prelevati e analizzati una settantina di campioni di acqua greggia (prima di eventuali trattamenti). Ebbene 14 su 72, pari al 19 per cento delle captazioni d’acqua sotterranea investigate, hanno esibito tracce di Pfas; e meglio nel 14 per cento delle falde abbiamo trovato perfluoroottanoato (Pfoa), nel 10 per cento dei casi perfluorottano sulfonato (Pfos) – come a Chiasso, ndr –, infine nell’8 per cento perfluoroesano sulfonato (Pfhxs)».

Un responso non trascurabile. «Va detto – precisa Forrer – che tutti i valori misurati, con una sola eccezione, sono ampiamente inferiori ai limiti di legge previsti dall’Ordinanza sull’acqua potabile e sull’acqua per piscine e docce accessibili al pubblico. Le analisi hanno evidenziato un solo caso problematico, peraltro già conosciuto, ma grazie a un impianto di trattamento a carboni attivi l’acqua distribuita in rete soddisfa pienamente i requisiti di legge».

‘Terremo d’occhio la situazione’

In ogni caso il Laboratorio continuerà a tenere la situazione sotto controllo. «A causa della loro persistenza e mobilità, fa presente il chimico cantonale, i Pfas sono considerati dei contaminanti ubiquitari e ritenuti tra i rischi chimici emergenti. Nei prossimi anni continuerà, quindi, il monitoraggio di queste sostanze nelle nostre acque. Verrà inoltre ulteriormente estesa l’analitica ad altre sostanze appartenenti alla famiglia dei Pfas, ma che al momento non sono regolate nell’Ordinanza». Per ora, d’altra parte, proprio l’Ordinanza sull’acqua potabile è il solo punto di riferimento per fissare l’asticella e capire quando una fonte o un pozzo non sono a norma. Questa famiglia di sostanze in Svizzera, come ci fa capire da parte sua Nicola Solcà, non sono ancora state codificate e regolamentate: gli esperti sono al lavoro. Mentre a livello internazionale a mettere dei paletti in merito ad alcuni composti chimici c’è la Convenzione di Stoccolma, alla quale la Confederazione ha aderito.

Al Cantone va dato atto di essersi attivato. Nel 2019, nel solco del Simposio promosso dall’Ufficio federale e dell’ambiente sulle sostanze perfluoroalchiliche, il Laboratorio cantonale ha pianificato la campagna di analisi che ha dato modo di accendere i riflettori sul Pozzo Prà Tiro e avere il polso della situazione.

Il caso nel Veneto e l’azione dell’Onu

Pfas, Pfos e affini, del resto, a dicembre hanno attirato l’attenzione anche dell’Alto commissariato dei diritti umani dell’Onu. Tant’è che il settembre prossimo a Ginevra la problematica sarà al centro di una relazione. A far scoppiare il caso e a far venire a galla – è il caso di dirlo – i guai legati alla presenza di queste sostanze nell’acqua, nel terreno e nella catena alimentare è quanto accaduto oltreconfine, nel Veneto. Caso noto anche agli esperti del Dipartimento. Nel 2013 è stato, infatti, scoperto un inquinamento da Pfas che interessa tre province, un’area di 180 chilometri quadrati e una popolazione pari quasi a quella dell’intero Ticino. Una contaminazione che ha compromesso la rete idrica e la salute delle persone. Un disastro ambientale che non solo vede a processo un gruppo di dirigenti di un’industria individuata come la prima fonte inquinante, ma che ha condotto sul posto un relatore speciale delle Nazioni Unite. Relatore che, come riporta il portale Pfas.land, ha evidenziato l’assenza di trasparenza e la poca comunicazione (anche sui rischi per la salute) verso la popolazione toccata; il che non ha permesso di prendere le necessarie precauzioni e difendersi dalla presenza di Pfas. Non a caso i cittadini si sono sollevati – in prima linea le mamme – denunciando a gran voce quanto accaduto e le conseguenze patite.

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