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Ultimo aggiornamento: 25.02.2018 07:58
Commento
30.01.18 - 06:200

Prima la dignità dei lavoratori

Laddove un ramo rinsecchisce è bene tagliarlo, metafora che ben si sposa con l’attuale situazione della Six Payment Services di Bedano

Fino a qualche decennio fa ci insegnavano che laddove un ramo rinsecchisce è bene tagliarlo, così da dare nuova linfa all’albero e salvarne il frutto. Oggi la lezione, tanto cruda quanto incomprensibile, è un’altra: anche se i germogli preannunciano una primavera fiorita, è bene sradicare una pianta, seppur sana, per farne crescere altre più lontano, dove la spesa per tenerla in vita è minore e il ‘fattore’ può più facilmente arricchirsi.

Una metafora che ben si sposa con l’attuale situazione della Six Payment Services di Bedano. Società, quotata, che fornisce servizi finanziari, fra cui la gestione della Borsa svizzera, dopo l’acquisizione da Aduno delle attività di accettazione ed elaborazione di carte di pagamento, ha deciso di chiudere la sede ticinese e lasciare a casa una settantina di dipendenti.

Qualcuno giustamente penserà ai mari agitati della piazza finanziaria luganese, e internazionale, e all’impossibilità di mantenere salda la navigazione, ma si sbaglia, e di grosso. Six Group conta 4mila dipendenti e nel 2016 ha realizzato 221 milioni di utili! Aduno 75 milioni, 45 nel primo semestre 2017. Per questo l’annuncio della cancellazione della sede di Bedano (con la zurighese Oerlikon e Losanna) si trasforma per i dipendenti toccati dalla ristrutturazione in un rospo più che indigesto.

Un mal di stomaco che porta però un segnale nuovo. Il sit-in di ieri in via Argine, sostenuto dall’Associazione svizzera degli impiegati di banca e dai sindacati in corpore, ha raccolto soprattutto la solidarietà, accanto ai sindacati, di un intero territorio: Diocesi e parrocchiani, cittadini, amministratori locali, pensionati, non solo di Bedano ma anche dei comuni vicini. Un grande abbraccio al quale si sono uniti in molti, oltre alle maestranze, per rivendicare non solo un posto di lavoro, diventato precario da decenni in Ticino, ma la dignità di tutti i lavoratori.

Se la precarietà e l’incertezza sono oggi le due maggiori condizioni vissute da diverse famiglie ticinesi sul fronte dell’occupazione e del proprio futuro, il puntare il dito contro il padronato non rivendica più un mero rendiconto personale ma ‘una priorità umana’, come dovrebbe sempre essere una scrivania, un computer o una catena di montaggio. Suona, dunque, assordante il silenzio di gran parte della politica cantonale, e soprattutto di chi, spesso e volentieri, è pronto a scendere sulle barricate perché autodeputatosi a difendere ‘prima i nostri’ nella sola guerra – per il diritto di ogni persona a un lavoro – dichiarata ai frontalieri. I settanta dipendenti che rischiano a Bedano il posto di lavoro però vivono e consumano in Ticino, e con essi i loro figli. Vedersi depredati del portafoglio di clienti e abbandonati al proprio destino, senza neppure un piano sociale giusto e onesto a cui far fronte, fa male, non solo agli stessi lavoratori, ma a tutta una società (non Sa!) che nel Ticino e nella propria forza lavoro, competente e altamente professionale, dovrebbe poter continuare a credere.

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