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10.01.22 - 07:25
di Ferruccio D'Ambrogio

‘Tutti per uno, uno per tutti’ e liberalismo

“Mai come oggi il comportamento individuale può determinare la vita degli altri, e viceversa” – scrive il presidente del Gc Nicola Pini su laRegione del 3 gennaio – e ancora: “Per non arrendersi a una società che tende a disgregarsi, a dividersi, a individualizzarsi è più che mai attuale il motto ‘Uno per tutti, tutti per uno’… nei nostri dialoghi, nelle nostre scelte e nelle nostre azioni, per un 2022 di libertà individuale e collettiva”. Condivido la necessità di agire uniti per affrontare e risolvere i problemi. Tuttavia vi è che l’agire di una persona non dipende solo dalla sua volontà e/o capacità, ma anche dalla sua possibilità di farlo in modo sostenibile. Infermieri, medici, addetti al pronto soccorso sul fronte da 2 anni hanno dato tutto in modo encomiabile, ma ora sono allo stremo psicofisico. Meno visibile ma altrettanto drammatico sta diventando il quotidiano di piccole realtà economiche: artigiani, ristoranti, negozi costretti a mettere mano ai risparmi, indebitarsi per continuare, oppure chiudere, come molti stanno facendo o faranno. Idem per i lavoratori in crescente difficoltà nel reperire un lavoro duraturo e/o remunerato almeno per tirare a fine mese. Omicron, ultima variante di coronavirus, obbligando migliaia di individui a tapparsi in casa, sta ulteriormente appesantendo la situazione, soprattutto per quelle famiglie (la maggioranza) costrette a condividere spazi ristretti (vedasi 3-4 persone, adulti, bimbi, giovani e/o anziani in meno di 80mq, con un solo servizio in un immobile di città), condizioni che generano dinamiche perniciose; mentre altre (la minoranza) possono disporre di maggior agio sia di locali, sia di spazio interno e/o esterno (giardino e magari la residenza secondaria). Insomma la realtà quotidiana di molti degli “uno” sta diventando – per molti lo è già – drammaticamente difficile e stressante; ai problemi di salute (Long Covid), si aggiungono quelli di accedere a un lavoro qualificante, avere un reddito sufficiente per soddisfare i bisogni primari, condizioni di lavoro nonché alloggi e ambienti salubri. Una disparità socioeconomica accresciuta in modo strisciante negli anni, che la pandemia ha proiettato in primo piano, mostrandoci i limiti del liberalismo e della coppia “democrazia e capitalismo”.

L’ennesima ondata di coronavirus – e non è finita – sta scompigliando le carte, obbligando nuovamente gli stati a intervenire (indebitandosi) per garantire la sopravvivenza nazionale, mettendo a nudo, per usare le parole di Jan Zielonka (prof presso Uni Ca’ Foscari-Venezia, nonché discepolo di Ralf Dahrendorf che fu tra l’altro primo patron dell’Internazionale liberale) “la vera portata dell’insensata trascuratezza neoliberale: tre decenni di forte crescita del settore privato a spese del settore pubblico” (leggi smantellamento di attività e/o trasferimento di compiti). I profitti sono stati di norma privatizzati mentre lo Stato si è fatto carico dei rischi. Il ruolo dello stato, del settore pubblico sta ridiventando centrale. Tuttavia, malgrado le spinte sovraniste, è impensabile, per via delle dipendenze reciproche, un ritorno alle autonomie degli stati nazionali. Come impensabile il ricorso a uno stato totalitario. Per Zielonka la soluzione sta nel realizzare “un settore pubblico capace di operare a diversi livelli territoriali, all’interno di una rete complessa”. Per attuarlo vanno restituiti al sovrano (i cittadini) quei poteri “a cui gli stessi liberali – come denunciò aspramente Dahrendorf – hanno tolto, devolvendoli sempre a istituzioni non maggioritarie come le corti costituzionali, le banche centrali e la Commissione europea”. Senza tali condizioni la via liberale “tutti per uno, uno per tutti” è illusione o mera retorica.

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