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04.08.21 - 05:25
Aggiornamento: 11:51

Se l’avversario più duro è dentro di te

I forfait di Simone Biles a Tokyo e l'ansia per le conferenze stampa al Roland Garros di Naomi Osaka ribaltano l'ideale dell'atleta bello fuori e forte dentro

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(Keystone)

C’era una volta l’atleta olimpico come lo racconta l’arte antica: il Discobolo immortalato nel gesto atletico, dalle proporzioni perfette, una bellezza estetica che, nella visione dell’epoca, rispecchiava di conseguenza alte qualità morali. “Tremendo per la sua forza, prestante a vedersi: valoroso non meno che bello”, diceva Pindaro del lottatore Strepsiade nel V secolo a.C. Oggi, gli psicodrammi di Simone Biles e Naomi Osaka spezzano quell’idealizzazione estrema dello sportivo come essere perfetto e quasi sovrumano, allora celebrata dai poeti, oggi sospinta dallo show business che ha inglobato in sé la Fiamma olimpica. Da una parte c’è chi fa il bello e il cattivo tempo con sponsor milionari in conferenza stampa, dall’altra chi fugge dall’ansia di trovarsi davanti microfoni e giornalisti. C’è chi, oltre ai rivali sul campo, combatte anche contro altri avversari, più subdoli, che non stanno fuori ma nei recessi più profondi della psiche: che non puoi sconfiggere con un volteggio migliore o un rovescio ben piazzato, non giocano secondo le regole e sono sempre pronti ad assestare un colpo sotto la cintura.

Una volta c’era la saudade dei calciatori brasiliani, considerata, con un misto di romanticismo e superficialità, come una nostalgia acuta del Paese natìo che, in molti casi, influenzava pesantemente la condizione mentale del giocatore e quindi le sue prestazioni sul campo: come una malattia, appunto, quella che oggi definiremmo, semplicemente, depressione. Quella, per esempio, che ha tenuto fuori dai campi di gioco per mesi la stella dell’Atalanta Josip Ilicic. La depressione, l’ansia, i “twisties” per cui Simone Biles ha rinunciato a quasi tutte le finali olimpiche fermandosi, dopo i quattro ori a Rio 2016, solo a un bronzo, sono problemi di salute, esattamente come un menisco rotto o un tendine lesionato, di cui anche uno sportivo può soffrire. Sono condizioni patologiche che ti impediscono, spesso, di fare il tuo lavoro, anche se esso è giocare a tennis o volteggiare sul tappeto elastico. C’è chi resiste alla pressione, e si esalta pure, ma anche chi, semplicemente, si ferma o fugge prima del crollo.

Ci vuole un enorme coraggio a dire ‘stop, non ce la faccio’ quando si è l’idolo della nazione e si hanno gli occhi del mondo addosso: perché è difficile fare capire al mondo là fuori che anche se non zoppichi, se non hai bende o cerotti, stai male, molto male. Ma è proprio questo il primo passo per uscirne: prendere atto della propria debolezza, senza vergogna, al di là di ogni aspettativa da parte di chi sta intorno, sia la famiglia o i fans o la nazione intera. Ammettere, per una volta, che “it’s ok not to be ok”, e arrendersi, che si tratti di restare a letto una giornata intera o di rinunciare a una finale olimpica. Pensare a se stessi, alla propria salute, e fermarsi, esattamente come quando ci si stira un muscolo o ci si sloga una caviglia: lasciare, pacificamente, che sia qualcun altro a rendere onore al motto olimpico ‘citius, altius, fortius’. Se si lotta contro un avversario più forte, che non si può sconfiggere anche dando tutti se stessi, è giusto semplicemente alzare le mani, riconoscere la sconfitta: gettare la spugna prima che arrivi il colpo più duro e inaspettato, quello che manda definitivamente K.O. Quello da cui, a volte, non ci si rialza più.

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