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La sentenza è stata emessa oggi alle Assise criminali di Lugano (Ti-Press)
25.05.21 - 16:34
Aggiornamento : 18:08

Lugano, processo per stupro: condannato il 56enne

Per la Corte è più credibile la versione della vittima, mentre l'imputato - condannato a tre anni - ha voluto affermare il proprio potere su di lei

«È colpevole, ha voluto affermare il proprio potere sulla donna». È stato condannato a tre anni, due dei quali sospesi per due anni, il 56enne italiano accusato di aver stuprato la sua ex amante. Si è concluso oggi, con una sentenza di colpevolezza, il processo indiziario per violenza carnale avvenuta tre anni fa nel Luganese, fra un uomo e una donna che erano stati legati sia professionalmente sia sentimentalmente. La Corte delle Assise criminali presieduta da Mauro Ermani ha ritenuto più credibile la versione della vittima.

Lei è stata ritenuta più credibile

«Laddove spesso le versioni differiscono, occorre paragonare l'attendibilità delle parti e confrontarle con le prove oggettive – ha ricordato il giudice –. Sull'accaduto la versione della vittima è sempre stata lineare, senza alcuna contraddizione di rilievo. Non ha mai smentito la sua volontà di non fare sesso». Ermani ha brevemente ricostruito i fatti: i due diventano soci in affari, oltre che l'uno l'amante dell'altra. Un rapporto che tuttavia s'incrina quando il compagno della donna muore. Lei inizia a rifiutare i rapporti sessuali, lui si fa sempre più insistente fino alla sera della violenza, in un cantiere dove si stavano costruendo appartamenti sui quali entrambi avevano diritto di compera. E da lì le versioni divergono: lei lo ha denunciato per stupro, mentre lui si è difeso sostenendo che la denuncia sia una vendetta, dato che lui l'aveva segnalata per truffa a un'assicurazione. «La Corte non crede che una denuncia per violenza carnale non possa essere messa in relazione a ciò – ha tuttavia sentenziato Ermani –, in quanto sproporzionata. Inoltre, avrebbe agito nell'immediatezza della scoperta della segnalazione».

Il vestito scomparso? ‘Preoccupante ma irrilevante’

Invece, il mese circa trascorso tra i fatti e la denuncia sono serviti alla donna per iniziare ad «elaborare il trauma. Da giugno 2018 la vittima ha iniziato pian piano a comunicare a terzi il suo vissuto drammatico». Secondo la Corte, indicativi che qualcosa sia di brutto sia effettivamente avvenuto quelle sera sono i diversi comportamenti degli imputati nei giorni successi: «Lui dapprima sparisce, per poi tornare energicamente ad agire, lei blocca invece i contatti con lui, segnale indicativo della volontà di non avervi più a che fare». «Il comportamento dell'imputato è tipico di chi sa di averla fatta grossa – ha aggiunto il giudice –. Pretendere che la denuncia sia una vendetta è una mera congettura che non trova riscontro nei fatti». Secondo la Corte è inoltre «una circostanza preoccupante» il fatto che il vestito indossato dalla donna la sera incriminata sia scomparso, ma è «irrilevante»: le caratteristiche dell'abitato sono emerse dalla videosorveglianza, come pure il fatto che la donna portava i tacchi. «Elementi che combaciano col racconto della vittima e non dell'imputato».

‘Il movente è abietto’

La Corte non ha altrettanto preso in considerazione le foto che la donna ha postato sui social, foto dove appariva sorridente, fra lo stupro e la denuncia, dato che entrambi appartengono a un contesto dove «apparire assurge a elemento centrale, senza che vi sia sostanza necessariamente». E nello specifico per la vittima l'apparenza è molto importante anche perché utilizzata per non mostrare la propria sofferenza, come certificato da una visita medica. E a proposito di perizie, è stata ritenuta irrilevante quella di parte portata a sostegno della difesa in quanto «agiva su mandato dell'assicurazione alla quale la donna era stata segnalata». Il 56enne è stato così condannato a tre anni, due dei quali sospesi per altrettanti anni e all'espulsione dalla Svizzera per sette anni: «La violenza carnale è un reato ignobile per sua natura, la vittima viene trattata come oggetto e le viene tolta la dignità. In questo caso, il movente è da definirsi abietto, voleva affermare il suo potere sulla donna perché si era negata negli ultimi mesi, lo intendeva come atto dovuto per quello che aveva fatto nei suoi confronti in ambito professionale. Dal suo punto di vista lei era irriconoscente».

La difesa preannuncia il ricorso in Appello

L'imputato è stato inoltre condannato anche per violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari, nonché infrazione e contravvenzione alla Legge federale sugli stupefacenti, riducendo solo in virtù della prescrizione il periodo relativo a quest'ultimo reato. La pena è stata quantificata in venti aliquote giornaliere da ottanta franchi ciascuna, ossia 1'600 franchi sospesi per due anni e una multa di 100 franchi. Avendo trascorso tre mesi circa in carcerazione preventiva nel 2018, l'imputato dovrà ora invece tornare in prigione per espiare il resto della pena. Intanto, al termine del processo, la difesa – che aveva chiesto il proscioglimento e rappresentata dagli avvocati Elio Brunetti e Marco Bertoli – si è detta sconcerta dalla pena, preannunciando il ricorso in Appello: «Delle due l'una: o c'è il reato o non c'è» ha detto Bertoli. L'inchiesta, ricordiamo, è stata condotta dalla procuratrice pubblica Valentina Tuoni, mentre l'avvocata Sandra Xavier ha patrocinato l'accusatrice privata.

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