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Non tutte le strada portano a Mosca
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09.05.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:30
di Aldo Sofia

Lo ‘schiaffo’ di Putin a papa Francesco

Il ‘nyet’ dello zar a incontrare il pontefice non ha smosso di un pollice le convinzioni del pacifismo radicale e unidirezionale

Il papa fa il papa. Chiede di essere ricevuto al Cremlino per operare in favore della pace. Richiesta volutamente pubblicizzata dal Vaticano. Che però deve precisare: da Mosca, nessuna risposta. Forse incoraggiato dal patriarca e sodale Kirill – per il quale oggi "l’Occidente è l’anticristo" – Vladimir Putin tratta il capo della Chiesa cattolica anche peggio dei suoi interlocutori politici europei, a cui concede lunghi e algidi colloqui, da remoto o di persona, sistemati dall’altra parte di un tavolo lungo nove metri, ma puntualmente infruttuosi. Eppure Francesco è spesso, comprensibilmente, il punto di riferimento dei pacifisti dei nostri Paesi, anche quando non credenti. Eppure, questo pontefice ha scelto Mosca come prima tappa del suo tentativo di fermare la guerra (dopo aver rinunciato a Kiev), irritando la parte ucraina convinta (a torto? forse sì) del suo diritto di avere la priorità nell’eventuale visita papale in un Paese ridotto in macerie da un’aggressione militare di particolare violenza; eppure, il papa ha sì condannato l’invasione dell’Ucraina (giustificata con la scusa del conflitto in Donbass, "un argomento vecchio") ma non ha lesinato critiche nemmeno all’Alleanza Atlantica per la sua espansione verso Est, parlando nell’intervista al ‘Corriere della Sera’ dell’"abbaiare della Nato alle porte della Russia", innescando un’ira "che non so se sia stata provocata, ma facilitata sì". Davvero difficile chiedergli di più.

Ma il "nyet", o lo schiaffo, dello zar non ha smosso di un pollice la convinzione del pacifismo radicale e unidirezionale, più concentrato a ricordare le colpe delle nazioni ‘presunte democratiche’, soprattutto con riferimento al passato, che a elencare quelle di un Cremlino che senza scrupoli insiste sul proposito della ‘denazificazione’ dell’Ucraina. Anzi, degli ucraini, che dopo l’immancabile vittoria militare russa dovranno subire per i successivi 25 anni un processo di profonda rieducazione (secondo un piano pubblicato da Novosti, e mai smentito), essendo stati complici della politica di Zelensky, democraticamente eletto, e di quella che a guerra iniziata lo stesso Putin definì "la cricca di drogati e nazisti" che resiste a Kiev. Un altro uso ideologico della Storia.

Contro questo muro ideologico è andato a sbattere il fraterno proposito della missione pontificia. E che il volonteroso popolo pacifista insiste nel voler scalare. Giusto. Ma attenzione a non offrire a Putin, consapevolmente o no, una carta in più da giocare contro i governi occidentali, contro la consegna di armi, contro il pesante effetto boomerang delle sanzioni economiche.

Sì, il papa continuerà a fare il papa. Ma sul teatro di questa guerra sarà il leader russo a dettare i tempi, in base alle sue convenienze. Così è stato finora. Non significa rinunciare, anzi: soprattutto la diplomazia europea deve provarci, se necessario, e se possibile, distanziandosi dall’alleato americano. Mentre la Chiesa non può smentire sé stessa. Ha sempre più abbandonato il concetto di ‘guerra giusta’. Tuttavia, nel 1991, con riferimento alla tragedia nell’ex Jugoslavia, fu Wojtyla ad affermare, sul diritto all’autodifesa, "non sono un pacifista, nel senso che non voglio la pace ad ogni costo, bensì la pace nella giustizia". E nel 2014, nell’anno più sanguinario dell’Isis contro le minoranze anche cristiane, Francesco si richiamò al dovere di ‘ingerenza umanitaria’, perché "dove c’è un’aggressione, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto".

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