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Una pastora palestinese tra i soldati israeliani

Alayeh Shoiabi gestisce un gregge di pecore negli stessi campi in cui si esercitano i militari di Tel Aviv. Una zona che per lei si restringe sempre più

Alayeh Shoaybi mentre porta a pascolare il suo gregge
(G. Sini)

Naser Qadous ferma l’auto sul bordo della strada, si affaccia un attimo dal finestrino: «Sembra proprio che sia chiuso – dice dispiaciuto – qui fanno i falafel più buoni della zona!». Riprende allora la guida e, uscendo dalla periferia di Ramallah, inizia a raccontare: «Una delle nostre attività più importanti, come associazione Anera, è quella in sostegno alle donne, nella prospettiva dell’inclusione sociale e dell’empowering femminile».

Siede al suo fianco Nariman Deik, coordinatrice del Women Empowerment Program di Anera; spiega che i loro progetti «sono rivolti in particolare alle donne divorziate, che sono quelle che si trovano a maggior rischio di isolamento sociale». Chiarisce infatti che «mentre per le vedove e gli orfani esistono delle forme di welfare e delle politiche di inclusione sociale da parte dell’Autorità Palestinese, per le donne divorziate, pure quando hanno dei figli o delle figlie, non esistono forme di sostegno adeguate».

Pioggia, boschi e coloni

Con un movimento regolare i tergicristalli spazzano il parabrezza. Percorriamo la strada 465 sotto una lieve pioggia. Nonostante il cielo sia cupo, brilla il verde della foresta di pini di Um Safa, in Palestina. Naser rallenta e con la testa indica verso destra «questo era un parco per la gente della zona, ci venivamo a fare i barbecue». Attraverso il finestrino vediamo scorrere fitti gli alberi che dal bordo della carreggiata risalgono l’intera altura.

«Ora è tutto chiuso – spiega Naser – per via dei coloni. Assegnano ampie aree a pochi pastori, che poi per ragioni di sicurezza vengono rese inaccessibili all’intera popolazione palestinese della zona». Tra la vegetazione si vede un recinto correre parallelo alla strada.


G. Sini
L’area intorno a Deir Ghassan, dove vive e lavora la pastora

«Abbiamo coinvolto circa 350 donne negli ultimi tre anni, 90 dall’inizio del 2023 – dice Nariman proseguendo –. Ci vengono segnalate dal Ministero palestinese per lo sviluppo sociale, le incontriamo e cerchiamo di sostenere le loro idee, i loro progetti, per farle innanzitutto riflettere sulle loro potenzialità». Così sono entrati in contatto anche con Alayeh Shoaybi, che adesso fa la pastora nel villaggio di Deir Ghassaneh «può trattarsi dello sviluppo di un’attività già esistente, come un piccolo negozio di alimentari, o l’avvio di una nuova attività, come l’allevamento di un gregge – spiega Nariman –. A ogni singolo progetto sono destinati in media circa 3’100 euro (al cambio attuale poco più di 3mila franchi), si parla di cifre importanti, per questo il progetto ha il sostegno finanziario dell’Islamic Relief».

Di fronte all’ingresso del villaggio di Nabi Saleh, appena prima del grande cartello rosso che segna l’ingresso nella Zona A, una torretta in cemento è posta a guardia dell’incrocio, sul tetto sventola la bandiera israeliana, davanti sono schierati un blindato e soldati armati di tutto punto. «La mattina si può passare – spiega Naser – ma il pomeriggio chiudono la strada con un checkpoint e gli abitanti della zona devono fare un lungo giro, per chi lavora fuori è veramente un problema».

Una famiglia, un nido

Smette di piovere quando entriamo a Deir Ghassaneh. Ci fermiamo di fronte a una casa e un uomo ci viene incontro uscendo da un piccolo negozio. Indossa una maglia a righe e agita il braccio sinistro per salutarci, con un leggero sorriso tra la barba corta e grigia sul viso scuro. Il suo nome è Kareem Shoaybi, è il marito di Alayeh. Lei sta arrivando a piedi sulla strada con il figlio, Karam. Il bambino ride e porta orgoglioso in mano un piccolo nido, trovato sotto un albero.

Sul retro della casa, in un piccolo pezzo di terra tra gli olivi, c’è un ovile. «Gli agnelli sono cresciuti, li abbiamo divisi dalle madri – spiega Alayeh indicando le due parti separate – ora sono poche, ne abbiamo vendute alcune recentemente, abbiamo molte richieste. Nei prossimi mesi faremo di nuovo crescere il gregge».


G. Sini
A pascolare insieme al marito a due passi da casa

Apre il cancello di legno e le pecore escono di corsa, a testa bassa. Si stringono per passare il muretto a secco tra cespugli di salvia e spighe di avena, risalendo la strada insieme alla pastora. Poche decine di metri più avanti ci sono due terreni di proprietà di alcuni vicini, proprio di fronte alla casa dove Alayeh abita con la sua famiglia. «Nel terreno a sinistra faccio pascolare le pecore, in quello a destra coltiviamo cereali da fieno» spiega la donna senza perdere d’occhio il gregge. «L’aiuto dei vicini è molto importante per noi – dice – siamo palestinesi, c’è una forte solidarietà all’interno della comunità».

In questo modo Alayeh non ha bisogno di portare le pecore al pascolo nei campi fuori dal paese, perché questi terreni sono più che sufficienti per un piccolo gregge come il suo.

Storie dolorose

Il sole inizia a spuntare tra le nuvole. Di fronte alla casa Kareem osserva il pascolo, con la mano sinistra dietro la schiena stringe la manica destra della maglia a righe, che è vuota. La normalità dei suoi gesti rivela la sua storia dolorosa.

Cresciuto in una famiglia di pastori, quando era un ragazzo, mentre faceva pascolare il gregge, venne colpito dalla caduta di un masso. In seguito a questo incidente gli fu amputato il braccio destro. «Mio marito mi ha aiutato molto a imparare come gestire il gregge – spiega Alayeh – è anche grazie alla sua esperienza che abbiamo iniziato».

L’idea di intraprendere questa attività, di diventare pastora, Alayeh l’ha avuta confrontandosi con lui: «Eravamo in grande difficoltà economica e mio marito a causa dell’invalidità non trovava lavoro facilmente, o comunque veniva pagato poco. Ma avevamo la casa di famiglia e un piccolo pezzo di terreno, allora ci siamo decisi. Adesso – prosegue – alleviamo le pecore, ne vendiamo alcune, e con il latte produciamo formaggio che poi vendiamo. È stato difficile all’inizio, ma sta andando bene».

Al lavoro

Alayeh inizia a radunare le pecore, è il momento di rientrare. «Iniziare questa attività è stato importante, ci ha assicurato un reddito in più e mi ha permesso di crescere i figli». Discende la strada, con il suo gregge. «E poi – dice camminando, con un grande sorriso – continuo a imparare molto, e mi piace questo lavoro».

Accompagnando Alayeh all’ovile, Naser spiega: «È importante che questi progetti acquistino autonomia, che possano sostenersi da soli e funzionare, essere davvero utili a chi li porta avanti. In questo senso Anera continua a seguire le persone sul lungo periodo con consigli e formazione».


G. Sini
Alayeh Shoaybi e suo figlio Karam.

L’associazione ha deciso recentemente di non avviare progetti di pastorizia, perché negli ultimi tempi alcune malattie del bestiame avevano reso molto difficile l’attività in questa regione. Alayeh ha saputo affrontare anche queste difficoltà: «Quando hanno iniziato nella primavera del 2021 avevamo contribuito acquistando per loro tre pecore e il necessario per avviare il percorso – spiega Naser –. Da allora hanno fatto molto. Per una famiglia come la loro, un gregge di 20 pecore è la dimensione giusta per avere delle buone entrate e dei costi di gestione contenuti». Ora ne hanno circa una dozzina. «Nei prossimi mesi – conclude Naser – dovrebbero raggiungere il numero ideale».

L’ora del tè

Sotto un vecchio olivo che sorge di lato alla casa, Alayeh serve il tè. Per chi lo desidera c’è la menta o la salvia da aggiungere nel bicchiere. «Nella mia attività – spiega la pastora – non ho problemi coi coloni. Almeno, non direttamente, perché faccio pascolare le pecore in questi terreni. Certo a pochi chilometri ci sono molti insediamenti». Questo non significa solo strade bloccate e isolamento del villaggio. «Qualche settimana fa – prosegue – sono arrivati veicoli blindati e soldati israeliani per fare esercitazioni nelle strade di Deir Ghassaneh, sono venuti anche qui su questa strada, davanti a casa nostra, non potrebbero, ma lo fanno lo stesso». Dopo un altro sorso di tè, dice Kareem, seduto accanto alla moglie: «Mio fratello è in carcere da vent’anni, sono vent’anni che non lo vedo, ecco come l’occupazione entra nelle nostre vite».

Il soldato

Al ritorno ripercorriamo la stessa strada, ora splende il sole. «Al centro del programma – spiega Nariman – ci sono le donne ma il nostro intervento va a sostegno dell’intero nucleo familiare». Le fa eco Naser: «Certo! Ad esempio abbiamo comprato l’attrezzatura da fabbro per il figlio di una delle donne che ci ha contattato. Abbiamo lavorato sull’idea di questa donna per fornire al figlio gli strumenti di lavoro con cui imparare un mestiere e avviare un’attività».

Attraversiamo la rotatoria da cui si accede alla colonia israeliana di Halamish. Mentre passiamo oltre proseguendo sulla 465, un soldato, dal suo posto di guardia in cemento, punta il suo fucile automatico sulla nostra auto come fa con tutti i mezzi che transitano su quella strada. Sembra pronto a sparare. «Perdersi o avere un guasto alla macchina in questo tratto può essere molto pericoloso», commenta Naser amaramente.

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