Salute mentale

Femminicidi, tra vecchi e nuovi stereotipi

Sembra necessario dover trovare le motivazioni di un crimine efferato e poco comprensibile. Attenzione però a non cadere in giustificazioni semplicistiche

La dipendenza emotiva gioca un ruolo, ma non si sostituisce alla volontà di uccidere
(depositphotos)

Le cronache oggi sempre più frequentemente riportano episodi di violenza sulle donne: talvolta, purtroppo, si tratta di un femminicidio.

La notizia della morte di una donna per mano dell’ex-partner o del partner è sempre sconvolgente: un delitto che sembra contrario a ogni logica perché al suo autore non porta alcun vantaggio apparente e, anzi, si accompagna alla distruzione della sua vita, destinata al suicidio o al carcere.

Non esiste una semplice giustificazione

Come per ogni notizia che abbia un forte impatto emozionale, la cronista o il cronista tendono ad accompagnarla con una spiegazione: una motivazione che possa essere la causa del comportamento dell’autore.

In realtà, un gesto così estremo non può essere l’esito di un’unica causa, bensì di un complesso concorso di molti fattori connessi alla personalità dell’uomo, alle relazioni interpersonali che ha vissuto e che vive, alla cultura alla quale appartiene e, soprattutto, ai suoi principi etici.

Fino a pochi anni fa nei media la spiegazione più frequente dei femminicidi era che l’uomo fosse stato colto da un raptus.

Tale arbitraria descrizione della tragedia, quasi sempre data per scontata in assenza di qualunque previo parere psichiatrico o psicologico, finiva per emendare il crimine come esito di un discontrollo emozionale e, in quanto tale, avvenuto al di là della volontà dell’autore.

La teoria del raptus o della gelosia

La “teoria del raptus” è stata finalmente abbandonata quando è divenuto evidente che i femminicidi non avvengono ex abrupto bensì al culmine di una serie di aggressioni. E che il delitto è quasi sempre definito dal giudice e dagli psichiatri come frutto di una scelta, non di una incolpevole perdita di controllo.

È anche emerso come la tendenza dell’opinione pubblica a minimizzare le responsabilità dell’autore fosse figlia della percezione di una qualche legittimità delle “punizioni” dell’uomo sulla donna che si oppone ai suoi voleri, percezione frutto delle matrici patriarcali ancora presenti nella nostra cultura. Tali matrici possono influenzare le emozioni che suscitano in noi le violenze di cui veniamo a conoscenza, anche al di là delle nostre valutazioni razionali.

Un altro potente stereotipo associato ai femminicidi è stato la gelosia indicata come movente. Il femminicidio finiva così per essere considerato l’esito di un “troppo amore” o di un “amore malato”. Io stessa qualche anno fa contribuii alla messa al bando di questa teoria (Psicologia Contemporanea, n. 250, 2015): il termine implica nei dizionari della lingua italiana un legame di amore, fattispecie da escludersi nel caso di soppressione fisica volontaria dell’oggetto del preteso amore. La mano dell’autore di un femminicidio è evidentemente guidata non da amore ma da rancore o possessività.

Oggi leggiamo spesso nelle cronache come motivazione del femminicidio della ex-partner – che nonostante le insistenze dell’uomo aveva rifiutato di ricostituire la relazione – la dipendenza affettiva, maturata in concorso con una possessività uomo-donna di stampo patriarcale. Se tale spiegazione appare certamente meglio fondata su evidenze, il pensarla come la motivazione e la causa del delitto comporta il rischio di una distorsione.


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Simbolo di morte, non di troppo amore

La spirale perversa di dipendenza e vittimismo

La dipendenza è una patologia, come tale non imputabile a chi ne soffre. Per di più, questa patologia ha carattere relazionale, quindi inevitabilmente è generata anche dal comportamento della vittima, per quanto non colpevole. Nella fase delle aggressioni o dello stalking che solitamente precede i delitti, questa riduzione a patologia del comportamento persecutorio dell’aggressore può fuorviare le persone che, sue parenti o amiche, desiderino fare qualcosa per fermarlo prima che sia troppo tardi. Innanzitutto, se il comportamento dell’uomo è percepito come il sintomo di una patologia, esso susciterà compatimento, non quella unanime condanna morale che servirebbe a farlo riflettere su sé stesso.

Inoltre, se si pensa la dipendenza come causa del comportamento possessivo, si tenderà a percepire le insistenze o le aggressioni come sintomi di tale patologia e a ricercarne la soluzione innanzitutto in una cura: parenti e amici si sentiranno non competenti nell’aiutarlo e concentreranno i loro sforzi unicamente nel convincerlo a sottoporsi a una terapia.

Infine, qualora l’uomo percepisca la propria sofferenza come malattia, può ritenere che la donna che pure sta perseguitando dovrebbe avere pietà della sua sofferenza e acconsentire alle sue richieste di riavvicinamento.

E non è raro che, data la insistente lamentela dell’uomo, qualche amica o amico, senza sospettare le aggressioni subite dalla donna, acconsenta a riportarle le richieste del suo persecutore (di poterla incontrare o poterle parlare, per esempio), generando in lei comprensibile sconcerto. Tutto ciò può confermare, nella mente dell’uomo, la convinzione di essere vittima di un incontenibile bisogno di perseguitare la vittima, quasi che fosse incapace di controllare il proprio comportamento illegittimo. Tale capacità, invece, come dimostrano innumerevoli perizie psichiatriche, resta quasi sempre presente (ad eccezione dei rari casi in cui è annullata da gravi patologie come alcune psicosi, alcune demenze o lesioni cerebrali): le dipendenze, di qualunque genere, compromettono certamente l’autocontrollo, ma non lo annullano.

La consapevolezza dell'errore per poter cambiare

Il comportamento aggressivo possessivo, anche in presenza di una dipendenza affettiva, è il frutto di una scelta del suo autore. Dunque, quando riscontriamo una dipendenza affettiva in concomitanza con comportamenti aggressivi possessivi, tale dipendenza non può essere considerata la causa del comportamento aggressivo. Più corretto è pensarla come una concausa o come il movente, così come, per esempio, mutatis mutandis, la dipendenza dalle droghe può diventare il movente di una rapina. L’unico fattore che può considerarsi la causa delle violenze è la scelta dell’uomo di sopraffare la volontà della donna o di vendicarsi. Solo mantenendo questa consapevolezza si potrà trasmettere all’uomo una condanna assoluta del suo comportamento aggressivo, l’assenza di qualunque collusione con il suo vittimismo, la solidarietà incondizionata nei confronti della donna.

Nella nostra esperienza, se le persone significative della famiglia e della cerchia sociale dell’uomo riescono a trasmettergli in modo chiaro e univoco la loro condanna morale per i suoi vili atti, nonché l’assoluto rispetto per la scelta della donna di lasciarlo, l’uomo sarà più probabilmente indotto a percepire come controllabili le aggressioni, a vergognarsi per il proprio comportamento e a ricercare un cambiamento. Allora anche gli aiuti terapeutici o rieducativi per la dipendenza possono essere più efficaci, perché sostenuti dalla collaborazione e dalla consapevolezza dell’uomo.

La via d’uscita per l’una o l’altra parte

Nel nostro territorio la rete dei servizi di contrasto alle violenze di genere è efficiente e capillare: dai servizi dedicati, alle équipe specializzate negli ospedali cantonali e negli uffici di polizia, alle associazioni di volontariato come Ciao Table, Mai Più Sola, Mitici, Rete Donna.

Ciò non deve indurre parenti e amici di chi sia vittima o autore di violenze a delegare totalmente a tali presidi l’azione di contrasto delle aggressioni: chi meglio del fratello o dell’amico di un autore di violenze può fargli percepire lo scandalo e la condanna morale per i suoi vili gesti? Chi meglio delle amiche o della famiglia di una vittima può mantenere, spesso faticosamente, quel legame affettivo che, nel tempo, possa rappresentare un’alternativa alla relazione con l’abusante? E, per coloro che desiderano un aiuto nella ricerca della soluzione migliore per una persona parente o amica coinvolta in una violenza, i servizi sono sempre disponibili a offrire consulenze e sostegno.

Una strategia efficace di contrasto delle violenze di genere deve prevedere una sinergia tra i servizi specializzati e le persone di buona volontà che, venendo a sapere di una violenza nel proprio entourage, si attivano per contrastarla.

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