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14.11.15 - 12:000

L’antisemitismo ha i giorni scontati

L’antisemitismo viene da lontano. È più vecchio del sionismo, della fondazione di Israele, dell’occupazione dei Territori post-1967.
L’antisemitismo si nutre da sé, come tutte le forme di razzismo (ieri una donna che indossava il niqab è stata gettata sulle rotaie della metropolitana a Londra), indipendentemente dall’oggetto del proprio odio, si potrebbe dire indipendentemente dall’esistenza stessa dell’oggetto del suo odio. Viene declinato in molte varianti: le più radicate di ispirazione confessionale sono la cristiana (non del tutto estinta nonostante il Concilio Vaticano II e l’omaggio agli “ebrei fratelli maggiori” reso da papa Wojtyla) e quella islamica, oggi predominante e viscerale; di quelle politiche, il nazismo fu l’espressione tragicamente definitiva; mentre l’antisionismo è la più ambigua.
E la singolarità dell’antisemitismo è che, diversamente dalle altre forme di razzismo, non discende dalla pretesa superiorità di chi ne è portatore (“adess gh’è scià ’l nègro”), anzi il più delle volte nasconde un complesso di inferiorità. Il che facilita – e nel discorso pubblico giustifica – l’odio che esprime: morte agli ebrei. Quegli ebrei occulti padroni del mondo; banchieri dal naso adunco; “cosmopoliti” (che ai tempi di Stalin significava un proiettile nella nuca); infanticidi rituali (come si legge ancora nella stampa governativa egiziana); nazisti, secondo il Nobel Saramago che equiparò Gaza ad Auschwitz.
Poi, certo, vi sono le occasioni forine dalla Storia a chi cerca argomenti per alzare la mano che l’odio aveva già armato. La politica dello Stato di Israele, ad esempio, quale che sia il giudizio che se ne vuol dare.
Per questo, negare oggi l’intreccio tragico tra la contingenza e la profondità storica di un sentimento di odio sarebbe malafede (seppure talvolta, e può succedere, inconsapevole): quella che spinge a giustificare il proprio abuso con l’odio di cui si è oggetto, speculare a quella di chi odia in virtù dell’abuso di cui è vittima. Seppure vittima indiretta, piuttosto per affinità ideologica o confessionale, come doveva sentirsi, ad esempio Amedy Coulibaly, lo sparatore del supermercato Kosher a Parigi, che nel 1967 non era ancora nato e mai ha vissuto sotto occupazione israeliana.
Ecco, non sappiamo ancora con certezza se l’accoltellamento della cittadino ebreo a Milano sia collocabile nella stessa cornice. Ma alcune cose è bene saperle.

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