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07.04.22 - 05:10
Aggiornamento: 19:03

La nuova primavera della libertà di Kiev

Reportage dalle strade della città dopo la ritirata russa, tra vecchie paure e nuove speranze

di Anna Korbut da Kiev
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Keystone
Volontari mettono sacchetti di sabbia a difesa dei monumenti cittadini

Kiev non si ferma, non si è mai fermata dall’inizio di questa guerra. Soldati, medici, impiegati dei servizi pubblici, volontari: sono tutti scioccati dalle notizie di massacri e violenze che arrivano da Bucha e Irpin, ma proprio per questo si impegnano con la massima intensità nel loro lavoro, nella speranza che la vittoria si avvicini. Dopo la liberazione dei distretti occupati la gente che se n’era andata ha cominciato a tornare in città, anche se le autorità invitano a non farlo e mettono in guardia sui pericoli: mentre si ritiravano, i russi hanno minato interi quartieri; lì gli sminatori sono al lavoro e il coprifuoco è in vigore ventiquattr’ore su ventiquattro. Chi a Kiev ci è sempre rimasto continua a intrecciare reti mimetiche, cucinare, raccogliere generi di prima necessità per i combattenti. La vita pubblica è diventata più attiva, circa centocinquanta autobus e oltre trenta tram hanno iniziato a circolare, gli allarmi si sono diradati. Le auto hanno ripreso a circolare, come pure i pedoni sui marciapiedi. Ora è di nuovo possibile girare per la città in bicicletta.

Anna Kotlina è rimasta in città durante l’invasione: lavorava in un negozio di abbigliamento e souvenir – oltre a tenere workshop di decorazione – ma dal 4 marzo prepara pasti per la difesa territoriale e l’esercito: «Non avevo fatto piani per andarmene. Il 24 febbraio mi sono svegliata e ho preparato uno zaino d’emergenza, ma il giorno dopo sono andata al lavoro, dove abbiamo iniziato a raccogliere aiuti per i soldati. Poi abbiamo cominciato a cucire divise ed equipaggiamento, visto che i rifornimenti dall’estero faticano ad arrivare. Il negozio è ancora aperto, ma è semivuoto: perlopiù funge da centro di raccolta e smistamento, ad esempio di medicine verso Chernihiv. Io aiuto in magazzino, ma ho anche imparato a cucinare il pane. Praticamente vivo nel magazzino, a casa ci vado solo per il bucato».

A Kiev i servizi pubblici hanno continuato quasi sempre a funzionare: vedi passare le squadre che riparano tubature e i camion che raccolgono l’immondizia. Le bottiglie per le molotov sono allineate ordinatamente accanto ai cassonetti. Ci sono code davanti alle farmacie e ai negozi, mentre molti boicottano alcune catene internazionali che hanno deciso di non chiudere i loro punti vendita in Russia. Gli abitanti si danno una mano gli uni con gli altri, magari a far la spesa o portare a spasso il cane. «Molti continuano a lavorare da casa», nota Anna, «e passano il loro tempo con la famiglia. La guerra ci ha fatto rivalutare i nostri valori. Intanto sono giunti i cambiamenti della primavera: due settimane fa sono arrivati i merli, li si sente cantare al tramonto, la natura si risveglia mentre ci troviamo costretti a ripensare a quanto accaduto a Irpin e a Bucha. La tristezza, la rabbia e il ricordo ci spronano a impegnarci ancora più duramente per vincere».

La primavera ispira e dona forza anche ad altre persone rimaste sul posto per tutta la guerra, come l’attore Oleksandr Pecheritsya, che si è arruolato nella difesa territoriale. «In realtà», spiega, «è una cosa molto semplice: prendi un’arma e vai a difendere la tua casa, il tuo Paese, la tua famiglia. Tutti gli ucraini stanno facendo quel che possono, magari come volontari oppure occupandosi del volontariato nelle retrovie. Io ho ritenuto di non avere scelta: ho avuto paura, questo sì, ma anche quella è scomparsa non appena mi sono presentato al reclutamento. Questo è il mio contributo alla vittoria ucraina». Oleksandr dice che l’empatia e le sue doti d’attore gli tornano utili anche in guerra: c’è sempre qualcuno traumatizzato, terrorizzato, da consolare. Lui cerca le parole giuste per farlo, ripetendo che occorre vivere nell’oggi, che non si può aspettare la fine della guerra: «A volte fungo da psicologo, aiuto le persone in preda a uno choc. Queste conversazioni mi aiutano a rimanere psicologicamente stabile. Ma la guerra non finirà domani, e in qualche modo dobbiamo adeguarci a questo presente. Il momento giusto per vivere è ora». Oleksandr ha imparato a coltivare momenti di distrazione da questo conflitto: quando può studia l’inglese, scrive poesie, guarda film. Fino a qualche giorno fa i suoi turni gli consentivano solo due o tre ore di sonno al giorno. Ora è contento di potersi riposare un po’ più a lungo. E poi c’è la primavera: «Sono sempre al mio posto, non so cosa accade nel resto della città, ma vedo gli uccelli che cantano e la natura che rifiorisce, e questo Paese che mi dà nuova forza. Sono fiducioso che sopravviveremo. Sopravviveremo e vinceremo».

Oleksandr elogia il ruolo dei volontari che sostengono lo sforzo bellico: «Uno dei fattori più importanti per la nostra resistenza è proprio la presenza di truppe volontarie. È incredibile cosa può fare una nazione, e questo sforzo dimostra una cosa: forse si può distruggere il nostro Paese, ma non lo si può sconfiggere, non lo si può intimidire. Non ci arrendiamo, combatteremo fino alla fine». Quanto al sonno e alle altre privazioni, per Oleksandr anche questi sono ostacoli che si possono superare, basta saper trovare qualcosa di positivo anche in questa nuova quotidianità e pensare che quel che si sta facendo è giusto per se stessi e per la nazione: «Prima o poi anche questo passerà, e torneremo alle nostre professioni così creative. Spunteranno nuovi temi dei quali occuparsi nell’arte. Penso che dopo la guerra la vita in Ucraina migliorerà, con l’aiuto dell’Unione europea e del mondo civilizzato. Ci saranno scambi culturali, festival internazionali, rassegne cinematografiche. Ci saranno molte cose che prima della guerra non potevamo permetterci».

Le anime di coloro che lavorano qui ogni giorno sono piene di questi pensieri positivi. Ma anche di rabbia diretta al nemico e di fiducia nel fatto che i responsabili di questa guerra d’aggressione, di questo genocidio, prima o poi saranno chiamati a rispondere dei loro crimini. Intanto i fiori sbocciano a Kiev, la vita è sempre più forte della morte, la gioia della vittoria arriverà quando l’ultimo soldato russo avrà lasciato la nostra terra.

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