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Certi meccanismi fanno male a tutte e tutti (Keystone)
Società
20.11.20 - 20:050

I tanti generi della discriminazione

Intervista al filosofo Lorenzo Gasparrini, sabato ospite di un incontro virtuale organizzato da Comundo e nateil14giugno

La violenza di genere ha molte facce: quella delle aggressioni fisiche, delle aggressioni verbali. Ma anche quella di piccoli gesti, pregiudizi e preconcetti che poi sono alla base degli atti di violenza: di questo si discuterà, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne in una conferenza online che si terrà sabato alle 17 organizzata da Comundo e dalla rete nateil14giugno (diretta sulle pagine Facebook @comundobellinzona e @scioperofemminista; info: sciopero@nateil14giugno.ch). Ospiti, la sociologa Graziella Priulla e il filosofo Lorenzo Gasparrini al quale abbiamo posto alcune domande.

L’incontro ha per titolo “le ombre della virilità”, capovolgendo il valore di quello che tradizionalmente è stato un concetto positivo.

Più che capovolgere, far vedere che ci sono delle ombre, che quelle caratteristiche che soprattutto agli uomini sono sempre state considerate positive hanno delle conseguenze, degli effetti sulle altre identità di genere che sono intorno a noi. Effetti che purtroppo a volte sono nocivi, negativi.

Soprattutto se si intende la virilità non in modo paritario rispetto alle altre identità, ma la migliore delle identità possibili. Più che la definizione in sé – che è comunque sempre utile rivedere e ripensare – si tratta di riflettere sugli effetti che ha il credere ciecamente in questa definizione.

Il problema quindi non è la virilità per sé.


No, il problema è la relazione con altre identità. Se immagino la virilità come qualcosa su cui le altre identità si devono regolare faccio male a qualcuno; se invece vivo la virilità come qualcosa che entra in relazione con le altre identità, e anche che si modifica, si adatta, allora non c’è nessun problema. Purtroppo molto spesso fa parte del racconto della virilità dire che è qualcosa di monolitico, immutabile. E questo fa male, e fa male anche alla persona che vive questa idea di virilità.

Parla di “identità di genere” perché la virilità, a dispetto dell’etimologia, può riguardare uomini e donne.


Certo. Le identità di genere non sono legate a questioni biologiche, al Dna, al sesso con il quale si nasce, ma sono ruoli sociali. Ruoli che apprendiamo crescendo perché la società intorno a noi ce li racconta in continuazione. Ed essendo ruoli sociali, dobbiamo essere in grado di valutarli, di chiederci se ci piacciono o non ci piacciono, se ci vanno bene o non ci vanno bene, se fanno male o bene a qualcuno.

Spesso invece li consideriamo immutabile e così, quando qualcuno o qualcuna si lamenta, pensiamo che non ci sia niente da fare. Ma non è vero e infatti nella storia sociale dell’umanità ci sono tantissimi modi di essere uomini e di essere donne. Mi rendo conto che questa fluidità possa dare un po’ fastidio: è una complessità che è difficile da maneggiare. Però bisogna farlo, altrimenti non riusciamo ad affrontare molti problemi sociali.

Ci sono comunque differenze fisiologiche: la biologia ha comunque un ruolo, per quanto forse sopravvalutato. 

Sicuramente è sopravvalutato. Ma non perché gli diamo troppa importanza, bensì perché lo usiamo come scusa per non parlare dei problemi sociali che ne derivano. Il fatto che ci sono differenze biologiche ci dovrebbe spingere a studiarle meglio, ad analizzarle meglio, a vedere che conseguenze hanno rispetto alle differenze sociali. Molto spesso invece si tende a usarle per chiudere ogni discussione: “Siamo differenti. Punto”. Ma la biologia non è il punto conclusivo, ma il punto di partenza.

Si è accennato prima che la virilità può far male anche a chi la vive. Senza sottovalutare il problema della violenza di genere che sappiamo colpire principalmente le donne, il maschilismo e gli stereotipi di genere danneggiano anche gli uomini?

Sì: come dice, l’importante è ricordarsi che non stiamo facendo paragoni o classifiche su chi soffre di più. Dobbiamo semplicemente ricordarci che ogni volte che qualcuno viene “costretto” ad assumere un certo ruolo, ne soffre.

Se la storia dei femminismi è molto lunga e anche molto diversa tra Paesi e culture diverse, l’uomo non ha fatto questa strada ed è quindi difficile pensare a delle alternative a una certa idea di virilità. Anche perché quella idea di virilità dice che o sei un uomo con certe caratteristiche, oppure non sei un uomo. Non ci sono alternative e questa è una costrizione per tanti uomini che, invece di mettere in discussione questo modello, ne soffrono. È un discorso sociale che tra gli uomini manca.

Certi meccanismi fanno male a tutte e tutti e quindi è il caso di parlane insieme: se formuliamo delle critiche insieme ne guadagniamo tutti quanti; se invece abbiamo un genere che semplicemente punta un dito all’altro genere, non si va molto avanti.

Si parla spesso di mascolinità tossica: non si rischia di puntare il dito solo sugli eccessi, perdendo di vista atteggiamenti meno evidenti ma alla lunga problematici?

Possiamo partire proprio dall’aggettivo tossico. Come funziona una sostanza tossica? Permea altre sostanze ma in piccole quantità, non te ne accorgi altrimenti la eviteresti, e così si accumula nel tuo organismi finché a un certo punto stai male. La mascolinità tossica funziona allo stesso modo: vediamo tanti piccoli comportamenti come abusi, discriminazioni, soprusi che si accumulano, diventano un modo di comportarsi. E può capitare che si arrivi, in maniera purtroppo imprevedibile, a una manifestazione, a un’aggressione verbale o fisica.

Ma se affronti il problema soltanto quando si manifesta, non vai all’origine, non vai a quelle “particelle tossiche” come quando da bambino di dicono “questa cosa è da maschio, questa cosa è da femmina” e tu inizia a dividere le persone in quelli che fanno le cose da maschio e quelli che fanno le cose da femmina; poi il gruppo che chiede di manifestare la propria virilità in maniera evidente. 

Sono micro tossicità che si accumulano con conseguenze sociali difficili da prevedere perché non c’è una linea diretta di causa-effetto. Ecco perché è importante occuparsene molto presto, nella vita delle persone. E perché non serve a nulla prendersela con il genere maschile in quanto tale: il problema non sta lì, il problema è un discorso culturale che va affrontato da tutte e tutti.

Come viene accettato questo discorso, da uomini e donne?

Non sempre la reazione è positiva. E per un motivo molto giusto: è un discorso che va a colpire la propria identità e una reazione difensiva è normale perché quello che si chiede è di cambiare e non è semplice. Alcuni uomini mi chiedono: “Ma se faccio come dici, poi cosa divento?”. C’è la paura di cambiare così tanto da non essere più lo stesso di prima, ma non è così: si resta gli stessi di prima, solo senza essere oppressivi, discriminanti, aggressivi.

Quello che suggerisco è iniziare dalle piccole cose, da piccoli gesti o parole. E vedere l’effetto che fa: se è positivo per sé e per gli altri, come per fortuna spesso è, se si vuole si può andare avanti. Perché essendo cambiamenti molto personali, è giusto che ciascuno si assuma la responsabilità: perché anche se trovassi un modo per costringere le persone a fare questo cambiamento, con questa imposizione farei lo stesso danno che sto cercando di riparare.

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