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L'analisi
12.11.19 - 06:000

La lezione spagnola

Con Vox terzo partito in Parlamento dopo lo scrutinio di domenica, l’estrema destra si insedia in una posizione chiave sulla scena politica

Mancava solo la Spagna, ora non più. Con Vox terzo partito in Parlamento dopo lo scrutinio di domenica, l’estrema destra si insedia in una posizione chiave sulla scena politica, portatavi da una crescita straordinaria dei consensi. Benvenuti in Europa.

Non tutte le destre estreme si somigliano, naturalmente; né uguali sono le “condizioni ambientali” (ivi compresi i sistemi elettorali) che ne favoriscono l’ascesa. Ma il fatto stesso di incrementare regolarmente i consensi è l’elemento che le fa sentire parte di uno stesso movimento, al quale si aggiungono i contenuti ideologici comuni, seppure spesso sottaciuti o persino negati.
A pochi giorni dalla rimozione delle spoglie di Francisco Franco dal mausoleo de los Caídos, – con grande scandalo dei nostalgici della dittatura – il caso spagnolo aggiunge qualche conferma a questo quadro e suggerisce nuovi interrogativi. Che cosa è accaduto perché un partito che un anno fa non era rappresentato nel parlamento nazionale arrivasse in due elezioni ad esserne la terza forza? A differenza di quella che viene citata per altri casi nazionali, la ragione prevalente non sembra essere il disastro sociale determinato dalla crisi economica. Decisiva, secondo la generalità delle analisi, sarebbe piuttosto stata la questione catalana. L’acuirsi dello scontro tra indipendentisti e Stato spagnolo sarebbe stato l’humus più fertile per il manifestarsi del nazionalismo più radicale e manifestamente franchista che in Vox ha trovato l’interlocutore più attento e considerato affidabile. Può essere, infatti. E sarebbe a suo modo la dimostrazione più chiara del fallimento comune del velleitarismo indipendentista e delle chiusure delle istituzioni madrilene, a partire dalla Corona.

Ma da sola questa spiegazione non basta. Il discorso xenofobo, intollerante, machista al limite della caricatura di Santiago Abascal ha certamente colto l’occasione del risentimento per le intemperanze di Barcellona, ma soprattutto attecchisce in una ideologia alimentata dallo spirito del tempo. E lo apparenta ai tedeschi di Alternative für Deutschland, agli italiani della Lega, ai francesi del Rassemblement National, ai loro omologhi danesi, olandesi, finlandesi, e in forma diversa ma per mere ragioni storiche ai compari saldamente insediati al governo da Varsavia a Budapest.

Discorso che trova ascolto ben oltre il (non così) ristretto ambito del proprio elettorato. Un indizio preciso in questo senso è lo spostamento a destra dei programmi del Partito popolare (dove non è mai mancata ‘comprensione’ per i franchisti) e di Ciudadanos, che ha giovato al primo e certamente non al secondo, nel tentativo di contenere l’avanzata di Vox. Come avviene nel resto d’Europa, dove le destre “liberali” o moderate si adeguano alla propaganda della destra estrema cercando appena di darle una presentabilità. Con il risultato di rafforzarla, spesso a proprie spese, oltre a quello di preparare il proprio elettorato di bocca buona alla formazione di maggioranze comuni.

Certo, volendo individuare nel resto dello spettro politico le forze capaci di arginare la crescita dell’estrema destra, le difficoltà sono scoraggianti. La mancanza di contenuti che affligge la sinistra, o quella parte che ancora si dice tale, associata a una dissennata interpretazione della politica come “tecnica” di comunicazione e di formazione di consenso, assegnano all’estrema destra un vantaggio formidabile. Ultimo ad avere ricevuto la lezione è Pedro Sánchez. Chi sarà il primo a capirla ?

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