laRegione
01.10.22 - 10:46

Orphaned Land. Di metal e di religioni

’Mabool’ è un album del 2004 di un quintetto di metallari israeliani, con testi anche in ebraico e un sacco di religione. Vi suona strano? Ascoltatelo

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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

DISCHI DAL RETROBOTTEGA - Mabool (2004)

Metti insieme metal e musica mediorientale, growl e salmodie, distorsioni e bouzouki, testi in inglese e in ebraico. Unisci tutto in un concept album a sfondo religioso/mitologico: il risultato è Mabool, disco del 2004 dei metallari israeliani Orphaned Land, una band che negli ultimi anni si è fatta strada nell’ambiente registrando importanti collaborazioni con il frontman dei Blind Guardian, Hansi Kürsch, e il leader dei Porcupine Tree, Steven Wilson. Il disco è ispirato a uno dei temi portanti del lavoro della band, l’unità delle tre grandi fedi monoteistiche (Leitmotiv che sarà esplicitato in modo molto più chiaro nel successivo All is One del 2013): racconta la storia di tre Angeli-Fratelli, allegoria delle tre religioni abramitiche, impossibilitati a riunirsi da Dio Padre timoroso della loro potenza e che cercano invano di salvare la Terra dal Diluvio Universale. Nelle dodici tracce Occidente e Oriente si abbracciano senza che l’uno soffochi l’altro, in un amalgama di suoni equilibrato che non cede a certe tentazioni da "ballo facile" di certo folk metal europeo. Gli Orphaned Land non cercano semplicemente di suonare il folk in chiave elettrica, ma incastrano le sonorità mediorientali in un tessuto che resta comunque fedele al sound death metal melodico "alla svedese" (ma, piccola pecca, forse un po’ troppo edulcorato nei suoni chitarristici) con incursioni prog. Brani come "Ocean Land", "The Kiss of Babylon" e l’epocale "Norra el Norra", cantata interamente in ebraico, sono la sintesi perfetta dello stile della band. Le chitarre si alternano con gli strumenti a corda tradizionali, la voce di Kobi Fahri passa dal growl aggressivo al pulito punteggiato spesso di evocative coloriture ispirate alla musica mediorientale. Impreziosiscono il tutto i gorgheggi sinuosi della cantante yemenita Shlomit Levi. Un album che potrebbe far storcere il naso ai puristi del metallo, ma che per originalità e cura della composizione merita più di un ascolto.


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