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(foto: Ti-Press)
I dibattiti
16.10.20 - 19:580

Giustizia ticinese, un'immagine poco edificante

Vi è un bisogno urgente di rinnovamento sia delle strutture sia delle modalità di funzionamento soprattutto, ma non solo, del Ministero pubblico

In questi giorni l’agire del Consiglio della Magistratura non manca di far discutere e la stessa giustizia penale ticinese offre a tutti noi un’immagine poco edificante. Quella civile e quella amministrativa, seppur con tutti i noti problemi cronici, ci risparmia per fortuna situazioni analoghe ed è giusto dargliene merito. Tornando al penale, oltre a un immediato recupero di serietà e sobrietà di comportamenti individuali, vi è un bisogno urgente di rinnovamento sia delle strutture sia delle modalità di funzionamento (soprattutto, ma non solo, del Ministero pubblico). Da troppo tempo aspettiamo riforme sempre promesse ma mai realizzate, e lo si può e deve dire senza infingimenti soprattutto all’indirizzo del Dipartimento delle Istituzioni e del suo responsabile politico. Il che è ancora più grave siccome in Ticino, negli ultimi anni, sempre più ci si è avvicinati a una modalità italica, dove l’alleanza malsana tra protagonismi giudiziari, eccessiva esposizione mediatica delle procedure, invasioni di campo e lentezza dei procedimenti, ha già, purtroppo, pregiudicato il prestigio della giustizia. Il fatto giudiziario non può diventare un genere di intrattenimento, dove vengono ritenute colpevoli persone molto prima che vi siano sentenze definitive o sul banco degli imputati finiscano gli stessi magistrati inquirenti, magari perché criticati pubblicamente dall’autorità superiore durante i dibattimenti.

Ognuno di noi dovrebbe riflettere su quanto sta accadendo e chiedersi che cosa vuol dire avere a cuore le istituzioni. Per me è chiaro: difendere lo Stato di diritto di ispirazione liberale, dove contano i fatti, non le dicerie, le analisi serie e non le simpatie. La politica è tenuta a cambiare passo, cominciando dall’elezione di venti procuratori pubblici e un procuratore generale per i prossimi dieci anni. Personalmente, esprimerò il mio voto solo dopo aver visto atti, carte, risultanze. Sceglierò, in scienza e coscienza, e così mi auguro farà ogni deputato e ogni deputata, senza condizionamenti esterni. Utile sarebbe che ognuno tenga davanti agli occhi non il destino di questa o quella persona o la sua parentela politica, per importante che tutto ciò sia, ma quello della giustizia e della sua indipendenza. Va pur detto che l’elezione dei procuratori, per quanto centrale, rappresenta solo un tassello di questo percorso di miglioramento. La giustizia abbisogna di riforme che non possono più aspettare. Se non si pensa per tempo al sistema sanitario, ci si accorge dell’errore quando si è malati, e magari è anche troppo tardi. Vale la stessa cosa per il funzionamento del sistema giudiziario: meglio pensarci prima che lamentarsi dopo. Ci sono voluti secoli, sacrifici e sofferenze per affermare il primato della legge, garantirlo tramite procedure eque e superare una cultura illiberale con radici profonde. Per capire che è la giustizia non solo la vera sede della sicurezza ma anche un fattore importante per la libertà delle persone e la competitività economica di un Paese. Una conquista merito soprattutto della cultura liberale, che ora appartiene però a tutti coloro che non sono disposti a vivere, lavorare, produrre o investire senza la garanzia della certezza del diritto. Sempre ricordando che, quando non è certo il diritto, è sicura la prepotenza, permanente l’incertezza e latente il timore.

Dunque, che il Gran Consiglio si assuma le sue responsabilità nella scelta ma che tutti concorrano a fare bene, da chi allestisce i preavvisi a chi esprime opinioni a vario titolo, partendo dallo stesso capo dipartimento. Quasi dieci anni fa, Norman Gobbi è stato eletto in Governo. Oggi stiamo ancora aspettando la riforma della polizia (il Messaggio sulla polizia unica venne ritirato da Gobbi in aula nel 2015), quella della giustizia (Giustizia 2018), ma anche quella dei Comuni (Ticino2020). Anche noi, davanti a tutto ciò, potremmo avvertire quel “ribollire della busecca” di cui ha recentemente parlato il capo del Dipartimento delle Istituzioni in relazione alla questione permessi.

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