laRegione
Polonia
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Colombia
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Polonia
MONDIALI
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0-1 MINA YERRY
BEDNAREK JAN
61'
 
 
 
 
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0-2 FALCAO RADAMEL
 
 
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0-3 CUADRADO JUAN
GROSICKI KAMIL
85'
 
 
MINA YERRY 0-1 40'
61' BEDNAREK JAN
FALCAO RADAMEL 0-2 70'
CUADRADO JUAN 0-3 75'
85' GROSICKI KAMIL
Venue: Kazan Arena, Kazan.
Turf: Natural.
Capacity: 47,379.
This will be the 1st competitive meeting between Poland & Colombia, Colombia won the most recent friendly 2-1 in Chorzow in 2006.
Colombia have won only 2 of their 9 previous World Cup games against European opponents (D2 L5), though these victories have come in their past 4 such meetings against Switzerland in 1994 & Greece in 2014.
None of Polands 9 World Cup games against South American opponents has finished a draw.
Ultimo aggiornamento: 24.06.2018 21:57
DISTRUZIONI PER L'USO
26.05.18 - 07:000
Aggiornamento 28.05.18 - 12:21

Weimar e noi

Per fortuna la Storia non si ripete. Altrimenti ci sarebbe di che preoccuparsi

Per fortuna la Storia non si ripete. Altrimenti ci sarebbe da preoccuparsi, riguardando quello che successe a Weimar.
Fu un esperimento nobile e visionario quello che un secolo fa – era il 9 novembre 1918 – portò alla nascita della Repubblica tedesca, sulle ceneri di un impero che la guerra aveva distrutto. Aveva la costituzione più bella del mondo – ci mise mano perfino Max Weber – e in un primo momento riuscì a tenere insieme tutte le forze democratiche: i socialdemocratici, i progressisti, i cattolici moderati. Uniti in una piattaforma che comprendeva suffragio universale, rappresentazione proporzionale, democrazia diretta, stato sociale. Ma poi.

Bruciante modernità

Poi le ferite della guerra incancrenirono. Non era solo una questione di fame e miseria, anche se quelle c’entravano parecchio. C’era nell’aria una specie di smarrimento per quella modernizzazione così rapida, che trasformava la politica, il lavoro, le usanze, la cultura; e sembrava che non si riuscisse mai a starle dietro: le donne andavano a lavorare, dormivano con chi volevano, fumavano imitando le dive del Kabarett berlinese (Marlene Dietrich ne distillerà l’essenza). Le fabbriche sradicavano e rimescolavano vite e destini.
A volte si finiva per guardare con nostalgia al rassicurante autoritarismo guglielmino. La classe operaia e la piccola borghesia si sentivano sempre più lontane dall’avanguardia cosmopolita che pareva dovesse prendere il sopravvento. Da destra e sinistra si facevano sempre più forti le voci dei Kulturpessimisten, i “profeti di sventura”, come li ha chiamati Walter Laqueur nella sua splendida storia culturale dell’epoca. Erano gli anni delle tirate di Thomas Mann contro la Zivilisation – cosmopolitismo, democrazia, illuminismo –, della rivendicazione orgogliosa delle radici e di una sfera “impolitica”, per alcuni perfino edonista.
Intanto la sinistra radicale si impratichiva nella sublime arte della scissione: prendeva le distanze dai socialisti, chiamandoli “ala moderata del fascismo”, poi litigava e si scindeva ancora.

Capri espiatori

Le élite erano considerate responsabili per tutti i mali del mondo. Il tono del dibattito era aspro: le campagne di odio e gli attacchi ad personam non si contavano più, alcuni giornali erano diventati lo "specchio ustorio" - cit. Guido Vitiello - che il radicalismo utilizzava per “bruciare” il nemico (la vittima più illustre fu il ministro degli Esteri ebreo e liberal-progressista Walther Rathenau, ammazzato nel 1922). E mentre Kandinskij e Brecht, Einstein e Lang rimescolavano le sedie del genio sul ponte del Titanic, sotto coperta c’era una gran voglia di uomo forte.
Poi c’era la questione istituzionale. Bella era bella, quella costituzione: ma solo i feticisti della legge potevano illudersi che sarebbe bastata a parare l’urto della disperazione e della demagogia.
Intanto il sistema proporzionale produceva risultati frammentari, maggioranze incoerenti: fu poi col 37% dei voti che i nazisti sarebbero andati al governo. Scesero al 33% l’anno successivo, ma questo condusse altri ad illudersi di potercisi alleare, per cavalcarne la forza e menarli dove si voleva: “Li abbiamo assunti”, commentò il cancelliere democristiano von Papen. Era il novembre del 1932, mancava un paio di mesi alla fine del mondo.
Anche la democrazia diretta, cui i tedeschi non erano abituati, finì per avere conseguenze mostruose: fu grazie al referendum del 1929 sulle riparazioni di guerra che il Partito Nazional-socialista, dato per morto, poté tornare protagonista. Era il partito dei diseredati, degli ubriaconi, dei picchiatori. Scantinato dello scontento proletaroide, sgangherata fucina di bric-à-brac ideologico, nella quale si montavano alla rinfusa pezzi di rivoluzione, populismo, sovranismo, xenofobia (e naturalmente antisemitismo, lo stesso che il socialdemocratico August Bebel aveva ribattezzato decenni prima “socialismo degli imbecilli”).
C’era stata la pace punitiva di Versailles, e molti credevano davvero che il Paese fosse stato “pugnalato alle spalle” dal nemico interno: i socialisti, gli internazionalisti, i sindacalisti, i profeti del multiculturalismo.

Le carriole di marchi

Poi, naturalmente, ci si mise l’economia, colpita in precedenza dall’iperinflazione (le famose carriole piene di marchi), poi da quella crisi del ’29 che nessuno poté gestire, e che politiche di ‘stretta’ fiscale finirono per aggravare. La recessione diventò depressione. E quando il lavoro manca e la disoccupazione investe quasi un tedesco su due, la prima cosa che si invoca è un cambio radicale di prospettiva politica: “L’insicurezza economica persuade la gente che qualsiasi regime debba essere migliore di quello al potere” glossa lo storico dell’economia Harold James.
Non si capì appieno – ma all’epoca non si poteva sapere – che solo un massiccio programma di spesa pubblica avrebbe potuto salvare il paese (anche se, a onor del vero, lo si capì meglio in Germania che altrove: i primi anni di Weimar furono anche la primavera del nuovo welfare, reso presto insostenibile dai debiti). Ci arrivò poi paradossalmente Adolf Hitler, la cui autarchia non fallì certo per motivi economici: come ha illustrato il maestro iconoclasta David Calleo, “la Germania si riprese più velocemente di Usa e Gran Bretagna, e non solo per via del riarmo. Anzi, il riarmo semmai rovinò la ripresa tedesca”.
Nel 1929, invece, non si sapeva ancora bene da che parte farsi, perché non si prevedeva che il capitalismo potesse divorare se stesso in modo così repentino, e anche perché ad alcune forze ideologiche quell’autocombustione non dispiaceva affatto.

Vabbè, tranquilli

Ricapitolando: crisi economica, crisi delle istituzioni, crisi dei partiti. Modernità spiazzante, antielitismo, polarizzazione. Razzismo, nazionalismo, autoritarismo. E l’illusione di potersi alleare col diavolo per controllarlo. Fortuna davvero che la Storia non si ripete. Il sonno della ragione può continuare tranquillo.

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