Bellinzonese

Con suor Maria il monastero sopra Claro torna indipendente

Il 9 febbraio l'attuale madre priora diventerà abbadessa dello storico convento, sancendo la scissione dalla comunità fiorentina di Rosano dopo 48 anni

25 gennaio 2019
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A prescindere dalla religione che ognuno possa o meno praticare risulta difficile restare indifferenti di fronte al fascino del monastero di Santa Maria Assunta sopra Claro. Avvolto da un silenzio surreale, arroccato a pochi metri dal vuoto del precipizio e circondato da floride selve castanili, dal 1490 il più antico convento in Ticino è la dimora della comunità benedettina oggi composta da undici monache. Una comunità che dopo 48 anni tornerà ufficialmente ad essere indipendente sabato 9 febbraio con la benedizione abbaziale del vescovo Valerio Lazzeri. L’attuale madre priora, Maria Sofia Cichetti, diventerà infatti abbadessa, sancendo nuovamente l’indipendenza del monastero che si dividerà da quello fiorentino di Rosano, che dal 1971 – quando pose rimedio alla carenza di vocazioni – regge quello di Claro.

Giunta nel convento di clausura bellinzonese un paio di anni or sono, suor Maria si mostra subito disponibile quando al telefono le chiediamo di incontrarci. E ci accoglie col sorriso quando ci presentiamo sul sagrato del monastero. Sì, perché, in fondo, «aprirsi un pochino non fa mai male», ci dice la futura abbadessa. Una carica che si appresta a ricoprire con grande pace e serenità, senza tralasciare l’onore e l’onere personale, ma soprattutto per la comunità. «Una nomina né attesa, né pensata, né desiderata – premette lei –. È qualcosa che è venuto dal cielo. Sono tranquilla, anche se sento la grande responsabilità di questo compito. Una responsabilità spirituale, morale, pratica e di guida nei confronti delle sorelle. Perché un’abbadessa deve pensare a tutto. Non solo agli aspetti religiosi, ma anche alla vita quotidiana, ai rapporti con il mondo esterno e a tutte le questioni relative alla casa, che è immensa». Il fatto di sottostare alla comunità di Rosano, ci spiega suor Maria, «implicava che le monache dovessero fare avanti e indietro molto spesso dalla Toscana, secondo la volontà dell’abbadessa di Rosano, dalla quale dipendeva tutto. Dunque ora la differenza c’è, ed è molto forte».

Sulla carta la secessione da Rosano è avvenuta già due anni fa, ma sarà resa ufficiale dalla benedizione abbaziale del vescovo Lazzeri dopo che il Vaticano (da cui dipende il monastero di Claro tramite la Diocesi di Lugano) ha accolto la richiesta lo scorso 8 novembre. «Un decreto solenne e ufficiale giunto dopo l’inoltro di una sorta di candidatura in cui abbiamo esposto una relazione sulla vita che facciamo qui e di come osserviamo la regole. E la nostra stabilità negli anni è stata riconosciuta». La volontà di rendere nuovamente autonomo il monastero si sposa con uno dei quattro voti delle monache benedettine: povertà, castità, obbedienza e stabilità, che la comunità ha deciso all’unanimità di mantenere a Claro, per sempre. Nel corso dell’eucarestia del 9 febbraio (info www.monasterodiclaro.ch), il vescovo donerà a suor Maria le tre insegne abbaziali: l’anello della promessa, il pastorale e la croce pettorale. «Come croce pastorale ho scelto quella di madre Agnese (la madre priora cui è succeduta), come simbolo di continuità della tradizione spirituale».

Insegnante, missionaria e infine suora

Di origini abruzzesi e laureatasi a Roma in storia e filosofia, dopo un periodo vissuto come insegnante in un liceo pubblico, suor Maria comincia a girare il mondo in veste di missionaria sempre nel campo dell’insegnamento. «Sono stata in Olanda, India e Pakistan. Ero contenta, ma dentro di me sentivo che mancava qualcosa. Stavo sempre in mezzo alla gente ma avvertivo il bisogno profondo di preghiera e di solitudine». Inizia quindi una lunga fase di riflessione durata cinque anni. «Perché certe scelte non sono facili da prendere. Nonostante la mia famiglia non fosse d’accordo – eccetto mia madre, l’unica che capì che la vita di clausura ero ciò che desideravo – decisi di entrare al monastero di Rosano (che oggi conta circa 500 suore), dove rimasi 20 anni. Ed ora eccomi qui, in questo splendido monastero, dove apprezzo il fatto di essere inserita in una piccola comunità. Il luogo è bellissimo, ideale per la vita monastica e contemplativa». La nostalgia è dunque scongiurata.  

La vita comunitaria: ‘Pure noi abbiamo le nostre passioni. Altrimenti non potremmo resistere’

Sveglia alle 4 seguita da preghiere e salmi fino alle 7.45. Dopo la colazione, tre ore di lavoro. Poi il pranzo al quale segue un’ora libera. Altre tre ore di lavoro nel pomeriggio sono allietate dalla successiva ricreazione. Alle 17.30, vespro e meditazione. Poi la cena e, da ultimo, la compieta delle 20 e il successivo grande silenzio notturno. Questa la giornata tipo che le monache vivono al monastero. «Ma il tempo libero non manca – rileva suor Maria –. Le sorelle più anziane lo sfruttano per riposare, mentre le altre vi alternano attività che in fondo rappresentano le nostre passioni. Vale a dire disegno, lettura, ricamo, musica (grazie al suggestivo organo fabbricato nel 1700) e cura dei fiori e delle piante. Si tratta di tempo libero esterno al lavoro fisso quotidiano. Questo per distendersi e riposarsi, perché per fare la suora ci vuole equilibrio fisico, psichico e spirituale. Urge affrontare la nostra vita con amore, fedeltà e gioia, altrimenti non è possibile resistere. E in qualità di abbadessa, mi preoccuperò di sorvegliare e tenere il controllo di tutti questi aspetti, come una madre che pensa ai propri figli».

‘Ora et labora’

Tenendo fede alla tradizione benedettina fondata sul motto “Ora et labora” (prega e lavora), oltre ai momenti conviviali e rivolti agli hobby, le undici suore del monastero di Claro sono impegnate in lavori professionali per sei ore al giorno. Oltre alle abili operazioni – grazie ai mandati dati da Comuni, Curia, parrocchie e pure dall’Accademia di architettura di Mendrisio – di restauro di libri, documenti antichi e paramenti liturgici, nonché all’esecuzione di pregevoli lavori di cucito e ricamo, le monache si dedicano a coltivare il vasto orto e alberi da frutto (da cui ricavano vari prodotti), ad allevare animali (galline e conigli) e alla cura delle api, contribuendo così, insieme alle donazioni, al proprio autofinanziamento. Dai confini del monastero le suore non escono mai, «se non per andare in ospedale». Delle undici che hanno scelto il monastero sopra Claro come luogo di stabilità, la maggior parte proviene da Rosano, mentre solo tre vengono dal Ticino dove, ci conferma suor Maria, le nuove vocazioni sono alquanto carenti.

L’opinione: suore di clausura su una montagna, ma comunque vicine alla società 

«Non abbiamo né radio né televisione, ma non siamo fuori dal mondo». Ci tiene a rimarcarlo suor Maria, «perché nonostante siamo suore di clausura su questa montagna, spiritualmente siamo vicine alla popolazione. Siamo immerse nel silenzio, ma ci sentiamo inserite nella società, pur nel nostro modo tipico di seguire la vita monastica. Abbiamo contatti in parlatorio e in chiesa, oppure attraverso l’ospitalità che offriamo in foresteria», la struttura volta ad accogliere persone singole o gruppi che desiderano trascorrere momenti di preghiera e riflessione. «Inoltre riceviamo alcuni giornali – continua suor Maria –. Mi occupo personalmente di leggere le notizie che riporto alle sorelle nell’ora di ricreazione. È importante informarle in modo che siano a conoscenza di ciò che accade nella Chiesa, ovviamente, ma anche nel mondo, così da essere partecipi e pregare per i veri bisogni delle persone». Autentica, tenendo conto dei principi del cristianesimo, risulta la visione di suor Maria riguardo alle sfide attuali e al modo in cui la Chiesa dovrebbe porsi. «Bisogna riprendere e rafforzare l’identità di fede cattolica, cioè l’apertura verso gli altri. Un’apertura che non deve essere teorica ed irenica, ma sospinta dall’amore, concreto e forte, al fine di fare davvero del bene. Come la carità che nel silenzio facciamo al monastero, donando soldi, vestiti, quaderni e giocattoli ai bisognosi».

‘Non vorrei celebrare l’eucarestia’

In un’epoca che ha visto la lotta per la parità dei sessi colmare alcune delle molte lacune ancora vigenti, la Chiesa sembra essere rimasta ferma al palo. Sono infatti in molti a non comprendere il motivo per cui le suore non possano celebrare l’eucarestia. «Io non ci tengo proprio a diventare prete – ribatte con estrema calma suor Maria –. Voglio essere quello che sono: una cristiana, una battezzata e una monaca che si sente felice e contenta di svolgere a dovere il compito e tenere fede fino in fondo alla missione della mia vocazione». Secondo la futura abbadessa, nella chiesa ci deve essere collaborazione (ma non sopraffazione) tra uomo e donna per lo stesso fine, ma ognuno secondo la propria identità.

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