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'Life on the horn' di Mo Harawe
Locarno 2020
08.08.20 - 14:300

La malinconia della vita cavalca i pardi

Ci si alza con un ghiacciaio che frana nelle Alpi, con una pandemia senza spiragli, con la Beirut distrutta: cosa deve fare allora chi scrive con il cinema? 

Una cinquina di Pardi di Domani regala un brivido di tristezza raccontando la fragilità dell’esistere. E un pensiero si fa presente, come possono essere felici i giovani, le giovani che fanno film in un mondo come il nostro, dove nulla parla di radiosi domani, tutto dice della fragilità in cui l’umanità ha costretto il pianeta in cui viviamo, e questi film giovani non fanno altro che ascoltare e vivere e dire del tempo in cui vivono. Certo ci si alza al mattino con un ghiacciaio che frana nelle Alpi, con una pandemia che non offre spiragli, con la Beirut distrutta dall’imbecillità assassina, e cosa deve fare allora chi scrive con il cinema? 

Ecco allora 'Ecorce', un’animazione firmata da Samuel Patthey e Silvain Monney che impietosa, giocando tra la mestizia del racconto e la caricaturalità del disegno, ci porta in una casa di riposo. Il nuovo campo di concentramento per quella parte di popolazione inutile, che rende complicato il vivere quotidiano di un popolo attivo al lavoro. E qui gli autori tratteggiano non senza amara ironia quello zoo umano che convive senza altra scelta che non aspettare la morte. Nei quindici minuti ci sono qualche momento morto e qualche fronzolo da limare; per il resto è un film quasi necessario per riflettere sul senso di una parola come umanità, intesa non come insieme di esseri, ma come emozione di essere. Il film è una nuova produzione svizzera.

Tragedie naturali

Abbiamo detto della stupidità criminale di chi nel porto di una città accumula esplosivi, ma un film di questi pardi ci ricorda una simile tragedia causata dal terremoto e lo tsunami che nel 2004 ha percosso le coste della Somalia portando alla luce i rifiuti tossici scaricati e sepolti illegalmente su quella costa e riemersi, per la violenza della natura, con i contenitori danneggiati e i contenuti tossici seminati in un immenso territorio. 'Life on the Horn' è il titolo del film di Mo Harawe che racconta questa tragica vicenda, mostrandoci l’oggi, un mondo desolato, villaggi abbandonati, un popolo che è fuggito, e chi resta muore per le conseguenze di quel fatto. Si resta a guardare la storia di un giovane che non vuole abbandonare il padre malato, e il padre che decide di morire perché il figlio parta e non muoia. Bianco e nero travolgente per una storia cruda nella sua verità. E nessuno dei protagonisti urla vendetta: tocca allo spettatore annichilire sotto il peso della sincera denuncia.

Ritornando

Con 'Nha Mila' di Denise Fernandes il tema si fa più intimo e insieme, ancora, universale. È il ritorno a casa dalla migrazione. La protagonista dall'Europa sta tornando nella Capo Verde da cui era partita giovane in cerca di lavoro, suo fratello sta morendo. All'aeroporto di Lisbona, però, è fermata da una inserviente che la riconosce, erano amiche a Capo Verde; in attesa dell'aereo, la invita a casa sua, dove vive con altre migranti dal loro paese. In questo incontro tra donne, lei comprende il peso di quanto ha perso, la propria identità, l’avere memoria comune.

Ancora di ritorno parla, fin dal titolo, 'Return To Toyama' di Atsushi Hirai. A ritornare è Takumi. Dopo molti anni, torna da Parigi, dov'era andato senza il consenso del padre. Si erano lasciati in malo modo, neanche una parola per anni: poi il padre era morto. E in questo ritorno, l'uomo ha questo problema irrisolvibile: scopre che il suo paese è cambiato, la pesca con il riscaldamento e l'inquinamento non funziona più, il vecchio cinema è chiuso, molti se ne sono andati. Il paesaggio è come la sua anima, nulla può essere recuperato. La regia è molto cinephile e il film si riempie di citazioni, e va bene così, altrimenti la malinconia avrebbe trionfato.

Il programma di questo gruppo di Pardi comprende anche 'Pacífico Oscuro' di Camila Beltrán, un film che a Clermont Ferrand definirebbero sperimentale per la fusione linguistica del racconto, necessaria comunque per dire di una storia mistica, che nasce da una leggenda, quella delle donne colombiane che imparavano a cantare in modo incantevole grazie a uno speciale rapporto, oggi perso, con le forze della natura. La regista colora di magia il suo dire e la musica sgorga d'incanto. E poi una barca carica di bambine si infila nell’oceano. Tutto scorre e le immagini diventano ricordo.

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