Scienze

Sulla terra c’era vita già 3,48 miliardi di anni fa

La conferma arriva dallo studio con tecniche avanzate di alcuni antichissimi fossili rinvenuti in Australia

(Foto: James St. John su Flickr)
9 novembre 2022
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La vita era presente sulla Terra già 3,48 miliardi di anni fa: la nuova conferma arriva grazie ad avanzate tecniche di analisi e ricostruzioni 3D di antichissimi fossili rinvenuti a Pilbara, nell’Australia occidentale. Lo studio, pubblicato sulla rivista Geology, è stato guidato dal Museo di Storia Naturale di Londra e ha visto l’importante partecipazione anche dell’Università di Bologna e del centro di ricerca internazionale Elettra Sincrotrone di Trieste. I risultati ottenuti forniscono anche preziose indicazioni per la ricerca di vita su un altro pianeta: Marte.

Alcune rocce presenti sulla superficie del pianeta rosso sembrano infatti avere caratteristiche simili a quelle che contenevano i fossili in Australia. Reperti come quelli protagonisti dello studio, che testimoniano le più antiche tracce dell’esistenza della vita sul nostro pianeta, sono spesso controversi, perché le strutture che potrebbero indicare la presenza di un’antica forma vivente possono essere molto simili ad altre formate invece da processi non biologici.

Inoltre, si tratta di fossili antichissimi, spesso profondamente alterati dal passaggio di miliardi di anni. Per ottenere nuove risposte su questo tema, i ricercatori guidati da Keyron Hickman-Lewis hanno analizzato con nuove tecniche delle stromatoliti rinvenute in Australia: si tratta di strutture prodotte dall’azione di antichi microrganismi fotosintetici.

Per capire se si trattasse effettivamente di tracce lasciate da organismi vissuti miliardi di anni fa, gli autori dello studio hanno combinato diversi metodi, effettuando anche per la prima volta una ricostruzione in 3D dei microscopici dettagli presenti all’interno, con una straordinaria risoluzione. "Queste analisi ci hanno permesso di rilevare che i fossili hanno effettivamente un’origine biologica", ha affermato Barbara Cavalazzi dell’Università di Bologna, co-autrice dello studio.

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