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Spettacoli
27.06.20 - 06:000

San Materno, la ‘Cruda bellezza’ della danza

Intervista a Isabel Lunkembisa, protagonista della prima attività estiva del teatro di Ascona

La danza ritorna al San Materno: sospesa la stagione artistica primaverile, il teatro asconese riparte con una proposta estiva – che per rispetto alle norme sanitarie si terrà prevalentemente all’aperto – con lezioni di yoga il lunedì mattina e il mercoledì sera, poesia e musica con Fabio Pusterla e Terry Blue sabato 4 luglio, la filosofia con Fabio Merlini giovedì 20 agosto. Ma al cuore, ovviamente, c’è la danza. E con la danza prenderà avvio questa rassegna estiva: domenica 28 giugno dalle 18 avremo prima un laboratorio di danza africana tenuto da Isabel Lunkembisa seguito dalla proiezione, nel teatro, del documentario dedicato allo spettacolo ‘Cruda bellezza’ e alla sua tournée africana (info: www.teatrosanmaterno.ch).

Isabel Lunkembisa, la serata di domenica ruota intorno a ‘Cruda bellezza’.

Sì: lo spettacolo di teatro-danza della coreografa Tiziana Arnaboldi si ispira alla mia storia, alla storia di una ragazza emigrata da un Paese in guerra, la storia del viaggio dall’Angola in Svizzera. E poi, con la tournée africana dello spettacolo, si aggiunge la storia del viaggio inverso, dalla Svizzera all’Angola: in quel viaggio ci ha seguiti il regista Mohammed Soudani e ha realizzato il documentario che presenteremo domenica. E come preparazione, la serata inizierà con un’ora di danza africana come un invito al “viaggio danzante” del documentario.

Quindi danza africana, la danza contemporanea ‘occidentale’ di Tiziana Arnaboldi, teatro, cinema… una pluralità di forme espressive.

Questa è l’arte: credo che nessun’altra attività riesca ad abbinare così le differenze. Il progetto è nato in maniera sorprendente: Tiziana Arnaboldi, come ha detto coreografa occidentale, cercava dei danzatori-attori per un progetto al quale stava lavorando e che non aveva niente a che fare con la mia storia. Io sono andata all’audizione ed ero l’unica che proponeva qualcosa di diverso, non avendo mai studiato danza contemporanea. A Tiziana è piaciuto il mio modo di muoversi, quello che raccontavo non solo con le parole ma anche con il corpo e così mi ha chiesto se volevo raccontare la mia vita. Tutto questo lavorando insieme ai danzatori, ed è stata una fusione bellissima: mi hanno aiutato moltissimo.

E poi la tournée.

Esatto: grazie a Pro Helvetia siamo riusciti a realizzare questa tournée in Sud Africa, Mozambico, Angola. Un modo per fare il viaggio all’incontrario e, senza voler far politica, per mostrare tutti gli aspetti dell’emigrazione, non solo la speranza ma anche i dolori, sperando di dare così un contributo a migliorare le cose.
Per me è stato un onore e una gioia enormi essere seguita da Mohammed Soudani, anche lui un africano venuto in Ticino: la sua sensibilità è stata una guida preziosa, è stato un ponte tra i due mondi.

È stata una tournée piena di emozioni. Ero partita da bambina, avevo circa 13 anni, e tornavo da donna. È stata un’esperienza molto intensa, per tutti noi, anche per i danzatori della compagnia che non erano mai stati in Africa. Ed è stato interessante perché la tournée è iniziata in Sud Africa, dove eravamo in un albergo di lusso, poi siamo passati in Mozambico e abbiamo iniziato a vedere la povertà… e infine in Angola, dove anni prima era iniziato il mio viaggio.

Anche un po’ di tristezza, di nostalgia, quindi.

I viaggi di ricerca non sono sempre rosa e fiori. Per me è stato liberatorio: mi ha aiutato a chiudere il cerchio della mia storia, grazie al sostegno delle persone che costituiscono la mia seconda casa.

Senza la danza sarebbe riuscita a ‘chiudere il cerchio’?

La danza mi ha aiutato molto a esprimere quello che a parole non saprei come dire. Credo che la danza in ogni suo genere permetta di scoprire le diversità, quella diversità che vediamo gli esseri umani faticano ad accettare.
Quello che voglio dire è che forse, invece di farci la guerra, dovremmo tutti imparare dall’arte, imparare a vedere la diversità come arricchimento.

Abbiamo parlato, in maniera forse un po’ generica, di danza ‘africana’ e di danza ‘occidentale’: ci sono punti di contatto?

Ha ragione: si parla di “danza africana” per semplicità, per farsi capire, ma è un termine che non andrebbe usato, o almeno non sempre: il mio stile di danza non è genericamente africano, ma bantù.
Punto in comune con la danza contemporanea credo sia la percezione del corpo, l’assenza di schemi rigidi da seguire come invece accade in altre tradizioni. La partenza è la terra, il sentire la terra che ci sostiene: questo accomuna la danza africana bantù e la danza contemporanea.

E il luogo? Funziona la danza bantù in un teatro come il San Materno?

Sì: è un teatro particolare, è un luogo che va alla ricerca del movimento, perfetto per presentare il documentario ‘Cruda bellezza’.
È un luogo che invita il pubblico alla scoperta di una cosa autentica. La prima volta che sono stata al San Materno mi sono sentita “accolta energeticamente”, un luogo magico.

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