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‘A Lugano potei giocare per nove anni ai massimi livelli’

Da giocatore ad allenatore, a macchinista e ora ‘Hall of Famer’, Fredy Lüthi ripercorre la sua carriera. ‘Mi ricordo quando Chelios arrivò a Bienne’.

‘Scendo raramente in Ticino, ma farlo è sempre un piacere’
(Ti-Press/Gianinazzi)
17 gennaio 2023
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"Fredy Lüthi olé!" L’urlo che spesso e volentieri echeggiava sotto le volte dell’allora pista della Resega per uno dei giocatori del "Grande Lugano" della fine degli anni Ottanta. Alfred "Fredy" Lüthi, nato il 31 luglio 1961 a Thun, domenica pomeriggio prima della partita di campionato tra il Lugano e il Davos è stato inserito insieme a Glen Metropolit, altra stella del club bianconero, nella Hall of Fame. Vanno così ad aggiungersi a Silvano Corti, Alfio Molina, Bernard Côté, Andy Ton e Bruno Rogger.

Maglia numero 11, nove stagioni consecutive nel Lugano tra il 1984 e il 1993. Per il Lugano ha collezionato 377 partite di campionato con all’attivo 320 punti (173 reti e 147 assist). Sei finali dei playoff giocate consecutivamente tra il 1986 e 1991, vincendo 4 titoli nazionali con il club bianconero (1986, 87, 88 e 90). Memorabile anche il suo cammino con la Nazionale di Hockey, ben 147 presenze, con la partecipazione a due Olimpiadi e sette Mondiali. Per molti dei giovani tifosi di adesso, forse è uno sconosciuto, invece per chi ha qualche primavera in più è stato uno dei migliori giocatori che hanno vestito la maglia bianconera.

Rivederlo in pista per questa sua giusta e doverosa celebrazione ha fatto sicuramente piacere. In un italiano quasi perfetto, volentieri ha scambiato quattro chiacchiere coi giornalisti. Già quando giocava, facilmente si andava da lui dopo le partite, perché era sempre molto disponibile, anche dopo le sconfitte. «Sono molto felice e contento di essere qui a Lugano – queste le sue prime parole – è un grande onore poter far parte di questa Hall of Fame del Lugano. Per tantissimi anni ho vissuto ancora a Lugano e spesso e volentieri venivo a vedere il Lugano. Ora da tre anni sono tornato ad abitare in Svizzera Interna e mi capita di raro di essere qui, ma poter scendere nuovamente in Ticino mi rende sempre molto felice».

Nel 2002 ha terminato con la sua lunga carriera, come allenatore-giocatore del Tramelan: come è cambiato l’hockey in questi ultimi venti anni? «Chiaramente ha avuto un grande sviluppo, ora è molto più veloce, con tanto coinvolgimento fisico. Quasi un altro sport quando lo si confronta all’hockey dei nostri tempi. È però sempre difficile fare questi paragoni. Sono sincero, l’hockey giocato mi manca molto. Un po’ mi spiace che adesso possono giocare insieme sei stranieri. Ai nostri tempi del grande Lugano erano due gli stranieri in pista, noi svizzeri eravamo quindi molto più responsabilizzati. Ciò ha anche fatto sì che l’hockey svizzero sia diventato uno dei migliori al mondo».

Dopo il ritiro

Finita la carriera come giocatore, Lüthi ha intrapreso quella di allenatore, ma questa non è durata a lungo: «Prima tre anni a Basilea, uno a La Chaux-de-Fonds e un anno e mezzo a Tramelan. Poi però ho visto che non era il mio mestiere, ho cambiato completamente professione, sono diventato macchinista di treni. Bisogna anche dire che oggi ci sono maggiori possibilità di rimanere nel mondo dell’hockey, quando si smette con quello giocato».

I ricordi più belli a Lugano? «Ho giocato per nove anni a Lugano, sempre giocando ai massimi livelli svizzeri, come dimostrano i diversi i titoli conquistati. Non posso qui non menzionare Geo Mantegazza e John Slettvoll, due personaggi che mi hanno portato dove ho poi potuto vincere moltissimo, un grazie speciale. Geo mi ha voluto a tutti costi a Lugano e poi John mi ha dato tanta fiducia per poter esprimermi sempre a buoni livelli».

Due parole sull’attuale situazione del Lugano: che idea ti sei fatto? «Una situazione difficile sia per il management, come pure per lo staff tecnico e la squadra. Soprattutto queste prestazioni altalenanti sono dure da accettare e non infondono fiducia alla squadra. Forse talvolta si pensa troppo e questo non aiuta. Bene che a differenza di quando giocavo io, visto che a livello giovanile si fa tanto, qualche giocatore ticinese arriva in prima squadra».

Un aneddoto particolare della tua carriera? «Mi ricordo quando la star americana della Nhl Chris Chelios (26 anni di carriera e 1’651 partite giocate) per via del lockout (stagione 94/95) giocò 3 partite con noi nel Bienne. Sul ghiaccio era incredibile, peccato che poi si infortunò. Mi ricordo che una volta vennero i giocatori del Berna a vederlo allenarsi».

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