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05.02.21 - 06:00
Aggiornamento: 15:06

Quando la speculazione finanziaria picchia i grandi

Il caso GameStop ha fatto emergere le fragilità di un sistema che di solito vede i grandi capitali vincere sempre

Il caso GameStop, ovvero le manipolazioni di mercato attribuite all’agire coordinato di piccoli trader attraverso il social Reddit, continua a tenere banco tanto da attirare l’attenzione della segretaria al Tesoro degli Stati Uniti Janet Yellen, già presidente della Fed, che ha convocato per questa settimana una riunione con il vertici di Sec, l’autorità di vigilanza per i mercati finanziari statunitensi, della Federal Reserve e della Commodity future trading commission. L’obiettivo dell’incontro sarebbe quello di tentare di ristabilire l’integrità del mercato dopo la bufera che ha investito anche altre società quotate e che sarebbe costata vari miliardi di dollari agli hedge fund. Da uno di questi fondi speculativi danneggiati, il Citadel, la Yellen - secondo fonti giornalistiche americane - avrebbe ricevuto in passato circa 700 mila dollari per una serie di consulenze. Come dire che il conflitto d’interessi non è una tema solo da questa parte dell’Atlantico. A ogni modo è inverosimile che l’acquisto coordinato di titoli delle cosiddette ‘meme stocks’, azioni di società dalle prospettive economiche funeree che iniziano improvvisamente a salire contro ogni logica, sia opera di tanti piccoli Davide contro i Golia dei mercati finanziari globali. È più probabile che dietro a questo fenomeno ci siano menti più fini e capitali ben più importanti di ‘dentisti’ organizzati. 

Quello che è successo con GameStop o BlackBerry o addirittura con il tentativo di manipolazione della quotazione dell’argento riporta la memoria a un paio di decenni fa quando scoppiò la bolla della new economy. Era chiaro che molti dei titoli tecnologici quotati al Nasdaq di quel periodo fossero gonfiati e non rispettassero minimamente i fondamentali economici e nemmeno incorporassero gli utili futuri di società che per il solo fatto di essere legate al nascente Internet viaggiavano a quotazioni stellari. Una massa di piccoli risparmiatori - casalinghe, operai, impiegati e piccoli imprenditori - attratti da tanti pifferai magici che magnificavano le virtù della finanza, persero molti dei loro risparmi. Allora si disse che “è il mercato, bellezza”. Che gli eccessi o “l’esuberanza irrazionale” (Alan Greenspan dixit) si pagano e che le tensioni tra domanda e offerta sono sempre in grado di riportare a quotazioni consone alla realtà.

Eppure da oltre un decennio i mercati finanziari sono letteralmente inondati di liquidità da parte delle banche centrali. Politiche monetarie ultra espansive che stanno dopando il valore di tantissimi titoli e questo a beneficio dei soli noti squali della finanza. Proprio di quegli hedge fund speculativi che si ritengono i sovrani incontrastati del mercato. Che decidono che il debito della Grecia, per citare un esempio a caso, è insostenibile o che uno Stato possa essere spinto sull’orlo del fallimento o addirittura gettato oltre il baratro. Gli esempi in questo senso negli anni si sprecano: dal Messico all’Argentina, fino alle tigri asiatiche trasformate in docili gattini alla fine degli anni ‘90. 

Certo, è giusto invocare i principi di trasparenza del mercato finanziario. In quel luogo metafisico, lo sappiamo bene, albergano anche le nostre future rendite pensionistiche. Indignarsi e invocare limiti alla pratica della vendita allo scoperto, un sistema molto simile al rilancio nel gioco del poker, quando nel tranello o come si suol dire con il classico cerino in mano sono rimasti gli squali, ha il sapore della beffa.

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