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L’iniziativa è stata molto apprezzata dai ragazzi
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19.05.22 - 08:58
Aggiornamento: 15:10

Il Social Truck cerca nuovi partner per aiutare ancora i giovani

Il servizio offerto ai ragazzi di Bellinzona necessita di nuovi fondi visto che a settembre finiranno i sussidi della Confederazione

Il furgone itinerante che da quasi tre anni aiuta i giovani tra gli 11 e i 19 anni del Comune di Bellinzona a far diventare realtà progetti ideati e proposti dagli adolescenti stessi «è stato molto apprezzato». Alicia Iglesias, fondatrice e responsabile del cosiddetto Social Truck, stila un bilancio molto positivo di questo progetto. Un progetto la cui fase sperimentale si concluderà a settembre, quando terminerà anche il sostegno della Confederazione che su un costo totale di 700mila franchi ne ha sussidiati la metà. L’auspicio è quindi quello di riuscire a proseguire con questa iniziativa «che è ormai diventato un servizio tutti gli effetti», afferma a ‘laRegione’ la responsabile del settore giovani della cooperativa Baobab (che promuove questo progetto). Per continuare con questo lavoro è quindi necessario trovare nuovi fondi e l’appello è in particolare rivolto alla Città di Bellinzona, ma anche ai Comuni limitrofi e a fondazioni o altri enti disposti a sostenere il ‘furgone sociale’. Social Truck che sarà visitabile sabato 28 maggio in occasione delle porte aperte della Cooperativa Baobab (via V. Vela 3). Maggiori informazioni su www.cooperativabaobab.ch e su www.thesocialtruck.ch.

Alicia Iglesias, qual è l’obiettivo del Social Truck?

L’intento è quello di dare ai ragazzi, grazie al lavoro sul territorio, uno spazio di espressione, ascoltando i loro bisogni e le loro idee. Quindi far sì che lo spazio urbano diventi un luogo dove i giovani possano esprimersi attraverso progetti nati e promossi da loro. Insomma, rendere una piazza o un parco un posto dove le loro idee diventino realtà. Il concetto che sta dietro a questo progetto è ‘crescere attraverso il fare’, ovvero dare spazio a una manualità che risponde alle loro passioni.

E come riuscite in questo intento?

Il nostro lavoro si divide in due fasi: la prima prevede di recarsi con il nostro furgone nei luoghi di ritrovo dei giovani e sviluppare con loro una relazione di fiducia, instaurando un rapporto. Cerchiamo di farci raccontare quali sono i loro bisogni e nel caso dovessero emergere problematiche più profonde (come una situazione familiare complessa), cerchiamo di accompagnarli verso i servizi preposti. Ovviamente questo processo richiede tempo, ma una volta instaurata la fiducia passiamo alla seconda fase: li aiutiamo a lavorare sulle proprie passioni, sui propri talenti, a sviluppare le proprie abilità, sostenendoli poi in progetti che propongono loro stessi.

Concretamente?

Ad esempio il Truck è stato costruito proprio con l’aiuto di alcuni ragazzi. Altri giovani appassionati di calcio, hanno invece organizzato un torneo locale di street soccer (che poi è stato riproposto a livello regionale). Durante questa manifestazione, altri adolescenti hanno potuto svolgere attività legate alle loro passioni, come mettere musica o fare fotografie. Vi sono pure ulteriori progetti legati alla musica: dallo scrivere canzoni, condividendo momenti di riflessione sui testi, alla creazione di una playlist dedicata al carnevale, quando quest’ultimo non si è svolto a causa della pandemia. Interagiamo anche con un gruppo di giovani che frequenta lo Skate Plaza. Interazione che ha portato alla posa di alcune panchine così come di una fontana. Tutti i progetti permettono ai ragazzi di sentirsi parte di qualcosa: vedere realizzate le loro idee li aiuta anche a sentirsi parte di una comunità. Non da ultimo, il Truck permette anche di sbagliare, e va bene così, perché è anche attraverso questi che si impara.

La pandemia che influsso ha avuto?

Il progetto è partito nel novembre del 2019 e a marzo del 2020 c’è stato il primo lockdown. Va però detto che il risultato è stato ottimo malgrado la pandemia. Non ci siamo mai fermati: abbiamo organizzato molti eventi online. Questo ci ha permesso di mantenere costante la relazione con i ragazzi e di mantenere molti contatti privilegiati: il bisogno dei ragazzi era anche quello di potersi aprire individualmente. Quando poi è finito il lockdown, sono comunque rimaste delle restrizioni che hanno limitato il nostro lavoro. Anche in questo caso ci siamo però reinventati: abbiamo deciso di lasciare il furgone fermo (visto che era uno spazio ristretto) e andavamo in giro a piedi. Inoltre abbiamo anche sfruttato gli spazi della Cooperativa Baobab.

Come è stato accolto il Social Truck dai ragazzi?

Molto bene, a tal punto che, dai dati raccolti, è emersa la richiesta di una maggiore presenza del furgone sul territorio. E questo è sicuramente un risultato molto positivo. Il lato negativo è che diversi progetti sono fermi, perché non abbiamo tempo per realizzarli. In ogni caso, questo dimostra che l’interesse c’è. Un altro aspetto importante è che i giovani si riconoscono nel Social Truck: sanno che possono parlare liberamente dei loro problemi, che possono affrontare questioni che in altre occasioni non tematizzano. Lo vedono inoltre come uno mezzo che permette loro di conoscere nuovi spazi, visto che si recano nei luoghi dove si trova il furgone, magari dall’altra parte della città.

Purtroppo, spesso si parla di giovani solo quando succede qualcosa di negativo. Recentemente, ad esempio, un ragazzo è stato pestato a margine di un concerto all’Espocentro. Come affrontate questi fatti?

Si è trattato di un episodio di violenza di cui abbiamo parlato. Lo abbiamo affrontato, ragionando sui motivi che portano a questi atti. Insomma, li abbiamo portati a riflettere, aiutandoli a sviluppare un pensiero critico verso certi comportamenti. In generale di questo episodio si è parlato molto perché è stato tematizzato dai media, ma non bisogna dimenticare che noi ci confrontiamo anche con sofferenze meno evidenti. Fra i giovani notiamo spesso una certa rassegnazione e paura del futuro, così come un sentimento di non sentirsi accolti, di essere etichettati solamente come quelli che fanno casino. Se a ciò poi aggiungiamo storie familiari complicate, allora diventa davvero difficile per ragazzi di 14-15-16 anni credere in un miglioramento, in un futuro migliore. A quell’età dovresti pensare di avere il mondo in mano e non di averlo perso. Con il Truck cerchiamo quindi di offrire una via, un modo per affrontare la quotidianità: li portiamo a fare qualcosa che a loro piace, a trovare soluzioni anche quando si commettono errori, a cambiare se qualcosa non funziona. E tutto questo permette loro di tornare a credere nella vita, riscattando anche quell’immagine negativa che viene spesso accollata agli adolescenti.

In passato a Bellinzona è più volte stata evocata l’idea di un centro giovanile, ma non si è mai arrivati a una concretizzazione. Bisognerebbe fare qualcosa di più per i giovani?

Bisogna investire in quello che c’è già, scostandosi un po’ dall’idea di generare contesti chiusi, dedicati esclusivamente a una categoria di persone. Bisognerebbe quindi puntare maggiormente sul concetto di inclusione, su un contesto urbano che appartenga agli anziani, agli adulti e ai giovani. Ben vengano i centri giovanili, ma l’esperienza mi ha portato a capire che i ragazzi vogliono vivere la città. È inoltre importante lavorare in sinergia con i servizi già esistenti.

Da alcuni mesi a Bellinzona sono attivi due operatori di prossimità che offrono consulenza, sostegno e ascolto nelle situazioni di disagio sociale. Vi è una collaborazione con queste figure?

L’idea è proprio quella di costruire una sinergia e non duplicare un servizio, promuovendo la collaborazione e valorizzando le risorse presenti e già attive.

‘Investire in quello che c’è già’. Come il Social Truck?

L’obiettivo è quello di riuscire a proseguire con questo progetto che risponde a un bisogno reale e che, consolidandosi, è ormai diventato un servizio a tutti gli effetti. Un progetto che è stato portato avanti finora grazie al sostegno della Confederazione, della Città di Bellinzona e del Cantone. Gli aiuti federali, tuttavia, finiranno a settembre al termine della fase di sperimentazione durata tre anni. Ora il desiderio è quello di andare avanti con Bellinzona che ha già mostrato di essere interessata, come pure il Cantone. Ma stiamo prendendo contatti anche con i Comuni limitrofi e ci rivolgiamo anche a fondazioni o enti che potrebbero sostenerci.

Cosa serve quindi per proseguire?

Abbiamo bisogno di un politica che creda anche nel lavoro sociale con i giovani (politiche giovanili) informale svolto sul territorio. Se la politica non sostiene questo tipo di lavoro, diventa molto difficile proseguire. Ricordo che si tratta anche di qualcosa di nuovo: siamo un ibrido tra il lavoro di strada e l’animazione socioeducativa. Il nostro atout è proprio il fatto di concretizzare idee, passando dall’incontro sul territorio con i ragazzi. Infatti è stato il primo progetto in Ticino che ha ricevuto un finanziamento in quest’ambito dalla Confederazione. Inoltre abbiamo ricevuto anche due riconoscimenti a livello federale: nel 2019 il 2° posto al Prix jeunesse e nel 2021 abbiamo ricevuto il Prix citoyenne (promozione alla cittadinanza).

Renato Bison

‘La Città continuerà a sostenere il progetto’

«La Città ha apprezzato il lavoro fatto finora e intende continuare a sostenere il Social Truck anche in futuro». Renato Bison, a capo del Dicastero educazione, cultura, giovani e socialità della Città di Bellinzona, reputa infatti questo progetto «meritevole», sottolineando che il Municipio è di principio pronto a «garantire l’importo di 62mila franchi annui anche per i prossimi tre anni». Tuttavia, «non sarà possibile coprire l’intera somma concessa dalla Confederazione» per la fase di sperimentazione che, ricordiamo, ammontava a circa 350mila franchi per il periodo 2019-2022.

‘Importante coinvolgere anche i Comuni limitrofi’

La sfida per il Social Truck è quindi quella di riuscire a raccogliere fondi per compensare quanto verrà a mancare dal prossimo settembre. Una possibilità sarebbe quella di chiedere un finanziamento più consistente al Comune che comunque contribuisce già con una «somma importante» al progetto, sottolinea il municipale. Per farlo sarà tuttavia necessario inoltrare un’apposita richiesta che dovrà dapprima essere approvata dal Municipio e in seguito dal Consiglio comunale. Anche se questa richiesta venisse accolta, non basterà, però, per pareggiare il contributo della Confederazione. Un’altra strada è quindi quella di coinvolgere anche i Comuni limitrofi, un strategia giudicata in modo positivo da Bison: «I giovani che frequentano Bellinzona provengono ovviamente anche dal territorio esterno al Comune». Sarebbe quindi ideale che «pure i Comuni limitrofi contribuiscano per far proseguire questo progetto che offre un servizio molto importante ai giovani dell’intera regione». Il municipale si dice quindi «disponibile ad accompagnare i responsabili del Social Truck durante gli incontri con i Comuni limitrofi per sottolineare la bontà di questo progetto, che Bellinzona sostiene, così come il Cantone». Oltre a ciò servirà però anche il sostegno di enti e fondazioni private. Insomma, per proseguire «serve una base finanziaria solida e nel caso non si riuscisse a ottenere l’intera somma a disposizione attualmente, si dovrà anche prendere in considerazione la possibilità di ridimensionare questo servizio».

‘Una base per il futuro dei ragazzi’

Un servizio che Bison reputa in modo molto positivo per diversi aspetti: «Il fatto di recarsi nei luoghi dove i ragazzi si incontrano solitamente, aiutandoli a realizzare progetti proposti da loro, contribuisce a fissare basi importanti per il loro futuro». Un altro aspetto importante è che il Social Truck, operando direttamente sul territorio, riesce anche a «individuare e segnalare ai servizi preposti situazioni difficili, critiche o addirittura pericolose». Svolge quindi un lavoro di «prevenzione, monitorando eventuali criticità». Anche secondo il capodicastero Educazione, cultura, giovani e socialità, il ‘furgone sociale’ non rappresenta un doppione di altri servizi come gli operatori di prossimità. Queste ultime figure si occupano infatti di persone di tutte le fasce di età (non solo giovani) in estrema difficoltà «in modo mirato». Uno dei compiti del Social Truck è, invece, proprio quello di «evitare che si arrivi a situazioni di tale gravità».

Anche se in gran parte il bilancio del Social Truck è positivo, vi è ovviamente anche margine per migliorare alcuni aspetti. In particolare, stando a Bison, sarebbe da perfezionare «la collaborazione quotidiana con l’amministrazione comunale».

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