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L'analisi
23.07.18 - 06:000
Aggiornamento 07:19

Uno Stato solo ebraico

“Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro, gli arabi, cosa c’entravano? Essi vedono solo una cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?”.

“Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro, gli arabi, cosa c’entravano? Essi vedono solo una cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?”. E ancora: “I villaggi ebraici sono stati costruiti al posto dei villaggi arabi. Voi non li conoscete nemmeno i nomi di questi villaggi arabi, e io non vi biasimo perché i libri di geografia non esistono più. Non soltanto non esistono i libri, ma anche i villaggi arabi non ci sono più”.

Sono due ammissioni attribuite a Ben Gurion, che dicono bene come la consapevolezza e lo spirito laico fossero quantomeno presenti fra i padri fondatori di Israele, nonostante la loro determinazione nel realizzare il progetto sionista. Val la pena di ricordarlo agli improvvisati cantori che di recente, complice l’aria sovranista che tira a livello internazionale, hanno scoperto tutti i “diritti”, anche solo presunti, del governo di Gerusalemme, letteralmente asfaltando qualsiasi riflessione di tipo storica.

Così è anche per la legge che, dopo diversi anni di polemiche, e con un voto parlamentare non proprio plebiscitario, trasforma Israele nello “Stato degli ebrei”. E se non fosse stato per la radicale opposizione in particolare del presidente Reuven Rivli – anch’egli proveniente dallo schieramento della destra Likud – la norma avrebbe assunto contorni ancora più inquietanti, perché ancorata alla preminenza delle fonti ebraiche nella giurisprudenza. Una deriva. Come una qualsiasi Repubblica islamica, che si ritiene legittimata non dalla democrazia ma dalla Sharia.

Certo, nella pratica la svolta legislativa non fa che codificare la realtà consolidatasi in settant’anni. La formalizza, la ufficializza, e ammette che il 20 per cento della popolazione di Israele, formata da palestinesi che nella guerra del 1948 decisero di non lasciare le proprie case o non furono cacciati dai loro villaggi, sono considerati e trattati come cittadini di seconda categoria, più che altro tollerati. Fra l’altro esclusi dal servizio militare poiché considerati inaffidabili, destinatari di aiuti pubblici meno generosi, e ora con la loro lingua declassata visto che all’arabo viene riconosciuto unicamente uno statuto speciale. Addirittura, nella versione più radicale e fortunatamente emendata vi era anche la possibilità di escludere i non ebrei da città e villaggi (“comunità”) che avessero optato per questa forma di palese apartheid.
Rimane invece nel testo il diritto e l’esaltazione di nuovi “insediamenti ebraici”. E si capisce bene quello che ciò può significare per il governo nazional-religioso di Netanyahu, che nella sua componente più fondamentalista e maggioritaria considera definitivamente acquisiti i territori occupati da oltre mezzo secolo, intensifica la colonizzazione della Cisgiordania, esclude la “soluzione dei due Stati”. Grazie alla luna di miele con Trump e con l’Arabia Saudita (in funzione anti-iraniana), Israele compie così un passo ulteriore verso la possibile catastrofe. Illudendosi che la politica dei fatti compiuti, e della forza, sia l’eterna garanzia della propria sicurezza.

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