laRegione
30.01.21 - 17:20

Microcosmi: il silenzio, le tute e un pontile

Sguardi sulle cose che cambiano, nel territorio e nelle persone: l’ultimo film di Andrej Tarkovskij, un cantiere, il lago

di Massimo Daviddi
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Ti-Press

Da molte parti si leva la ricerca di parole per accompagnare questo tempo vissuto tra distanza e isolamento, dove le immagini di case per anziani, ospedali, cliniche, entrano in noi ogni giorno, sorvegliano le notti, riprendono il loro flusso l’indomani. Questa ricerca, comprensibile, è anche la forma che ci sembra più diretta per contenere e dare senso a quello che si sta vivendo; del resto il linguaggio cerca da sempre di esplorare il caos del mondo, la sua forza e violenza, nominando.

Dire le cose con altre parole, seguendo quello che nel suo percorso inquieto, critico, mai rassegnato, disegnava Michel Foucault; il rapporto con le cose e il corpo, il potere nei suoi processi di assoggettamento. Tutto questo dire, cercare, investire sulla parola esaurisce una pratica di libertà? Ci sono anche altre forme che possono dare un orizzonte di senso a quello che viviamo?

In questi giorni ho ritrovato un film visto a Milano diversi anni fa in un cinema d’essai; ‘Offret Sacrificatio’, ultimo lavoro di Andrej Tarkovskij. Un film di straordinaria bellezza sulla violenza dell’uomo contro la natura, sull’incombente minaccia atomica, sui limiti della scienza. Una parabola sulla ‘meditatio mortis’, ingiunzione fondamentale di cui ognuno fa esperienza. In una casa sull’isola di Gotland, Mar Baltico, si succedono episodi che danno conto della possibilità di avvicinare l’inesplorato e minaccioso, è l’idea di destino che anima la vita tra salvezza e perdita; è la relazione profonda tra Aleksander, ex attore teatrale, e Ometto, il figlio che con lui sta curando un albero rinsecchito perché un racconto vuole che se innaffiato per tre anni, rifiorisca, come già avvenuto. L’angoscia rispetto a quello che in ogni momento può accadere, qui il rumore minaccioso degli aerei e l’annuncio di una possibile guerra, porta a dare attenzione alle esperienze minime, solidali. Ometto, che ha perso la parola per un’operazione alla gola, alla fine torna a parlare sotto l’albero curato con tenerezza. “In principio era il Verbo. Perché, papà?”. Già, perché tutto questo? Non conosciamo il tempo, lo cerchiamo come tracce su un campo innevato e quando seguiamo il loro corso restiamo meravigliati da un altro sentiero che si apre poco distante. Dove andremo? Nel dubbio scorgiamo le cose essenziali della vita in un fremito dell’anima e del corpo.

La vicenda di Aleksander e Ometto, della piccola comunità di amici, sospende il bisogno di una risposta definitiva, immediata, per l’espandersi della preghiera e del silenzio. Aleksander offre in sacrificio tutto quello che possiede a patto che Dio risparmi la sua famiglia; lo farà dando fuoco alla villa, fingendosi pazzo. Una preghiera che viene a contatto con le nostre voci, oggi. Così, Rilke. “Notte, tacita notte in cui s’intessono/candide cose, rosse, variopinte, /colori sparsi che s’innalzano/a un solo buio, ad un solo silenzio, /metti anche me in contatto col molteplice/che tu conquisti e persuadi. Forse/giocano troppo ancora i miei sensi con la luce? / …”. Il silenzio incoraggia il nostro spazio interno, i moti ombrosi, le passioni; seguendo la parola di Maria Zambrano diventa possibile costruire un luogo dove accogliere l’altro nello sguardo che indicava Rilke parlando di “contatto col molteplice”. Ingmar Bergman aveva invitato Tarkovskij in Svezia per girare ‘Sacrificio’. Il regista svedese ne ‘Il settimo sigillo ’affronta il tema della peste, della morte e del morire, di una morte che quando viene interrogata da Antonius Block durante la partita a scacchi per sapere cosa lo attende, non dice nulla. Nel film, il silenzio, le pause, vanno a creare quel vaso di cui ha parlato in un altro passaggio la Zambrano. “E il silenzio, il silenzio che si fa è come un vaso, atto a recepire la parola definitiva e a conservarla senza che svanisca né si versi…”.

Tute, cantieri

Passando dai cantieri per la manutenzione delle strade vedo tute di color arancione di uomini e donne immersi nel caos delle città e delle fabbriche. La rappresentazione di un mondo che non ha nulla della ‘società liquida’ di cui tanto parliamo. È il margine da cui vedere le fatiche del lavoro, la solitudine dentro un mondo che non dà parola. Dal finestrino possiamo trovare una giusta misura, seguire per alcuni istanti le operazioni, entrare in una cornice. Arrivando a un semaforo – uno sguardo che non si arresta e prosegue – sorge la domanda, “tu chi sei?” e in un frangente ecco il pensiero sulle possibilità di un altrove cercato da tutte e due, tu che mi fai segno di andare, io che saluto con un cenno. L’incontro davanti al semaforo prima di un cavalcavia separa la persona da una moltitudine senza volto, resta a me guardare questo teatro come una grande impresa che gira al pari di una compagnia di attori sempre in movimento, qui è la, nelle stagioni. D’estate macchinari roventi, canottiere, bottiglie d’acqua a fianco della strada. La notte squadre all’opera, neon, voci che si chiamano e a noi sembra che sia stato sempre così, asprezza, materia. Sfioriamo i moti e i gesti degli operai senza quasi vederli, eppure loro costruiscono, prendono contatto con la terra, danno importanza alle misure. Un’esperienza che lascia in noi emozioni, soli come siamo appena sopra quel cavalcavia.

Un pontile

Dopo molti anni quest’estate ho fatto il bagno sulla spiaggia di Vira Gambarogno, a pochi metri dalla Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, un lasciarsi andare a quanto avveniva momento dopo momento provando stupore per l’acqua; materna, eterna, trasparente. Sulla destra un pontile accoglie i battelli, una figura solida, costante, che parla di un’antica presenza; il pontile è ciò che persiste, comunque. Al di là che passeggeri e turisti siano tanti o pochi, resta con le sue colonne di legno nel punto dove è stato pensato, costruito, rivelando capacità di attesa e speranza. John Keats ha parlato di capacità negativa, perseverare nel dubbio e nell’incertezza, riconoscere la crisi, dare corpo al silenzio. Dare valore a quello che viviamo anche se a volte ci sembra difficile e non è altro che decidere di provare a farlo, rimettendoci alle cose del mondo. Non ci si dimentica delle ferite, dei distacchi, questi frustano la carne con rametti fini, taglienti. Sferzati, sapremo trovare su una riva la quiete, le parole per nuove fioriture al pari di quell’albero curato sull’isola da Ometto. Ci avvicineremo, ancora.

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