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22.12.21 - 05:30
Aggiornamento: 14:26

Esplorando i ‘Paesaggi dall’esilio’

Gli studenti di Lavoro sociale della Supsi e Club ’74 fianco a fianco in una performance alla Pinacoteca Züst per parlare di disagio psichico

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Applausi

Guardando le opere alle pareti della Pinacoteca Züst è facile sentirsi a casa. I paesaggi ritratti ci arrivano da un Ticino a cavallo tra la metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, ma la loro fisionomia è famigliare e rassicurante come non mai. Eppure non sempre ci si riconosce in ciò che più conosciamo. Disagio, solitudine, diversità, malattia possono infatti portare lontano. E il rischio di perdersi è a un passo da noi. Oltre la soglia dello spazio museale cantonale a Rancate ci prendono per mano: è l‘inizio di un viaggio attraverso la mostra - ’L’incanto del paesaggio’, in allestimento fino al 25 aprile prossimo - e dentro noi stessi. Sia chiaro, non ci sarà risparmiato nulla. Le parole pronunciate vanno in profondità, a tratti risultano persino taglienti e dolorose. Gli allievi di Lavoro sociale della Supsi - accompagnati dagli studenti del Conservatorio della Svizzera italiana con pagine musicali coinvolgenti - danno voce con partecipazione alle esistenze di chi ha attraversato il disagio psichico e al contempo all’esperienza dei curanti. Ed è così che ci si ritrova immersi in una performance che grazie al linguaggio dell’arte - teatrale e musicale - va dritta al punto e mostra i nervi scoperti di questa nostra società. Ecco che il filo rosso della narrazione è quello degli esili della vita a cui tutti siamo esposti, senza distinzione. Il tema, insomma, non può non interrogarci.

Esperimento di empatia

Non è la prima volta, d’altra parte, che il Club ‘74 - qui affiancato da Pro mente sana e Ingrado - sperimenta, percorrendo anche le vie meno agevoli per portare alla luce la realtà del disagio psichico. E anche in questa esperienza l’Associazione con finalità socioterapeutiche, relazionali e inclusive (con sede all’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale a Mendrisio) ha colto nel segno, riuscendo quasi a travolgere di emozioni i presenti alla Züst. In alcuni momenti della vita, del resto, siamo un po’ tutti degli esiliati. Disagi e fragilità non sono solo un affare degli altri. In effetti, quella che ci avvolge è una vera “immersione sensoriale e poetica”: negli intenti delle tante persone che vi hanno lavorato con dedizione - davanti e dietro le quinte virtuali - lo scopo era proprio questo. Neanche le mascherine - presidio obbligato in questi tempi di Covid-19 - trattengono infatti i sentimenti del pubblico diviso in gruppetti. Pubblico che, di fatto, diventa parte integrante della performance. Come si può, d’altro canto, mantenere le distanze da tematiche tanto sensibili?

Nel giornale pubblicato a corredo dell’esperienza ci imbattiamo nelle riflessioni dei protagonisti che hanno condiviso questo momento e che ci ricordano quanto sia "importante non essere indifferenti verso chi sta vivendo una condizione di disagio, soprattutto di questi tempi che ci vedono esposti a particolari difficoltà nell’integrare, ma soprattutto includere, le persone più vulnerabili. Crediamo - si scandisce - che solo passando attraverso processi inclusivi possiamo dare alla società che abitiamo una dimensione più completa”.

Sulle tracce di Maria Zambrano

In questo nostro viaggio insolito tra le sale della Pinacoteca vengono in aiuto anche i pensieri della filosofa spagnola Maria Zambrano, che un po’ come Virgilio guida i partecipanti attraverso vari paesaggi, lei costretta dal regime franchista di “esilio in esilio“. Le sue parole riaffiorano sulle labbra di una performer: in fondo, ci richiama, siamo "figli dei nostri sogni”. Solitudine e sradicamento così come una vita vissuta ai margini, però, per alcuni declinano disagi e patimenti. Ciascuno di noi, scrive Lorenzo Pezzoli, responsabile del modulo ’Metodi e tecniche di intervento col disagio psichico, può essere chiamato ad attraversare la condizione dell’esilio durante la sua esistenza. Una condizione dalle "fattezze a volte imprevedibili con risvolti che possono essere drammatici e talvolta sconosciuti capaci di generare situazioni di particolare sofferenza”. A tal punto, come emerso dalle interviste all’origine della rappresentazione, da percepire l’ospedale come un rifugio sicuro.

E allora per lasciare l’esilio e uscire dall’isolamento si può arrivare, come la pensatrice iberica, a considerare l’esilio stesso una “vera patria”. Ma si può tornare là dove si era partiti? In questi giorni di pandemia lo vorrebbero tutti. E comunque ci si può provare. E qui ancora Pezzoli dà alcune avvertenze: “Ma il ritorno dall’esilio, così come il ritorno da qualsiasi condizione di espulsione che la vita fa incontrare - annota -, porta con sé una nuova e più complessa conoscenza: conoscenza di sé, delle relazioni, del mondo…”. E tocca farsi trovare pronti. Essere parte di questa ‘Site specific performance’ ha dato modo di compiere qualche passo verso l’altro e l’altrove.

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