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02.08.22 - 05:25
Aggiornamento: 09:16

Neutralità non è star sopra un albero

Questo primo d’agosto, dopo stranieri e cittadini radical chic, la destra si è trovata un nuovo nemico: quelli che ‘tradiscono’ la neutralità svizzera

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(Keystone)

Ormai funziona così tutti gli anni, il Primo d’agosto. La stragrande maggioranza dei partiti e degli oratori si produce in pistolotti tanto melensi quanto innocui, "la Patria è un sentimento", "uniti si vince", "pria la morte che vivendo il servaggio". Cose così, tra Schiller e gli Sgaffy. Ci sta anche, quando sei lì che festeggi in buona compagnia e la birra inizia a innaffiare i sentimenti di fratellanza. L’eccezione viene quasi sempre dagli estremi dello spettro politico, che invece di celebrare una festosa unità inventano un nemico inesistente sul quale piantare gli spilli della retorica, come si farebbe con un pupazzetto voodoo: un anno sono gli stranieri, quello dopo le città radical chic. Questa volta (sorpresona) Udc e Lega hanno deciso di attaccare il Consiglio federale e chi, sostenendo le sanzioni contro la Russia, "svende" l’elvetica neutralità.

"Non sarebbe forse più importante che la Svizzera rimanesse neutrale e indipendente? Che non fosse parte del conflitto, ma della soluzione?", si è chiesto retoricamente Marco Chiesa. La risposta a distanza di Norman Gobbi: "Personalmente ritengo che i passi importanti compiuti dal nostro Consiglio federale in questo specifico quadro internazionale siano stati affrettati e pericolosamente in contrasto con il concetto elvetico di neutralità". Perché anche se la Svizzera si trova nel cuore dell’Europa, anche se è almeno da settant’anni che deve la sua pace e la sua prosperità all’ombrello atlantico, è bello illudersi di poter fare quel che si vuole: si invoca così la "neutralità integrale", che ci piace immaginare come un Grillmeister tutto impettito dentro la sua camiciola con gli Edelweiss, in una mano lo scudo crociato, nell’altra la pinza per girare le costine. Quella neutralità che renderebbe la Svizzera, "come la storia ci dimostra, unica e rispettata".

Peccato che "la storia" – povero ostaggio sempre torturato dalla politica – non ce lo dimostri affatto. Che ci piaccia o no, almeno a partire dagli anni Novanta il rispetto internazionale è stato guadagnato combinando i "buoni uffici" con l’adesione alle sanzioni dell’Onu e dell’Unione europea, così come prima lo si otteneva stando solidamente dalla parte americana della Guerra fredda. Quando invece ci si è intestarditi a far di testa propria, non è andata proprio benissimo: si pensi agli ultimi singulti del segreto bancario o a tutte le volte in cui – ad esempio col Sudafrica – la neutralità è stata usata come alibi per affari maleolenti.

Di fronte a oscenità come l’invasione dell’Ucraina, poi, la pretesa che la Svizzera si chiami fuori dai giochi è illusoria nel migliore dei casi, complice nel peggiore. Illusoria, perché l’idea di potersi defilare dal sistema internazionale tradisce una visione quantomeno infantile del proprio ruolo nel mondo: se chiudo gli occhi, puf, sparisce il problema. Complice, perché al netto della condanna di rito dell’invasione, è chiaro che sottrarre strumenti al contrasto della ferocia russa – strumenti che peraltro non hanno nulla a che vedere col coinvolgimento bellico – significa aiutare Putin.

Ben venga insomma un dibattito sul ruolo della Svizzera nel mondo, ma almeno partiamo dalla realtà. Magari ricordandoci che la neutralità, un po’ come la libertà per Giorgio Gaber, "non è star sopra un albero".

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