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Misure coercitive
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Bimbi abusati e dimenticati dallo Stato. Fatevi avanti!


L’istituto Von Mentlen di Bellinzona ricostruisce con una ricerca gli anni bui (prima del 1980) delle misure coercitive e delle violenze.


La riscossa dei ‘figli di nessuno’. Lo Stato li ha strappati a genitori ritenuti incapaci di allevarli, per poi ‘dimenticarli’ in istituti, dove molti sono stati maltrattati, abusati, calpestati nella loro identità. La loro unica colpa era essere ‘illegittimi’, orfani, figli di donne sole, povere o di etnia nomade. Misure disposte spesso senza processo né possibilità di ricorso. Questo avveniva in Svizzera, Ticino compreso, fino al 1981, quando poi la Confederazione ha rivisto e armonizzato le basi legali del collocamento in istituto.

Con molta dignità i bimbi di allora, oggi ormai nonni, hanno portato per decenni pesanti macigni, senza parlarne nemmeno in famiglia: più di 7500 vittime sono state risarcite da Berna, in Ticino oltre 160 si sono rivolte al Cantone per ricostruire le loro storie. A marzo 2018, l’allora presidente del Governo Manuele Bertoli aveva chiesto ufficialmente scusa per i gravi torti inflitti.

Di tutto ciò, fino a qualche anno fa, non c’era traccia nei libri di storia, ma ora ricercatori e università stanno investigando questa triste pagina della storia elvetica. Un doveroso cammino di verità, per scrivere anni bui di mamma Elvezia e riabilitare le persone colpite dalle misure coercitive a scopo assistenziale e dai collocamenti extrafamiliari prima del 1981. Come è già stato fatto oltralpe, anche in Ticino il settore privato inizia a dimostrare la volontà di partecipare a questo processo.

La prima (e per ora anche unica) struttura che ha deciso di fare questo passo è l’istituto Von Mentlen di Bellinzona, fondato nel 1911, che ha affidato un mandato ai ricercatori dell’Università di Ginevra. Nel libro pubblicato nel 2011 per il centenario dello storico istituto bellinzonese non si fa accenno al clima di violenza prima del 1981. «Una parte di storia che il Consiglio di fondazione ha ritenuto doveroso analizzare, per capire che cosa è successo in quegli anni, per ricostruire la nostra storia e per chiedere scusa alle vittime», ci spiega Vito Lo Russo (nella foto) direttore della struttura da 5 anni. «Oggi il Von Mentlen è un luogo sicuro per i bambini, pensavo lo fosse sempre stato. Non vogliamo chiudere gli occhi, ma metterci a nudo, analizzeremo con onestà che cosa succedeva prima del 1980».

Un assaggio è narrato nel romanzo storico ‘Il mio nome era 125’ (edizioni Ulivo) di Matteo Beltrami. Suo padre è una delle vittime di misure coercitive; dal 1954 (quando aveva 6 anni) al 1959 fu collocato all’istituto Von Mentlen. Ciò che accadeva tra quelle mura è che le famiglie venivano divise; non solo fisicamente, ma venivano proprio recisi i legami. I bambini venivano continuamente presi di mira, sia con violenza fisica che con discorsi molto avvilenti. Oltre alle violenze fisiche e agli abusi, le suore dicevano loro, si legge, che erano dei ‘bastardi’, che i genitori non c’erano più, ora erano figli dello Stato. (In realtà una madre c’era, ma era rimasta sola, una ‘ragazza madre’). Venivano annientati da un punto di vista identitario in un’età delicata e quando i genitori o i parenti tornavano al von Mentlen a rendere visita ai figli, i legami familiari erano compromessi.


I dormitori di ieri, le camere di oggi; le violenze di ieri, l’accoglienza professionale di oggi. Al Von Mentlen si riscrive il passato per chiedere scusa a chi ha subito violenze e abusi

Dai dormitori ai gruppi famiglia

I dormitori da 50 e più ragazzi, le violenze quotidiane, le suore senza alcuna formazione, la totale assenza di vigilanza da parte dell’autorità sono storia passata. Oggi il Centro educativo per minorenni ospita una cinquantina di giovani (dai 6 anni). Visitiamo col direttore Lo Russo i cinque appartamenti, ciascuno accoglie un gruppo famiglia. Dal salotto comune alla sala pranzo (vedi foto) come le camere (sia doppie sia singole) e le zone atelier… tutto insieme crea un caloroso ambiente domestico per i giovani collocati nell’istituto per ordine dell’autorità. «Per un motivo o l’altro i loro genitori non sono in grado di occuparsene o proprio non ci sono. Anche se a volte il genitore ci vede come un alleato dell’autorità, in realtà il nostro ruolo è neutrale, siamo qui per proteggere i minori». Al piano terra la cucina centrale sta chiudendo ed alcuni ragazzi stanno uscendo per andare a scuola o al lavoro. Saliamo al terzo piano, nella residenza degli ‘Scoiattoli‘, troviamo l’educatore Mattia. Per lui, un concetto è basilare: «Non prendiamo il posto dei genitori ed i ragazzi lo sanno». C’è chi resta qualche anno e poi rientra in famiglia, altri restano più a lungo. Il nuovo progetto, appena avviato, è l’appartamento ‘autogestito’ per chi è pronto per spiccare il volo.

«L’ideale sarebbe non aver bisogno di centri educativi, ma non è così», precisa Lo Russo. Chi lavora in un ambito così delicato deve avere buone antenne. Per il direttore, le violenze del passato difficilmente potrebbero ancora nascondersi tra le mura degli istituti. «Oggi tutto il personale è formato e la vigilanza cantonale biennale è davvero approfondita», conclude.

Il ricercatore

‘Abbiamo alcune storie, ne cerchiamo altre’

L’indagine è affidata al ricercatore Marco Nardone (nella foto) che lavora all’istituto di ricerche sociologiche dell’Università di Ginevra: «Cerchiamo testimonianze di chi ha vissuto il collocamento coatto». L’appello va a chi è stato al von Mentlen prima del 1981 e vuole raccontare la propria storia, con la garanzia dell’anonimato». Interessati scrivere a: Marco Nardone, Institut de recherches sociologiques, Bd. du Pont d’Arve 40, 1211 Genève; marco.nardone@unige, o chiamare allo +41787071323. «Abbiamo già raccolto alcune testimonianze, ne stiamo cercando altre», dice Nardone. Dal 2016 al 2019 è stato collaboratore scientifico della Commissione peritale indipendente (CPI) internamenti amministrativi. Ha condotto diverse interviste con chi ha subito misure coercitive in Ticino prima del 1981, svolto indagini in archivi e pubblicato vari articoli. All’Università di Ginevra dal 2019, Nardone conduce inoltre una ricerca sugli internamenti di minorenni all’allora Ospedale neuropsichiatrico cantonale di Mendrisio: «Anche in questo caso cerchiamo testimonianze di chi c’è stato prima del 1981».

La ricostruzione storica

Reclusi per il timore di venire espulsi

Il processo di ricostruzione storica e di riabilitazione delle persone colpite dalle misure coercitive a scopo assistenziale e dai collocamenti extrafamiliari prima del 1981 non si ferma. Il mandato di ricerca scientifica affidato dal Consiglio federale alla Commissione peritale indipendente (CPI) internamenti amministrativi è stato il primo passo fondamentale. Si è concluso nel 2019 con la pubblicazione di 10 volumi, incluso un rapporto finale riassuntivo. Ogni volume ha approfondito aspetti diversi: dalle basi legali alle pratiche amministrative, dai luoghi di internamento alla prospettiva delle persone internate. La ricerca fino ad ora si è concentrata sulla storia degli internamenti amministrativi e ha considerato solo marginalmente altre misure coercitive, come i collocamenti extra familiari di minorenni. In parallelo, al fine di continuare la ricostruzione storica di un fenomeno dalle mille sfaccettature, nel 2018 il Fondo nazionale per la ricerca scientifica ha avviato un Programma nazionale di ricerca (PNR 76 – Assistenza e coercizione: passato, presente e futuro”. Sono 27 i progetti in corso nelle università e nelle alte scuole specializzate; i risultati sono attesi per il 2022-2023.

La vita clandestina dei figli degli stagionali

Alcuni riguardano anche il Ticino. Uno in particolare, condotto dall’Istituto di ricerche sociologiche dell’Università di Ginevra (diretto dal prof. Sandro Cattacin, cui partecipa anche Marco Nardone) punta a ricostruire i sistemi di collocamento extrafamiliare nei cantoni Vallese e Ticino tra il 1945 e il 1981, nel periodo dell’inizio del boom economico della Svizzera, dello sviluppo e della professionalizzazione dello Stato sociale, delle trasformazioni demografiche indotte dall’immigrazione e delle crisi economiche degli anni ’70. Vengono analizzate le norme legali alla base dei collocamenti, le procedure, i diversi attori pubblici, privati e religiosi coinvolti, la tipologia di istituti esistenti e i cambiamenti avvenuti durante il periodo considerato. «Una particolarità del progetto è quella di integrare nell’analisi storica le regioni di frontiera con l’Italia, dove diversi istituti situati per esempio a Domodossola, Como o Varese ospitavano bambini e bambine di famiglie italiane impiegate in Svizzera», spiega Nardone. L’obiettivo è far luce sul fenomeno poco studiato dei figli degli italiani che lavoravano in Svizzera come stagionali. Per loro non era prevista la possibilità di ricongiungimento familiare. «Lavoravano in Svizzera ma non potevano portare con sé i figli, che talvolta venivano collocati in istituti in istituti delle zone di frontiera». Alcune famiglie sceglievano di vivere insieme in Svizzera. «Erano condannati a una vita clandestina, nascosti e reclusi per evitare il rischio di espulsione. I primi risultati di ricerca sono in fase di pubblicazione e dimostrano che le cifre dell’infanzia negata sono ben superiori a quelle conosciute finora».

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