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23.06.22 - 07:50
Aggiornamento: 19:09
di Gerardo Rigozzi

Il valore della libertà

Il valore della libertà viene posto in primo piano allorquando c’è il rischio di perderla. A seguito delle dovute limitazioni imposte dalla pandemia, e ora a causa della tracotanza di un Paese che invade uno Stato democratico e indipendente, il tema della libertà diventa oltremodo di attualità di fronte allo sfregio della dignità umana.

Diversi commentatori e uomini di Stato occidentali ritengono che la guerra in Ucraina sia una guerra di civiltà, intesa come contrapposizione fra Paesi liberi e Paesi autocratici. È uno schema, questo, piuttosto riduttivo e semplicistico, perché le ragioni sono più complesse e concernono soprattutto orientamenti geopolitici diversi e ragioni economiche distinte.

Non basta contrapporre la democrazia liberale all’autocrazia illiberale, intese come manifestazioni antitetiche di organizzazione del potere. Si addicono meglio le categorie di capitalismo democratico e capitalismo autoritario, ovvero di due forme di capitalismo presenti sia sul fronte occidentale, sia su quello orientale (in particolare in Cina), volte a cercare il profitto, la ricchezza e a soddisfare i bisogni dei cittadini. Ciò che li contraddistingue sono però le diverse impostazioni del ruolo dell’economia e dei soggetti economici. È del tutto evidente che la necessità di soddisfare i bisogni dei cittadini del mondo richieda un forte impulso della produzione di beni primari e anche secondari. Già l’economista neo-keynesiano e premio Nobel, Paul Krugman, asseriva che: "Se la democrazia liberale non riesce a garantire prosperità economica a una porzione sufficientemente ampia della popolazione per lunghi periodi, essa finisce insieme alle istituzioni finanziarie ed economiche che ha creato".

Il vero problema consiste nel sapere a quali condizioni il capitalismo democratico e il capitalismo autoritario realizzano i loro obiettivi economici. Due sono i criteri di base per distinguerli: la presenza o meno dello stato di diritto, e la caratteristica chiusa o aperta della società. Il grande filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) ritenne che il compito essenziale dello Stato è quello di assicurare la libertà di tutti: "Il diritto è il complesso delle condizioni per le quali l’arbitrio di ciascuno può coesistere coll’arbitrio degli altri, secondo una legge universale di libertà… e lo Stato è la riunione di una moltitudine di uomini sotto leggi giuridiche".

L’altro grande filosofo, Karl Popper (1902-1994), definì lo specifico della democrazia liberale nella società aperta che si fonda sulla centralità dell’individuo, sull’apertura mentale e sul confronto di opinioni diverse, in contrapposizione alla società chiusa che "assomiglia a un gregge o a una tribù per il fatto che è un’unità semi-organica i cui membri sono tenuti insieme da vincoli".

Per il capitalismo autoritario non sembrano dati i requisiti dello stato di diritto e della società aperta. La radicata mentalità di uno statalismo militare, sin dai tempi del comunismo, ha finito per permeare l’intera società russa. Addirittura gli atenei sono definiti, in un recente documento di rettori russi, dei "bastioni dello Stato". Del resto lo stesso Putin, al momento del suo insediamento nel 1999, dimostrò di avere le idee in chiaro in proposito: "Per i russi lo stato forte non è un’anomalia di cui liberarsi. Al contrario, essi lo considerano una fonte e una garanzia di ordine, l’iniziatore e la principale forza dietro ogni cambiamento".

C’è però una tendenza assai pericolosa in certi ambienti delle società occidentali a sminuire e addirittura a denigrare i valori e le azioni dell’Occidente. Nelle Università americane, inglesi e francesi, ad esempio, si è fatto e si fa tuttora il processo all’Occidente, ritenuto l’unico colpevole di tutte le sofferenze dell’umanità, mediante forme di colonialismo, imperialismo, aggressione, sfruttamento e saccheggio di risorse. Di fronte a questo spirito anti-occidentale (in parte giustificato dai numerosi errori e dalle atrocità commesse in passato), l’Occidente non si difende, ma arretra. Nel suo recente libro, dal titolo inquietante Suicidio occidentale, Federico Rampini si pone i seguenti interrogativi: pensiamo davvero che noi occidentali, bianchi e cisgender, rappresentiamo il "male" della società di oggi e di quella del passato? È vero che le basi del razzismo, del sessismo, dello schiavismo e di ogni violenza, partano solo da noi? Come non condividere la conclusione a cui giunge Rampini: "Il modello europeo muore laddove è malata la coscienza civile, il senso del dovere, il patto che lega tutti al rispetto delle stesse regole."

L’Occidente ha quindi bisogno, oltre che di politici capaci, di intellettuali onesti che ripristino il filo di Arianna del pensiero occidentale e dei valori della sua tradizione che sono: la libertà di pensiero, di associazione, di iniziativa; la concezione laica della realtà, la separazione dei poteri, la responsabilità e la tolleranza. Altrettanti valori che andrebbero ripensati alla luce delle attuali sfide, e non semplicemente elusi per convenienza, relativismo o autolesionismo, secondo la moda imperante del "politically correct".

Insomma, abbiamo bisogno dello Stato per evitare le derive della libertà; ma abbiamo bisogno della libertà per evitare gli abusi del potere dello Stato.

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