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23.09.20 - 06:000

La nostra scuola in presenza e presente!

A chi non interessa sapere come se l’è cavata la nostra scuola durante il lockdown?

Aspettavamo questo sondaggio. A chi non interessa sapere come se l’è cavata la nostra scuola durante il lockdown? Grazie al sondaggio-ricerca, promosso dalla Supsi per conto del Decs, disponiamo ora di un quadro oggettivo basato su dati scientifici. Ad attirare la nostra attenzione sono alcune considerazioni contenute nelle conclusioni del rapporto.

Mentre tanti di noi adulti guardano al telelavoro sperando di vedersi riconosciuti uno o due giorni la settimana nella nuova modalità, dall’indagine sui banchi emerge invece un altro desiderio: tanta voglia di scuola in presenza. Sì, perché per i nostri giovani la scuola è e rimane un imprescindibile spazio ‘di incontro, di relazioni multiple, che offre occasioni di esplorazione, di condivisione di materiali, di oggetti e di esperienze’. Ciò significa che c’è la necessità di incontrarsi in carne ed ossa anche per i nativi digitali. Giovani che già col telefonino scarico si sentono persi. Nel rapporto si sottolineano infatti due punti di forza della nostra scuola: cioè la scuola come luogo-principe per aiutare i ragazzi a sviluppare la loro autonomia, ma anche il ‘senso di appartenenza a una comunità’. Autonomia rispetto alla famiglia, che durante la pandemia sono stati costretti a frequentare (intensamente) per settimane e luogo di incontro per esperienze che non sono solo formative, ma anche preziose risultanze di scambi sociali soprattutto coi propri compagni. Col rientro a scuola in presenza, questa esigenza di incontrarsi, di fare esperienze di vita, ma pure di studio è stata molto probabilmente rivalutata. C’era anche prima, ma chi la vedeva? In fondo, grazie alla pandemia, si è tornati ad apprezzare il semplice fatto di andare fisicamente a scuola. E di apprezzare anche per il ruolo che si dava decisamente per scontato dei docenti interlocutori privilegiati (e formati!) per trasmettere sapere. Molto meglio avere dei professionisti a disposizione, che genitori magari arrugginiti o in difficoltà anche quando ce la mettevano comunque tutta per assistere i figli. Ora, ritrovato (speriamo davvero) il senso più autentico e profondo dell’insegnamento impartito dentro le aule, spetta alla scuola (accanto alle famiglie che non possono mai chiamarsi fuori) rispondere perlomeno a un paio di esigenze che il Covid ha messo sul tavolo.

E ora?

La scuola dovrà aiutare gli allievi che hanno vissuto male il lockdown a uscire dal nido ovattato della vita fra quattro mura, o (quelli delle fasce più deboli) dalle difficoltà di caotici quotidiani. Su questo fronte molto dipenderà dall’arrivo o meno di altre ondate, che potrebbero di nuovo mettere i giovani di fronte a limiti che mal si conciliano con la voglia di crescere e la legittima spensieratezza di quell’età. Altra esigenza sarà quella di continuare a sperimentare. La pandemia ci ha messo di fronte a situazioni del tutto inedite. E per taluni ha generato, soprattutto sul posto di lavoro, un’accelerazione nell’uso delle tecnologie. Volente o nolente la scuola, se vuole preparare i giovani alla vita reale e al mondo del lavoro, deve far propria anche questa (non facile) scommessa. Ardua sfida per la didattica tradizionale. Avanti tutta, forza e coraggio. La scuola non è solo amata in presenza, ma amata anche perché presente. Ovvero, grande attrice dentro la moderna società.

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