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‘Il vicino tranquillo’: storia di fantasmi, tormenti e catarsi

Domenica 3 settembre, per la serie nazionale ‘True crime’, passa a ‘Storie’ (Rsi) il docufiction di Fulvio Bernasconi sulla doppia vita di Tschanun

Giuseppe Cederna, il protagonista

Domenica 3 settembre, per la serie nazionale ‘True crime’, passa a ‘Storie’ (Rsi) il docufiction di Fulvio Bernasconi sulla doppia vita di Tschanun

31 agosto 2023
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Sembra un dettaglio, ma una buona scrittura alza il livello di un film come solo può fare un buon cast. Ne ‘Il vicino tranquillo’, di Fulvio Bernasconi, si ritrovano entrambi gli elementi: da una parte una sceneggiatura filante, realistica, ben congeniata (merito del regista e dell’amico e collaboratore di lungo corso Alberto Ostini); dall’altra una batteria di attori di alto livello, a partire dall’ottimo protagonista Giuseppe Cederna, già candidato al David di Donatello come attore non protagonista per ‘Hammamet’ di Gianni Amelio, e abituato a lavorare con gente come Comencini, Bellocchio e Salvatores.

Tutti questi elementi, unitamente al montaggio di Bettina Tognola e alla fotografia di Bogumil Godfrejow, fanno del docufiction una produzione di valore per la serie nazionale ‘True crime’, che passerà per ‘Storie’ domenica prossima, 3 settembre.

Aprile 1986, mattanza in ufficio

Il film, prodotto da Michael Beltrami per Ssr/Rsi con la collaborazione di Central Productions di Lugano di Sara Bühring, rielabora scampoli decisivi del vissuto di Günther Tschanun, l’uomo che nell’aprile del 1986, quando era a capo della Polizia delle costruzioni della Città di Zurigo, uccise a sangue freddo 4 collaboratori (e ne ferì un quinto) colpevoli di averlo vessato e osteggiato fino a richiederne il licenziamento. Per questo venne condannato a 17 anni in prima istanza e a 20 in seconda, che scontò solo in parte (14 anni, due terzi della pena) prima di sparire dalla circolazione e riapparire nel 2021 grazie a un’inchiesta giornalistica che svelò come dopo la liberazione Tschanun cambiò nome in Claudio Trentinaglia, si trasferì a Losone e lì visse fino al 2015, quando morì per un banale incidente in bici sull’argine della Maggia.

Proprio dal periodo losonese e dai suoi strascichi inizia il racconto di Bernasconi e Ostini, che bene si sono giocati l’asso di una scelta originale: quella di spostarsi sul piano della cosiddetta “lucida follia”, declinandola su due personalità ugualmente forti e tormentate. Una è quella di Tschanun-Trentinaglia, l’altra è quella di Marco Terzaghi, giornalista in pensione, eremita della sofferenza, incapace di affrontare un lutto straziante e dissociante. A legare i due ci sono il dolore e la morte, ma anche la poesia di un giardino ben curato: quello di Terzaghi che Trentinaglia, “il vicino tranquillo”, potava e annaffiava nascondendo il passato sotto quella stessa terra che di lui faceva emergere una grande delicatezza d’animo.

Assillato da una ricerca di senso, Terzaghi indaga lungo il labile confine fra normalità e pazzia, bene e male, mistero e conoscenza. Lo fa in un mondo popolato di fantasmi reali che in gergo giudiziario potremmo definire “informati sui fatti”: Ursula Sutter, l’assistente per la libertà vigilata che aveva seguito Tschanun in carcere e anche dopo la liberazione, mantenendo con lui un contatto pressoché quotidiano; un cronista che durante il processo aveva notato la freddezza e la totale mancanza di pentimento da parte del pluriomicida, vittima secondo lui di un contesto sociale zurighese marcato da eroina, frustrazione e ricerca del profitto; la cugina dell’assassino, che lo aveva accolto bambino e orfano di padre in Austria, nel ’45, durante la sua fuga dai russi.

E, ancora, al cospetto di Terzaghi appaiono l’amante del Günther adulto, come lui appassionata di danza sportiva, disciplina in cui Tschanun primeggiava a livello internazionale, lei innamorata di un uomo colto, raffinato, affascinante; e un collega d’ufficio sopravvissuto alla mattanza, testimone del caos prodotto da uno Tschanun sì inadeguato al ruolo, ma anche vittima di una situazione contingente con moltissime domande di costruzione per una Zurigo in crescita, e allo stesso tempo pochissimo personale con cui potervi far fronte.

Il doloroso percorso interiore di Terzaghi si sviluppa come un processo in cui accusa e difesa si attengono ai fatti. Il giudizio finale, etico e morale, è una sommatoria di strappi e fragilità che va molto oltre la sentenza giudiziaria.

Sabrina MontigliaFulvio Bernasconi

Il regista

‘Sensibilità, esperienza e un processo di ricerca’

Fulvio Bernasconi, diciamo che “Svizzera italiana” e “sceneggiatura solida e brillante” raramente possono venire associate. Per fortuna qualche volta,
come ne ‘Il vicino tranquillo’, succede. Ce lo spiega?

Da sempre sono convinto che la scrittura sia una parte molto importante del lavoro. Proprio per questo non me ne occupo mai da solo, fin dagli inizi. In questo caso abbiamo rispolverato l’antico sodalizio con Alberto Ostini, abbinando le rispettive esperienze, le sensibilità e il “savoir faire” maturati negli anni, anche in contesti diversi. La speranza è di esserci riusciti, anche per quanto riguarda il mantenimento di una tensione drammaturgica. Poi ovviamente c’è stato anche un processo di ricerca, che spesso, a torto, viene un po’ sottaciuto ma che rappresenta una parte fondamentale del lavoro.

Come e perché nasce l’espediente narrativo di raccontare Tschanun tramite Terzaghi?

L’eventualità di ripercorrere i fatti dal punto di vista di killer non ci convinceva per due motivi principali: ci sembrava difficile che gli spettatori potessero identificarsi con quello che è pur sempre un pluriomicida, ma pareva anche pretenzioso credere di poter entrare nella testa di Tschanun per cercare delle risposte a domande terribilmente complesse. Tutto perché il suo mistero non può che rimanere insondabile, anche affrontandolo per mezzo di qualcuno come Terzaghi, che ha cercato di capirlo spinto da un bisogno. Si tratta di una conseguenza della scelta di creare il personaggio del vicino, che anch’egli deve avere una sua storia e non può limitarsi a essere un puro testimone. I due, per motivi molto diversi, risultano poi estremamente vicini sul tema dell’accettazione del dolore. Lo spunto per questo accostamento è venuto dalle testimonianze di persone che devono affrontare dei lutti traumatici.

Se si può fare un appunto, è forse sul finale. Un personaggio fortemente tormentato come Terzaghi sembra trovare una salvifica catarsi già solamente accettando l’incontro con la figlia lontana.

La nostra chiave di lettura è un’altra: Terzaghi alla fine “guarisce” non tanto grazie all’arrivo della figlia, ma dopo aver raccontato la storia di Tschanun nei dettagli, forse in parte riuscendo a capirla, ma prima ancora verbalizzandola. Il tema, a me molto caro, è che la conoscenza e il racconto possono aiutarci ad affrontare, e forse a superare, il dolore.

Tornando sul set, bisogna dire che a lavorare con uno come Cederna si vince facile. Poi è vero che conta anche l’indole del regista. Nove mesi fa, dopo l’ultimo giorno di riprese, lo stesso protagonista aveva sottolineato una tua capacità: quella di capire gli attori e le loro esigenze, in particolare non lesinando sull’aspetto delle prove.

Giuseppe Cederna è naturalmente un grande attore, che per come lavora ti fa venir voglia di passare del tempo con lui: come regista ma anche come spettatore. In realtà però i suoi grandi meriti vanno condivisi con quelli di tutto il cast. Da sempre sono convinto che una buona scrittura è importante, ma le performances degli attori lo sono ancora di più. E un altro elemento è dato dal “sapere come si fa” e dalla tecnica del regista nel dirigerli. Ancora riguardo a Cederna va detto che è stato molto disponibile anche a sviluppare il suo personaggio, partecipando alla sceneggiatura. Il che lo ha certamente aiutato a “capirsi”, nel ruolo, meglio di chiunque altro.

Il produttore

‘Idea nata da un ritaglio di giornale’

Palacinema di Locarno, due Festival fa. Fra un film e l’altro Fulvio Bernasconi e Michael Beltrami discutono di cinema e di progetti da eventualmente condividere. Dal novero dei secondi Beltrami ne isola uno: «Era racchiuso in un ritaglio di giornale che avevo custodito perché mi aveva colpito – ricorda oggi –: riferiva che l’anziano morto in bici a Losone nel 2015 non era chi diceva di essere, o quantomeno non solo: Claudio Trentinaglia, come si faceva chiamare, era in realtà Günther Tschanun. Dietro c’era una storia intrigante, il soggetto era particolare e si prestava per un documentario che a sua volta sembrava “chiamare” un regista come Fulvio».

Detto, fatto. E la produzione che ne è nata «è il frutto di un’istantanea e stretta sinergia fra produttore e regista». Storia che sulle prime avrebbe appunto dovuto essere un documentario, «ma che poi, per essere raccontata, si è spostata nel territorio della fiction, supportata da ampia ricerca e materiale d’archivio, ripescando, per così dire, dal contesto di metà anni 80 a Zurigo: un periodo in cui il mobbing, che dal punto di vista di Tschanun sembra essere stato all’origine del dramma, ancora non era chiamato così e nemmeno era un reato. Da queste basi si è sviluppata la collaborazione, sfociata in una sceneggiatura nella consapevolezza (nata cammin facendo) che avremmo coinvolto uno sceneggiatore e degli attori. Il che significava naturalmente che si andava in una diversa realtà produttiva rispetto al documentario, più costosa, e ciò per me voleva dire allargare l’idea a un contesto nazionale, coinvolgendo produttori romandi e soprattutto svizzero-tedeschi, dove il “caso Tschanun” per molti continua a essere molto presente».

In corso d’opera, conclude Beltrami, «un famoso produttore svizzero tedesco si era interessato a prendere in mano la produzione per conto nostro, ma poi per una questione di tempi avevamo proseguito internamente. A conti fatti, ‘Il vicino tranquillo’ credo sia un lavoro notevole, anche se finanziariamente rimane una produzione “low budget”».