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25.08.22 - 05:30
Aggiornamento: 14:17

Era opportuno riaprire i campionati in Ucraina?

Malgrado i rischi di una guerra in corso, Kiev ha deciso che si tornasse a giocare

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C’è qualcosa di illogico e paradossale nella decisione ucraina di far riprendere i campionati di calcio proprio quando, vista la concomitanza con la Festa per l’Indipendenza – ritenuta una data di possibili attacchi da parte russa –, venivano annullate le celebrazioni ufficiali e diramati divieti di assembramento per evitare di offrire facili bersagli a un nemico che, dopo sei mesi esatti di guerra, pareva intenzionato a sferrare nuove massicce offensive.

Nel mondo, la scelta è stata salutata in generale come un messaggio di speranza, un segnale di rinascita. E proprio con queste intenzioni – hanno detto i vertici politici e sportivi a Kiev – si è voluto mandare in campo i giocatori: lo sport in questo caso è solo un pretesto per mostrare ai russi che, malgrado l’invasione e i bombardamenti, in Ucraina la vita continua più normalmente possibile. E che la tenacia di un popolo, e la sua voglia di vittoria, possono manifestarsi anche attraverso l’organizzazione di un campionato.

L’iniziativa, per quanto lodevole, presenta in realtà diversi rischi. Uno stadio, per quanto privo di spettatori sugli spalti, rappresenta comunque un obiettivo non soltanto facile, ma pure dal notevole valore simbolico. Proprio perché considerati sul piano retorico come fortezze, gli impianti sportivi – anche vuoti – sono stati presi di mira molte volte, nel corso delle guerre combattute negli ultimi centovent’anni. C’è dunque da immaginare che la prospettiva di poter attaccare uno stadio mentre i calciatori sono all’opera, per qualcuno, potrebbe rivelarsi ghiotta. Eliminare gli atleti, comunemente considerati simboli di forza e orgoglio nazionale, avrebbe un’enorme valenza, nell’ambito di un conflitto. Lo si vide molto bene, ad esempio, in occasione del brutale attentato palestinese ai danni degli atleti israeliani ai Giochi di Monaco, di cui fra una dozzina di giorni cadrà il cinquantesimo anniversario. Gli stadi di Leopoli e Kiev, certo, potranno anche essere ultraprotetti da efficaci sistemi di difesa, ma c’è da scommettere che in altre zone del Paese i campi da gioco siano molto più vulnerabili: ad esempio a Kryvyi Rih, città natale del presidente Zelensky, si giocherà a meno di 40 km dalla linea del fronte, una distanza davvero poco rassicurante.

Compito dei politici durante una guerra dovrebbe essere quello di limitare più possibile i rischi per i civili e non invece esporli ai pericoli, specie nel caso di attività non certo indispensabili come le partite di calcio. Ma, evidentemente, il tornaconto garantito da certe azzardate mosse propagandistiche – quale appare appunto la ripresa dei campionati in Ucraina nel bel mezzo del conflitto – è tale da immaginare che qualcosa o qualcuno possa anche essere sacrificato. Del resto, l’uso dello sport a fini politici non è certo una novità: in Italia, durante la Seconda guerra mondiale, i campionati di calcio andarono avanti per ben tre anni prima di essere sospesi, mentre le bombe cadevano copiose sulle città. E a non volerli fermare – senza intenzione alcuna di paragonare Zelensky al Duce – era Mussolini in persona, per dare alla gente un po’ di svago e un’illusione di spensieratezza, certo, ma anche per mostrare al mondo che lui avrebbe in ogni caso, come promesso, tirato diritto.

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