laRegione
11.09.22 - 16:11
Aggiornamento: 14.09.22 - 18:11

Piccole canzoni da abitare: da Mark Knopfler a Billy Joel

Avete in mente quei brani che “vi prendono”, spesso senza sapere nemmeno perché? Quelli che non passano alla radio e non si trovano nei “the best of”...

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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

C’è un gioco della Settimana Enigmistica che funziona esattamente come il nostro cervello: si chiama "Il Bersaglio". Non so nemmeno da quanti anni vada avanti, e se ci sia ancora, ma presumo di sì, visto che la Settimana Enigmistica, a vedere la copertina, pare l’unica cosa immutabile di questo mondo. Il gioco, per chi non se lo ricordasse, consiste nel trovare un qualche filo logico tra una serie di parole disposte in cerchi come, appunto, in un bersaglio. Ne ho preso uno a caso, su internet. Ecco alcune parole da cui bisogna passare per arrivare in fondo: pagane, pagante, portoghese, spagnolo, Cervantes, ventresca, tonno, tondo, sferico… Facciamo così pure noi, continuamente, dando a volte all’interlocutore – e a volte perfino a noi stessi – l’idea di passare di palo i1n frasca. E quindi può capitare che, dal nulla, ti ritrovi a cercare su YouTube o Spotify una canzone che non ascolti più da dieci anni o giù di lì. Un brano minore di un album minore (datato 2002) di un musicista in declino che ha segnato con la sua chitarra gli anni Ottanta e che – in tutto questo revival infinito più lungo degli anni Ottanta stessi – oggi sembra messo un po’ in disparte.

Perché mi piace? Non lo so…

Il musicista è Mark Knopfler, ex leader dei Dire Straits; la canzone s’intitola "A Place Where We Used To Live". Se non l’avete mai sentita non c’è nulla di strano. In un album passato quasi del tutto inosservato come The Ragpicker’s Dream (2002) è per un pelo la quinta più cliccata (su dodici). Per capirci, la più ascoltata ("Why Aye Man") è brutta forte, eppure ha fatto schiacciare il tasto play cinque milioni e mezzo di volte in più.
Da ragazzo amavo i Dire Straits e nell’epoca delle cassette e dei cd mettevo su continuamente "Sultans of Swing", "Money for Nothing", "Romeo and Juliet", "Walk of Life". Tutta roba che a sentirla piacerà o meno, ma dirà qualcosa anche a chi non si ricorda i titoli. Tra canzoni bellissime ("Telegraph Road", "Private Investigation") e famosissime ("Brothers in Arms", "Tunnel of Love") dei Dire Straits, che non ascolto più da un pezzo, tra mille altri gruppi e cantanti, o magari un film, un libro, una telefonata o la solita app per buttare via il tempo, ho provato a chiedermi - dopo - perché proprio la necessità di arrivare ad ascoltare e riascoltare, con il testo davanti, "A Place Where We Used To Live". La risposta semplice sarebbe: "Perché mi piace". Oppure: "Perché mi ricorda qualcosa o qualcuno". E invece non mi ricorda niente e nessuno. E mi piace, sì, ma molto meno di migliaia di altre canzoni. E quindi? Perché ci sono tornato dentro? Ci sono tornato dentro perché penso che Knopfler abbia costruito qualcosa in cui mi piace perdermi, girovagare, come se fosse un luogo, una casa in cui mi sento a mio agio. Forse non avrei fatto questo esempio se la canzone non parlasse effettivamente di una casa, ma tant’è. Il titolo, tradotto, sarebbe "Un posto dove vivevamo" e il pezzo parla di un amore finito, di una donna ormai lontana e sposata con qualcun altro e della casa in cui la coppia aveva vissuto. Inizia con una cucina vuota e il ricordo della sedia di lui e dei fiori che lei metteva lì accanto. Poi, per capirci meglio, perché è lì che Knopfler mi frega, bisogna passare all’originale, all’inglese: "The shelves of books / even the picture hooks / everything is gone / but my heart is hangin’ on" (gli scaffali coi libri / perfino i ganci per appendere le foto / tutto è sparito / ma il mio cuore è ancora lì). Come sempre nella traduzione si perde un pezzo, perché ‘hang on’ vuol dire proprio ‘restare appesi’ in un posto dove, appunto, non c’è più nemmeno un chiodo per appendere nulla.

Elogio dei brani minori

Al di là delle parole, che sono simili a quelle di mille altre canzoni d’amore più o meno fortunate, Knopfler in quei pochi secondi costruisce con me un’intimità che supera ogni barriera residua: sarà il sapiente uso di qualche tasto dal suono più acuto, sull’estrema destra del pianoforte, che entra al momento giusto tra la sua chitarra – non più stropicciata come ai bei tempi, ma accarezzata come farebbe un nonno cantastorie davanti al camino – e quel rumore un po’ ipnotico di sottofondo che ancora devo capire se sono spazzole della batteria, maracas o sonagli, sarà che a volte è così e basta, come certi amori, certe amicizie, certi posti: ti suona dentro la musica giusta e basta, poi vallo a spiegare a chi te lo chiede. Knopfler in pochi secondi sembra in grado di comunicarmi qualcosa di più profondo, a me che ho cambiato una decina di case, 5 città e 3 nazioni, senza mai averne abbandonata una con quello struggimento, con quel carico di emozioni che ci mette lui. Mi ha fatto venire in mente quella frase di Pavese: "Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici". Mi ha fatto venire in mente quell’altra frase che J.D. Salinger ha messo ne Il giovane Holden: "Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico". Vale per i libri, la musica e per l’arte in generale; vale pure per una volée di rovescio o un colpo di tacco, a pensarci bene. Ancor meglio se quella magia è nascosta in un disco o una partita di secondo piano, che non è per tutti, che te la sei dovuta cercare, guadagnare. Aumenta il livello di intimità perché è facile andare a un concerto e cantare "Satisfaction", "Let it be", "Born to Run" o "La donna cannone", sono canzoni ormai di tutti, troppo grandi perfino per chi le ha create.

Forse quelle note "siamo solo noi"

L’intimità con l’autore va coltivata, anche aspettata. C’è un pezzo di Bruce Springsteen che amo follemente: s’intitola "Black Cowboys" e siamo punto e a capo, un pezzo minore di un album minore (Devils & Dust, 2005) di un momento di carriera meno ispirato, che perfino gli impallinati del Boss a volte faticano a collocare. Anche qui non potrei essere più lontano da quella storia: un ragazzino nero - figlio di una donna che si droga e si fa menare dall’amante - che ruba i soldi sotto a un lavello di casa, bacia la mamma mentre dorme e poi fugge col treno a ovest, verso le terre dei cowboy che guardava in tv dopo la scuola.
Verso la fine del brano parte di nuovo quel piano con le note acute che mi frega sempre, e gli strumenti della band del Boss smettono di essere musica e diventano un treno che sbuffa. Lì sono a casa, lì penso che Springsteen sia l’amico di cui parlava Holden Caulfield, e anche se non lo è che importa. Mi fanno lo stesso effetto "Bambini venite Parvulos" di De Gregori, "Stateless" degli U2, "What’s Good?" di Lou Reed, "Anna (Go to Him)" dei Beatles, e potrei andare avanti ore. Tutta roba che non sta in vetrina, come scarpe che ti calzano perfettamente trovate nello scaffale in fondo al negozio, che nessuno ti propone, che ti devi trovare e provare da solo. C’è più fatica, ma anche più soddisfazione.

A volte è solo fortuna, proprio come l’amore, gli amici e tutto il resto. Come l’uomo nella casa vuota tirata su da Knopfler, che riesce nella magia di appendere un cuore perfino dove non c’è più nemmeno un gancio per farlo, dentro certe canzoni lasciamo pezzi di noi senza accorgercene e poi ce ne dimentichiamo: nel frattempo viviamo, andiamo a caccia di altri bersagli, saltando di palo in frasca, di canzone in canzone. Poi, però, a volte torniamo a guardarli, quei pezzi, andiamo a controllare se la cornice è ancora al suo posto o se è storta, come se fossero davvero vecchie istantanee, qualcosa che abbiamo lasciato indietro non per dimenticarlo del tutto, ma per non appesantirci, non portarcelo continuamente appresso. A volte va a finire che andiamo perfino a riprendercelo, con o senza colonna sonora.

LA SINDROME DI CHICCHESSÌA

di Beppe Donadio

La musica è cambiata da quando le radio hanno cominciato a tagliare l’assolo di ‘Tunnel of Love’ dei Dire Straits, che adesso è quasi una stella minore. ‘Tunnel of Love’ – altro che stella minore, altro che stella – è una piccola galassia da 8 minuti e 10 secondi che dal vivo può durare anche il doppio. Oggi può trasmetterla solo una radio libera, "ma libera veramente" (grazie Eugenio). Quel poveraccio di ‘Rudiger’ invece, il cacciatore di autografi solo come un cane, lui sì che è una stella minore di Mark Knopfler, su quel disco pieno di luminosissime stelle minori chiamato ‘Golden Heart’. Ma si diceva… A un certo punto di "Tunnel of Love", indicativamente (ritmicamente) quando il vagone esce dal tunnel dell’amore, Knopfler si produce nel più intimo e poetico dei flashback d’infanzia, per prorompere poi in un assolo di poche note che è un invito ai logorroici dello strumento a riporre la chitarra nella custodia e a gettarla nel container degli inerti.
Il succo del discorso: "Tunnel of Love" è una di quelle canzoni che ho scelto di non ascoltare più, perché è troppo bella e poi si guasta. E temo sempre che su Otto Fm, la radio che ci fa sentire giovani, taglino l’assolo per mandare Ottoshop ("Ciao Otto Fm, sono Walter da Buguggiate, vendo treno di pneumatici invernali usati pochissimo…"). Non so di quale sindrome si tratti e soprattutto non so se esista la sindrome di non ascoltare più le canzoni sennò si guastano. Se la sindrome non è stata ancora classificata, allora gradirei che le venisse dato il mio nome (mi sta bene che Stendhal si sia preso quella più importante, d’altra parte chi sono io per avercela con Stendhal. Non ce l’ho nemmeno con Dario Argento, se è per questo).

Farfalle (Sangiovanni chi?)

Detto coi Baci Perugina: le canzoni si guastano quando il ritornello, e la strofa non di meno, non producono più le farfalle nello stomaco. Esattamente come le farfalle, le canzoni le sfiori troppo con le dita e la polverina magica che le fa volare perde il suo potere magico. Tutto è cominciato con "Summer, Highland Falls" di Billy Joel, stella minore (minore di "Piano Man" o di "Just The Way You Are") sulla precarietà di noi umani, sorretta da un pattern di pianoforte che può suonare solo lui, Billy, e al di sopra di tutto alcune piccole prese di coscienza come: "Ho visto quella triste resa negli occhi della mia compagna e posso solo restare in disparte, ed empatizzare / Perché siamo sempre ciò che le nostre esistenze ci consegnano / Che sia tristezza, oppure euforia". "It’s either sadness or euphoria". Non ascolto più "Summer, Highland Falls" perché credo che William Martin Joel da Long Island, 73 anni, sia stato colpito da un raggio di luce quel giorno del 1976 in cui la scrisse, lo stesso raggio di luce che per lo stesso album (Turnstiles) gli fece crescere in testa un’idea meravigliosa mentre si trovava sul bus che lo riportava al suo appartamento sulle rive dell’Hudson ("But I’m taking a Greyhound on a Hudson river line"), costringendolo a entrare in casa in tutta fretta per piantare quel germoglio divenuto poi "New York State of Mind". Dunque, non ascolto più "Summer, Highland Falls" per la grandezza di quella intuizione pianistica, per la profondità del testo. Non l’ascolto più per rispetto, per pudore, perché quasi non mi sento degno. Perché non si guasti.

Canzoni e sorrisi

Altre stelle minori. Dei Dire Straits non ascolto più "Love over Gold" perché è perfetta e voglio ricordarmela così. Oro per oro, non ascolto più "Fields of Gold" di Sting. Non ascolto più "Fortunate Son" di Bruce Hornsby, stella minore di uno che è stella minore di suo. Non ascolto più "Blues for Baby and Me" di Elton John, stella minore del 1972, l’anno del coccodrillo, perché non voglio scendere da quel bus sul quale lui e lei sono saliti, quel grande bus che tra un attimo si muoverà per portarli a Ovest, e mentre loro aspettano, alla radio passano un blues, "un blues per la mia ragazza e per me". E non ascolto più "The Pretender" di Jackson Browne, ma solo quando lui dice che vorrebbe trovarsi una ragazza che gli spieghi il significato del sorriso, perché l’ho trovata davvero la ragazza che mi ha spiegato il significato del sorriso e quasi mi sento in colpa col resto del mondo.

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