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25.04.19 - 06:300
Aggiornamento : 07:21

Un 25 aprile senza Salvini

A chi la voleva raccontare Matteo Salvini quando ha detto che il 25 aprile avrà di meglio da fare che partecipare al “derby comunisti-fascisti”?

A chi la voleva raccontare Matteo Salvini quando ha detto che il 25 aprile avrà di meglio da fare che partecipare al “derby comunisti-fascisti”? Ancora una volta, la malafede e l’ignoranza del ministro dell’Interno italiano non potevano essere espresse meglio. Del resto lavora al suo soldo un nutrito staff di esperti manipolatori della comunicazione (“armati e dotati di elmetto”, parole loro) e i risultati si vedono.

L’ignoranza storica, imbarazzante in altre circostanze, disgustosa viste quelle in cui versa l’Italia, è lampante: alla Liberazione che si celebra il 25 aprile non concorsero soltanto i comunisti. La Resistenza fu un movimento plurale, multiforme, pieno di contraddizioni – anche violentemente concorrenziali – e idealità; e la sua attribuzione a una parte politica precisa rispose semmai alle dinamiche interne e ai conflitti geopolitici del lungo dopoguerra vissuto dall’Italia. Il tentativo dei comunisti di appropriarsene o la necessità, delegata a loro, di salvaguardarne i valori, vennero solo dopo un paio di decenni nei quali l’avere aderito alla Resistenza era stato fonte di sospetto quando non marchio d’infamia. Una corposissima storiografia lo documenta e lo spiega a dovere, facendo giustizia dei tentativi di alterazione veicolata dalla pubblicistica più corriva. Ma non si può pretendere che Salvini se ne curi, o che accetti di rispondere delle scempiaggini che il cinismo gli ispira.

La sua premura è semmai quella di vellicare il revanscismo fascista che gli porta una ricca dote di voti. Perché la malafede di Salvini ha palesemente una connotazione ideologica, ma soprattutto è motivata dallo stesso opportunismo che ha dato slancio alla sua carriera. Non che questo ne diminuisca la gravità. Salvini non solo flirta con i fascisti vecchi e nuovi che oggi in Italia non fingono nemmeno più di essersi convertiti alla detestata, smidollata democrazia: li ha arruolati nelle proprie liste, li ha nominati a incarichi pubblici di responsabilità non secondarie, se li è assicurati come truppe d’assalto e se ne è fatto garante. È pur sempre il ministro che espelle i rom dai loro insediamenti abusivi, ma non i fascisti di CasaPound dagli edifici pubblici che occupano altrettanto abusivamente.

E il fastidio che manifesta ogniqualvolta gli vengano rivolte obiezioni di questa natura non fa che confermarne la fondatezza. Né vale, nel caso di un politico che ha monopolizzato tutti gli spazi informativi, correggere il tiro, chiamarsi fuori, opporre “l’autonomia della politica” alle pratiche fuorilegge dei suoi sostenitori e fiancheggiatori. Perché è il suo stesso discorso l’acqua in cui nuotano quei pesci.

La Lega di Bossi, che talvolta si fingeva solidale con il partigianato ancora in vita (e che, ahimè, riceveva i voti di una sua parte), non si sarebbe spinta a tanto. Ma è anche di quegli anni che Salvini raccoglie i frutti, della suadente pedagogia berlusconiana che riaprì spazi politici e mediatici ai residuati bellici in camicia nera e ai loro emuli, anche quelli compromessi con i sanguinosi tentativi di rovesciare lo stato democratico nei decenni successivi. Alcuni dei quali ricompaiono nelle manifestazioni dio-patria-famiglia che godono della esplicita simpatia del ministro dell’Interno.

Tutto sommato, quindi, è bene che Salvini non si faccia vedere in giro il 25 aprile: non è la sua festa. Ma – e questo, sì, è un problema – lo è sempre meno anche per un numero sempre maggiore di italiani, ammaliati dal suo dire e dal suo fare. Quelli che in un futuro 26 aprile giureranno, come avvenne “allora”, di non essere mai stati salvinisti.

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