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02.05.22 - 05:30
Aggiornamento: 16:30

Verdasio, il bosco bruciato fa scuola

Dopo il devastante incendio, esperti ambientali, forestali e studenti dell’Eth di Zurigo hanno compiuto una giornata di studio per capirne la portata

Tra le tipologie d’incendi boschivi che, complici i cambiamenti climatici, più si stanno diffondendo al sud (e, ora, sempre più diffusamente anche al nord delle Alpi) vi è quello di sottosuolo o sotterraneo. Ne sono esempi, in Ticino, oltre al caso della Cima del Trosa (2020), quello di Chironico, in parte quello del Gambarogno e, in tempi recentissimi, quello di Verdasio, nelle Centovalli. Difficile da contrastare proprio perché si sviluppa lontano dagli occhi, a decine di centimetri di profondità (fino a mezzo metro), bruciando radici e materiale organico (la cosiddetta lettiera) del quale i nostri boschi, complici l’incuria e la siccità, sono sempre più ricchi, questi focolai latenti costituiscono una vera minaccia. L’assenza di fiamma viva e di fumo, come detto, rendono difficile il contrasto efficace e ne favoriscono la propagazione. Eppure, là sotto, il rogo avanza, lentamente, al riparo da precipitazioni piovose anche per settimane.

Osservare per capire come prevenire

Evoluzione nella maggior parte dei casi di un incendio radente (di superficie), una volta che ricompare alla luce del sole, magari anche a distanza di giorni, trova poi modo d’innescare ulteriori focolai. Per gli studiosi in ambito ambientale come Marco Conedera, alla testa dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (Wsl), quanto accaduto nelle Centovalli ha fornito lo spunto per un interessante approfondimento. Venerdì scorso, accompagnato dal forestale dell’8° Circondario, Guido Parravicini, dal rappresentante dell’Ufficio dei pericoli naturali, degli incendi e dei progetti del Cantone, Alessandro Stampfli, dal comandante del Corpo pompieri di Montagna della Melezza, Luca Meyer e da un folto gruppo di studenti del secondo semestre d’ingegneria ambientale dell’Eth di Zurigo, Conedera ha organizzato un sopralluogo sui pendii arsi dal fuoco a Verdasio: «Quanto accaduto quassù – ha spiegato – fa parte di quella che potremmo definire una nuova ondata d’incendi che rientrano in quelli tipici del periodo tardo invernale secco, che generalmente si verificano tra i primi quindici giorni di febbraio e gli inizi di aprile, con un picco nella seconda metà di marzo. Alimentati da siccità e vento creano molte difficoltà di spegnimento. Portare studenti di Zurigo sul posto per vedere, con i propri occhi, come questo incendio si propaga e alimenta, i danni arrecati all’apparato radicale delle piante e al sottosuolo organico può essere d’aiuto nella prevenzione e nell’adozione di misure di contrasto efficaci. Un’uscita a scopo didattico, quindi, che sicuramente potrà tornare utile agli studenti una volta che saranno chiamati a intervenire, a loro volta, al cospetto di un incendio di sottosuolo. Ricordo che anche oltre Gottardo, negli ultimi anni, questo tipo di roghi si sta diffondendo. Ne abbiamo avuto esempi a Meiringen e in Vallese. Concetti per loro nuovi, che i cambiamenti climatici in atto imporranno di elaborare e approfondire».

Termiche e vento, le fiamme volano

Al comandante Luca Meyer è toccato il compito di riassumere la dinamica dell’incendio, sviluppatosi lungo la linea ferroviaria della centovallina (sembra si sia trattato di un cortocircuito ma le cause esatte sono ancora al vaglio della Scientifica). In pochi giorni le fiamme, estesesi rapidamente in tutte le direzioni complice le termiche e il vento, hanno divorato una superficie di poco meno di 80 ettari. Vani i primi tentativi di contenere il rogo che ha divorato un vasto pendio distruggendo anche alcuni cascinali e infrastrutture. Se per quanto riguarda il danno al patrimonio boschivo bisognerà attendere l’estate e l’autunno per poterlo quantificare con maggior precisione, ha rilevato Parravicini, per capirne la reale portata ci vorranno anni. Alessandro Stampfli si è invece soffermato sul capitolo della prevenzione e sul nuovo concetto di lotta agli incendi del quale il nostro cantone si è dotato. Agli studenti ha ribadito l’importanza, in Ticino, soprattutto della prevenzione e dell’informazione, con il divieto assoluto di accendere fuochi all’aperto che è in vigore tutto l’anno; come pure degli sforzi intrapresi negli ultimi decenni dallo Stato per dotare il territorio di vasche antincendio e opportuni mezzi di contrasto. Per quanto attiene il fondo antincendi, esso dispone di circa quattro milioni di franchi (600mila dei quali assicurati da contributi forestali, il resto è alimentato da assicurazioni e Cantone) e viene impiegato per fronteggiare le spese di spegnimento (militi e mezzi).

Media incendi in drastico calo rispetto agli anni Ottanta

Tutti questi sforzi coordinati hanno portato a un marcatissimo calo degli incendi in Ticino; basti pensare che da una media di 100-150 roghi all’anno negli anni 80 siamo scesi a circa 30-35 incendi (per una superficie interessata dalle fiamme che oscilla mediamente tra i 100 e i 200 ettari).
Ufficio forestale cantonale e di Circondario coordinano, una volta completata l’opera di spegnimento e bonifica, gli interventi da attuare, trattandosi il più delle volte di danni che interessano, da vicino, boschi aventi funzione protettiva. Nel caso di Verdasio, a monte dell’abitato quale primo lavoro si tratterà di posare reti paramassi, provvedere all’eliminazione del legname bruciato e rovinato a terra e alla rimozione di massi pericolanti; questo per evitare che in caso di forti precipitazioni, l’erosione del terreno minacci le abitazioni sottostanti. In un secondo tempo si provvederà alla messa a dimora di nuove piante sostitutive ma, soprattutto, alla creazione di una grande vasca antincendio e di piazze di atterraggio in quota per gli elicotteri. La giornata si è conclusa con una visita all’interno del perimetro bruciato, tra ceppaie arse e terreni instabili, dove tracce di ricostituzione naturale e ripopolamenti da parte dell’uomo si intrecceranno nei prossimi anni.

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