laR+ COSÌ SU DUE PIEDI

L’Emilia-Romagna salvata dai giovani

Descritti come ‘sdraiati’ da molti vecchi barbogi che si son presi tutto, sono invece loro a spalare, a migliaia, il fango dell’alluvione

In sintesi:
  • Coperti di fango dalla testa ai piedi, spalano, sgomberano, si danno da fare nell’Emilia-Romagna colpita dal maltempo e dalle esondazioni
  • Una bella lezione per certi tromboni che nei “giovani d’oggi" vedono solo una massa d'indolenti e svogliati
(Keystone)
23 maggio 2023
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Coperti di fango dalla testa ai piedi, migliaia di giovani in questi giorni spalano, sgomberano, si danno da fare nell’Emilia-Romagna colpita dal maltempo e dalle esondazioni. Portano cibo, coperte, offrono abbracci, conforto e amicizia, accolgono sfoghi e pianti, nei momenti di pausa si fanno forza cantando Romagna mia. Alcuni, vivaddio, si baciano. La ricompensa per ore a imbracciare vanghe e badili è la condivisione degli sforzi, della stanchezza, persino dei sorrisi con perfetti sconosciuti che si danno da fare e si fidano l’uno dell’altro.

Comunità spontanee che, come si usa da quelle parti, non perdono tempo a lamentarsi, a maledire la sorte, a invocare la presenza di uno Stato puntuale solo quando esige le tasse, ma inetto, lento e sostanzialmente inutile, quando si perde nell’inestricabile garbuglio di una burocrazia demente e nelle oscene polemiche in cui prospera una classe politica di perfetti e inutili buffoni. I ragazzi, infatti, si sporcano le mani dum Romae consulitur, mentre a Roma si discute, come amaramente rifletteva Tito Livio a proposito della resistenza di Sagunto all’assedio cartaginese. In Italia, del resto, anche le tragedie sono occasioni per tenere vive le turbolenze politiche, in un perenne clima da campagna elettorale.

Ma lasciamo gli sciacalli in doppio petto alle telecamere e pensiamo con riconoscenza a questi giovani. Ci commuovono, ci inorgogliscono, dandoci, senza volerlo, una bella lezione, incuranti dei mormorii perfidi dei vecchi, che li descrivono annoiati, fannulloni, indolenti; parassiti che vivono alle spalle di genitori deboli e rassegnati; bradipi che non studiano, non lavorano, non leggono; ologrammi che consumano le loro giornate fissando uno schermo, con le dita sullo smartphone o sul telecomando, senza prendersi uno straccio di responsabilità.

Da chi proviene questa sprezzante diagnosi, allegramente smentita a suon di badilate e pernacchie? Chi si compiace di liquidarli con un odioso stereotipo? Sono i vecchi barbogi che li hanno umiliati istituzionalizzando il precariato e facendosi beffe del merito, e quindi rubando loro il futuro; sono i rivoluzionari che sognavano di cambiare il mondo gridando “Vogliamo tutto e subito”, e tutto e subito si sono presi, facendo in modo che il sol dell’avvenire riscaldasse soltanto le loro famiglie; sono i reazionari dell’ordine e del progresso, del sopire e reprimere, del sorvegliare e punire, che in ogni dubbio vedono una provocazione.

E invece ecco questa generazione perduta, priva di ambizioni e di ideali, questa irredimibile massa di “sdraiati”, mettere al servizio della comunità l’entusiasmo, le energie e il senso civico che i grandi cercano di spegnere. Forse sono quegli stessi grandi che, da giovani, nel novembre del 1966 accorsero in una Firenze alluvionata per salvare i capolavori dell’arte italiana, i dipinti, le statue, gli incunaboli che altrimenti sarebbero andati perduti.

E allora dobbiamo augurare all’Emilia-Romagna di rimettersi rapidamente in sesto, e ai giovani che la stanno salvando il talento di invecchiare, come cantava Jacques Brel, senza diventare adulti.

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