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Ticino7
14.07.18 - 17:150

Rinjani. L’Indonesia vista dal vulcano

La maestosa montagna regala incontri unici e ricordi indelebili. Un ingegnere rurale ticinese vi è salito con dei colleghi 36 anni or sono.

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Mi trovavo a Lombok per collaborare a un progetto agricolo nella parte più povera dell’isola. Nell’estate 1982, assieme a due colleghi di progetto, decisi di salire sul vulcano. Partimmo con una jeep costeggiando la costa nordoccidentale dell’isola per poi salire fino all’insediamento di Senaru: poche capanne disposte in cerchio in una radura della foresta. Donne intente alle faccende, bambini che le aiutavano (battevano con lunghe aste il riso in un tronco scavato, una specie di mangiatoia, per togliere la lolla) e qualche vecchio; gli uomini erano fuori nei campi o a caccia. In serata arrivò il capo del villaggio: giovane, con una camicia bianca che forse aveva appena messo prima di presentarsi a noi. L’autista riuscì a spiegare le nostre intenzioni: lì si comunica unicamente utilizzando il loro dialetto locale o a segni. Il giovane fece un cenno affermativo e disse che tre uomini ci avrebbero accompagnati fino al lago nella gran caldera. 

Era ormai sera. Il capo del villaggio predispose la cottura di alcuni polli che gustammo con del riso di montagna, verdura, peperoni piccanti insieme a tè e banane. Era notte e ci coricammo sotto la tettoia: si sentivano fruscii, animali notturni, cicale. In cielo, una luna piena e tante stelle. Avevo una strana sensazione trovandomi lì, in un ambiente che poteva essere stato quello dei nostri antenati mille anni or sono. 

In salita

E giunse l’alba. Ci portarono delle frittelle, del riso, frutta e tè. Ci raggiunse il santone del villaggio che celebrò una breve cerimonia di buon auspicio per il nostro viaggio. Lì gli indigeni sono ancora animisti. Ringraziammo con la dovuta ricompensa per vitto e alloggio, salutammo e partimmo assieme ai tre portatori. 

Fu un lungo camminare per un ripido sentiero nella foresta, tra mastodontici alberi, scimmie, caprioli e cervi. Dopo un paio di ore la foresta si era diradata e trovammo un pendio coperto da prato secco. Dopo un’altra ora raggiungemmo il bordo della caldera
(il diametro raggiunge gli 8 chilometri e mezzo) con un lago blu: la nebbia si stava lentamente diradando. Dal lago emergeva un piccolo vulcano attivo: uscivano getti di fumo. Il bordo della caldera raggiungeva il culmine con l’imponente mole della cima del Rinjani. Ci fermammo a gustare lo scenario, mangiare e bere qualche cosa. I portatori ci guidarono fino al ripido sentiero per scendere nella caldera. 

Cercai di immaginare l’enorme bubbone prima della spaventosa eruzione, un millennio di anni or sono. Avrà sicuramente superato i 5’000 metri di altezza, quella gigantesca montagna. Ci abbassammo fino al lago, lo costeggiammo per alcuni chilometri e arrivammo al punto in cui l’acqua crea un torrente. I portatori ci dissero che nel lago c’erano molti pesci: in prevalenza carpe. Alcune decine di metri a valle del lago ci accampammo accanto al torrente nel punto in cui, dalla roccia, sgorgava acqua a 50 gradi. Entrammo nelle vasche naturali sottostanti le sorgenti, gustandoci quel bagno rilassante. 

Montammo la tenda e ci sedemmo dove i portatori avevano acceso un fuoco: avevano freddo e indossarono alcuni indumenti che avevamo portato con noi. Il passaggio dal giorno alla notte avvenne in quella quiete: si sentivano solo lo scoppiettio del fuoco e il gorgoglio del ruscello. Cenammo e ci coricammo, i miei due compagni in tenda, io nel sacco a pelo sotto un tetto di stuoie, accanto ai portatori. 

La dimora del dio

All’alba, dopo la colazione, gli indigeni rientrarono: gli abitanti del luogo non osavano salire oltre per rispetto o timore di infrangere la sacralità della cima della montagna, nella loro credenza animista il castello-dimora del dio «Batara Rinjani». Fu un lungo zigzagare per ripidi pendii erbosi alternati a passaggi tra rocce, con alcuni appigli per le mani e sporgenze dove mettere i piedi, fino a raggiungere un pianoro sotto la parte rocciosa prima della cresta che porta alla cima. Era passato da poco mezzogiorno: decidemmo di salire il giorno successivo per gustare la levata del sole da lassù. Ci attorniava qualche sparuto arbusto. La tenda fu rimontata. Anche qui i compagni dormirono in tenda: io mi coricai sull’erba gustandomi le stelle e la luna prima di assopirmi. Ci alzammo verso le tre; dopo aver bevuto velocemente il caffè e mangiato un po’ di cioccolata partimmo al tenue chiarore della luna piena. Sembrava di camminare in uno scenario lunare. Arrivammo sulla cresta passando fra le rocce, camminando su pietrame, sabbia e polvere. Da lì avevamo nuovamente la vista sul lago sottostante, che brillava al chiaro di luna. Il primo tratto non era troppo ripido, ma in vicinanza della vetta si impennò e proseguire divenne faticoso: spesso si facevano due passi in avanti nella ghiaia e si scivolava di uno indietro. Mentre iniziava ad albeggiare aggirammo sulla destra una roccia a forma di torrione e, finalmente, rimasero solo poche decine di metri per raggiungere la cima.

Il sorgere del sole fu meraviglioso: il chiarore aumentò in un baleno e ne fummo accecati. Dietro di noi nel cielo si formò una piramide d’ombra, proiettata dalla montagna su cui ci trovavamo. Mangiammo e ci gustammo ancora un po’ lo spettacolo: la caldera con il lago, l’occhio che si perdeva fino al mare.

 

Sette dritte & curiosità

1. Indonesia

Con oltre 17mila isole è l’arcipelago più grande del mondo, e con i suoi 255 milioni di abitanti
è la quarta nazione al mondo per popolazione. 

2. Isola di Lombok

È ubicata al centro dell’arcipelago accanto alla più conosciuta Isola di Bali. Ha una larghezza
di circa 60 chilometri e lunga un’ottantina.

3. 1980

È l’anno in cui giunsi in Indonesia (progetti di sviluppo della Confederazione). Dopo un anno sull’Isola di Sumatra fui trasferito sull’Isola di Lombok.

4. Terra e fuoco

In Indonesia vi sono più di 500 vulcani, un centinaio attivi. Ho avuto il piacere di salire  su alcuni di questi strani monti.

5. Non solo vulcani

Ovviamente non ci sono solo vulcani in Indonesia: cultura, parchi nazionali, mare, gastronomia e tanto altro.

6. Rinjani (3’726 m)

Quest’anno ricorre il centenario della prima salita da parte di uno svizzero: il geografo e alpinista dr. M. Blumenthal, che raggiunse la cima il 25 settembre 1918.

7. Samales

Super-vulcano alto 5’000 metri esploso nel 1257. Ora ne rimangono solo la caldera e il Rinjani. Secondo i vulcanologi l’eruzione fu di magnitudo doppia rispetto a quella del Tambora nel 1815 e 8 volte quella del Krakatau nel 1883.

 

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