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19.09.22 - 19:07
Aggiornamento: 19:28

Un giallo che non sbiadisce. Nemmeno cinquantun anni dopo

Il 19 settembre 1971 lungo la strada per Monte Brè veniva ritrovato, in un sacco di iuta, il corpo di un uomo: un delitto che scioccò l’intero Ticino

a cura di Red.Web
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Keystone
Il giudice Gastone Luvini durante il dibattimento

Di acqua sotto i ponti ne è scorsa parecchia in oltre mezzo secolo. Cinquantun anni, per l’esattezza. Ma per molti ticinesi, soprattutto per quelli che la soglia del mezzo secolo l’hanno passata già da un po’, la data del 19 settembre 1971 non si dimentica facilmente. Soprattutto per gli abitanti del Locarnese, ma non solo, ritrovatisi come un fulmine a ciel sereno in una realtà a tinte color pece, quelle della cronaca nera appunto, dal clamore decisamente atipico, per quei tempi ma anche per la realtà odierna alle nostre latitudini.

All’apparenza, quello sembrava un sabato come tanti altri, una giornata di fine estate baciata dal sole, anche troppo: 32 gradi all’ombra (evidentemente, anche allora si era confrontati con temperature decisamente sopra la media). E sono con tutta probabilità proprio quelle alte temperature che portano, casualmente, al rinvenimento, in un sacco di iuta abbandonato nella scarpata a fianco di un tornante della strada che porta a Monte Brè (appena qualche metro più in là della carreggiata), il cadavere di una persona, semidecomposto. A indirizzare la polizia sul luogo del ritrovamento sono dei turisti, insospettitisi dal fetore persistente in quella zona. La pattuglia inviata sul posto non impiega molto a individuare l’origine di quel tanfo, che ricorda molto sinistramente quello di carne in decomposizione. A conferma di ciò, dal sacco lì a fianco della strada spuntano un paio di scarpe, di valore per giunta. Scatta l’allarme: sul posto arrivano in men che non si dica gli specialisti, con tanto di medico che, appunto, riporta alla luce il corpo di un uomo, in avanzato stato di decomposizione, vestito di grigio, con tanto di camicia e cravatta, con la testa incappucciata in un altro sacco, di plastica questo, chiuso con una calza da donna. Non vi è però traccia né di portafoglio, né di documenti, e al polso nessun orologio. Quelli che sembrano i contorni di un poliziesco, degno di una puntata del Tenente Colombo – che proprio in quegli anni vanno in onda oltre Atlantico – si materializzano davanti agli occhi degli esterrefatti agenti.

‘Cadavere sui Monti; morte naturale o assassinio?’, titola il Dovere nell’edizione dell’indomani, lunedì 20 settembre, un articolo nelle cronache dal Locarnese. Articolo che poi prosegue: "Il comando della Polizia cantonale di Locarno comunica: "Ieri mattina, sulla strada che da Locarno Monti porta a Brè, è stato rinvenuto il cadavere di una persona di sesso maschile, in avan­zato stato di decomposizione. Da parte della polizia sono in corso accertamenti per stabilire l’iden­tità del cadavere e le circostanze della morte". Inizialmente, nello stesso articolo, si avanza l’ipotesi che il corpo fosse quello di un ladruncolo di tappeti, il cui omicidio sarebbe da ascrivere a un regolamento di conti.

Le indagini, però, dicono altro. C’è infatti un dettaglio, peraltro macroscopico, che sfugge all’omicida (o agli omicida, visto che a quello stadio tutte le piste sono aperte di quello che, e questo appare fin da subito lampante è a tutti gli effetti un delitto) e che porta alla rapida identificazione del cadavere, una volta portato all’obitorio di Locarno: il suo nome ricamato all’interno delle mutande. Ed è quello di Egon Zylla, facoltoso germanico (nato a Mecklenburgo nel 1912) trasferitosi da qualche anno ad Ascona. Oltre a fornire un’identità alla vittima, il medico incaricato dell’autopsia fissa in 4 settimane prima la data del suo decesso. Nel ricostruire il profilo della vittima emerge il quadro di una persona che, ritrovatasi improvvisamente vedova, si fa irretire dalla vita notturna in riva al Lago Maggiore, ed è dunque (anche) lì che vertono le indagini volte a trovare movente, e soprattutto, responsabili della sua morte.

Il martedì, sempre il Dovere, riferisce di "particolari che farebbero rabbrividire anche in un film. Il corpo, in avanzato stato di putrefazione, è stato trovato dentro a un sacco: attorno al collo della vittima una corda in nylon. Gli assassini hanno probabilmente compiuto il crimine altrove, e sulla strada che porta a Brè hanno compiuto un ultimo orrendo atto gettando iI macabro involucro in una scarpata". Il medesimo giorno gli inquirenti convocano la stampa per fare il punto della situazione e fornire qualche dettaglio in più in merito al delitto, compresa l’identità della vittima. Ancora dalle cronache di allora, mercoledì 21 settembre 1971 sul Dovere si legge: "In una conferenza stampa tenuta ieri il P.P, e il commissario di pubblica sicurezza hanno dettagliatamente esposto i fatti finora accertati. La vittima è il signor Egon Zylla, 59enne, germanico, dimorante attualmente ad Ascona, dove aveva una villa. La polizia non ha ancora elementi a sufficienza per muoversi in una direzione piuttosto che in un’altra".

Il caso, ovviamente, desta parecchio clamore, e non solo nell’‘Ascona bene’. Il solo pensiero che nella nostra regione si sia consumato un delitto di tale portata scuote tutta l’opinione pubblica. E le indagini sono serrate: la pressione sugli inquirenti, chiamata a fare chiarezza su quello che appare subito un intricato mistero, è notevole. Ma la macchina investigativa si mette subito all’opera, dipanando passo dopo passo tutta la matassa e arriva a chiudere il cerchio in relativamente poco tempo.

L’inchiesta è affidata all’allora procuratore pubblico Luciano Giudici, che nel giro di una manciata di settimane ricostruisce il quadro, identificando movente, mandanti ed esecutori materiali di delitto e occultamento del cadavere. Un lavoro circostanziato, minuzioso e ricco (anche) di colpi di scena e, non da ultimo intuizioni, poi approdato sui banchi del Palazzo della Sopracenerina, dove si è celebrato il processo (presieduto dal giudice Gastone Luvini) vista la vasta eco suscitata dal caso, anche all’estero data la notorietà della vittima, e da lì nelle condanne per i responsabili.

In una recente pubblicazione ("Il processo Zylla", edizioni Armando Dadò, 2021), lo stesso Giudici ripercorre il lavoro svolto dagli investigatori in quelle settimane e la sua requisitoria, sfociati poi nell’atto d’accusa degli imputati.

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