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22.02.19 - 15:230

Il colpo al petto che uccide o rianima

Ricercatori di Losanna e Berna hanno cercato di capire perché in alcuni casi lo shock può essere d'aiuto e in altri fatale

Scienziati di Losanna e Berna hanno studiato il fenomeno del colpo al petto, che a volte uccide e a volte rianima. Pur senza chiarire esattamente ciò che avviene durante questo shock, hanno scoperto che in realtà non sono le cellule cardiache ad essere sensibili a questa pressione. Perché un giocatore di baseball muore dopo aver ricevuto una palla a livello del cuore, quando un colpo nello stesso punto può salvare una persona da una crisi di tachicardia? Ricercatori del Politecnico federale di Losanna (EPFL) e dell'Università di Berna hanno studiato questi shock e i loro risultati sono stati pubblicati su "Nature Communications", indica un comunicato odierno dell'EPFL.

È noto che questi colpi causano un rapido stiramento del tessuto cardiaco, ma non si conosce il loro effetto sul funzionamento del cuore. Nel tentativo di capire meglio questo fenomeno, gli scienziati hanno sviluppato una piattaforma sperimentale per sottoporre le cellule cardiache di ratto modificate a pressioni di diverso tipo, riproducendo in laboratorio condizioni più vicine alla realtà di quanto non sia mai stato fatto finora.

In tal modo i ricercatori hanno rilevato che il tessuto cardiaco può essere allungato del 10-12%, che corrisponde al naturale stiramento delle cellule cardiache quando il cuore batte normalmente. Durante un impatto questa estensione può avvenire fino a 100 volte più velocemente. Finora la comunità scientifica riteneva che gli effetti mortali o salvavita di uno shock al torace fossero dovuti all'allungamento delle cellule cardiache che perturba la conduzione dei segnali elettrici e quindi il battito cardiaco.

Con il loro nuovo strumento, i ricercatori di Losanna e di Berna hanno invece dimostrato che la propagazione dei segnali elettrici non è affatto influenzata dall'allungarsi delle cellule. "Non sarebbero quindi le cellule cardiache sensibili alla pressione, ma quelle adiacenti del tessuto connettivo", spiega Stephan Rohr, coautore dello studio e professore all'Università di Berna. Si tratta quindi di una scoperta che porta i ricercatori ad esplorare altre strade e apre le porte a studi futuri, ad esempio per farmaci specifici e terapie geniche.

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