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Uno dei luoghi di stazionamento dei taxi ad Ascona
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28.09.21 - 05:30
Aggiornamento: 10:13

Ascona: ai tassisti che protestano il Comune toglie il lavoro

Disdetta per tutti i concessionari a fine anno perché l’Ordinanza va rifatta e serve un pubblico concorso. L’avvocatessa Clemente va al CdS: “Una chiara ritorsione”

La protesta di 5 tassisti asconesi nei confronti di un collega a loro dire scorretto porta il Comune a privarli della concessione a decorrere dal 1º gennaio prossimo: una decisione che spinge il loro avvocato, Cristina Clemente, a parlare di «chiara ritorsione». E a fare ricorso al Consiglio di Stato.

I tassisti concessionari ad Ascona si erano lamentati per l’atteggiamento considerato inappropriato, e l’agire secondo loro illegale, del collega. Il Municipio, prendendone atto, si era accorto che in effetti qualcosa che non va c’è. Si tratta della “Ordinanza municipale per il servizio taxi” in vigore ad Ascona, la cui pecca originale sta nel fatto di non prevedere un concorso pubblico per l’ottenimento della concessione. Pertanto, va modificata. In attesa di quella nuova, e del concorso che dovrà essere indetto, ai cinque “riottosi” è stata intimata la disdetta. Ma l’avvocatessa Clemente non ci sta. Con un singolo ricorso al Consiglio di Stato a nome di tutti, la legale chiede l’annullamento delle disdette e, nell’attesa, la concessione dell’effetto sospensivo sulle stesse, visto che difficilmente il Servizio ricorsi riuscirà a esprimersi da qui a fine anno, privando di fatto i tassisti dei loro mezzi di sussistenza.

Le incomprensioni fra i tassisti di Ascona si trascinano da tempo. Nel mirino di 5 concessionari di tipo A è finito un collega con il quale i rapporti sono particolarmente tesi. Una prima lettera all’indirizzo del Municipio del Borgo era partita a luglio e faceva riferimento in primo luogo al fatto che il “sesto uomo” è titolare di due concessioni in due Comuni diversi (l’altro è Locarno). Quella di cui dispone per operare ad Ascona è notturna e gli permette di stazionare dalle 22 alle 6, il che spingeva i colleghi a chiedersi “se le ore di riposo regolamentari siano rispettate”. In più, i colori delle sue autovetture non sarebbero a norma e si prefigurerebbe una situazione illegale “anche perché le tariffe ad Ascona sono diverse da quelle di Locarno”.

In una seconda lettera, datata inizio agosto, v’era l’esplicita richiesta di revocare al tassista la concessione taxi notturna “perché a causa della sua presenza, per gli altri si è venuta a creare una situazione insostenibile, oltre che illegale”. Problemi si sarebbero ripetutamente verificati con l’adescamento dei clienti e la sosta in luoghi non autorizzati. Facendo riferimento all’“uso accresciuto di suolo pubblico”, l’avvocatessa Clemente sottolineava inoltre fra le righe l’esigenza di indire un concorso pubblico per l’attribuzione delle concessioni, così come stabilito da una sentenza del Tribunale federale.

Una richiesta, quest’ultima, presa per buona dal Municipio asconese. Che l’8 settembre non solo ha risposto nel merito a Clemente, ma contemporaneamente ha tolto la concessione a tutti a partire dall’inizio dell’anno prossimo (com’è suo diritto in base ai termini stabiliti dall’Ordinanza in vigore). “Effettivamente – nota il Municipio nella sua risposta all’avvocatessa – la procedura di concessione di taxi sul territorio di Ascona, pur essendo sorretta dall’Ordinanza municipale per il servizio taxi, non rispetta le condizioni di cui alla sentenza del Tf da lei segnalataci. Ciò considerato, il Municipio ha deciso di regolare la gestione delle concessioni del servizio taxi sul proprio territorio e di modificare l’Ordinanza municipale, mettendo a concorso le concessioni (che ora vengono concesse su domanda scritta di chi ottempera a determinate condizioni, ndr.)”. Il progetto di modifica, si legge ancora, “impone al Municipio di inoltrare disdetta a tutti i concessionari taxi attivi sul territorio di Ascona, per poter poi aprire, non appena cresciuta in giudicato la nuova Ordinanza, una corretta procedura di concorso in base ai requisiti di legge”. Concorso al quale – rileva «beffardamente», secondo Cristina Clemente, il Municipio – “sicuramente i suoi clienti, i quali oggi beneficiano anch’essi di una concessione senza valido e preventivo concorso, potranno senz’altro partecipare”. E beffarda, agli occhi della legale, appare anche la conclusione, in cui l’esecutivo si dice “spiacente di non aver dato seguito nel senso da lei auspicato al suo scritto”.

Chi la fa, dunque, l’aspetti, secondo l’interpretazione della legale dei cinque tassisti. Che a stretto giro di posta contro le disdette delle concessioni ha ricorso al governo. Lo ha fatto ricordando che l’intenzione, con la lettera di luglio, era “risolvere un contenzioso con un collega”. Ma prima che arrivasse la risposta – “che si è dovuto sollecitare” – tramite la Polizia comunale “gli interessati erano già stati avvertiti che avrebbero pagato care le conseguenze del loro agire”. Cosa che in effetti si sarebbe verificata, è convinta Clemente: “Dal tono beffardo della risposta che ricevette la sottoscritta, si evince che il Municipio resistente intendeva punire chi si era permesso di chiedere un suo intervento per mettere ordine nella situazione, e la punizione c’è stata, eccome!”, scrive Clemente nel suo ricorso.

Inoltre, “se è vero che il Tribunale federale ritiene che le concessioni come quella in esame non danno luogo a diritti acquisiti, è anche vero che ogni decisione dell’ente pubblico deve rispettare il principio dell’affidamento e che di conseguenza le decisioni devono fondare su un interesse pubblico prevalente a quello dell’amministrato toccato dal provvedimento, oltre che fondarsi su una base legale e rispettare il principio della proporzionalità”. Nel caso concreto, “è di meridiana evidenza che le disdette non fondano su alcun interesse pubblico prevalente, ma sono una ritorsione nei confronti dei concessionari, i quali, visti anche gli investimenti fatti, potevano in buona fede ritenere che la concessione sarebbe stata rinnovata”. Il comportamento del Municipio in quanto datore di lavoro viene dunque ritenuto “abusivo” e “non merita di essere legalmente tutelato”.

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