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28.05.22 - 14:10
di Sara Rossi Guidicelli

Gli spiritelli di Igor Mamlenkov

“Come barista guadagnavo moltissimo, ma dalla vita volevo qualcosa di più e non erano soldi”. Quello che ha fatto prima e farà dopo è tutto da leggere...

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

Michail Čechov ha detto: "Ci sono due tipi di attori: quelli per cui il palco è dove metti le scenografie e quelli che sanno invece che il palco è uno spazio abitato da un’anima misteriosa che come un magnete ti attira continuamente, e perciò questi attori arrivano in teatro in anticipo, vi restano dopo più a lungo, a volte ci dormono". È chiaro che Igor Mamlenkov appartiene alla seconda categoria. Gli chiediamo anche come si sente in questo particolare momento: "Per fortuna non devo esprimermi sulla politica. Non sarei preparato. Mi sento in colpa per quello che succede, anche se sono 14 anni che ho lasciato il mio Paese e non ho mai approvato il suo governo. Non so perché ci si senta responsabili di un presidente anche se non lo hai votato. Forse, se lavorassi in un altro ambito, avrei sentito ostilità, invece dal mondo della cultura ho ricevuto molta empatia".

Igor è una creatura lunare, concentrata sul suo lavoro, sulle persone con cui parla e, come dice il suo clown preferito, cerca di lavorare solo con persone che ha voglia di abbracciare. Lo conosco Igor come artista e apprezzo il suo sogno sulla scena. "Dobbiamo evadere, dobbiamo trovare l’amore e un mondo più bello fuori da questa realtà", dice. E conosco Igor come persona, come russo che viene da una cittadina al confine con l’Ucraina. "Mi sono sempre un po’ vergognato dell’accento della mia famiglia, così campagnolo, così ucraino. E adesso invece credo sia proprio il momento di andare in giro a parlare così come ho imparato, con quell’accento".

Dalla break dance al bar

Igor Mamlenkov è cresciuto negli anni Novanta a Žukovka. Una delle sue fonti principali di ispirazione è sua madre, che gli raccontava storie di spiriti, enigmi, fatti invisibili e spaventosi. Žukovka è stata la sede della seconda fabbrica di biciclette più importante di tutta l’Urss. "Per noi, infanzia uguale a bici. Persino giocare a prenderci lo facevamo in bicicletta. Ma crescendo ci siamo divisi in bande: c’erano delle specie di punk, gli skinhead e noi. Noi eravamo quelli della break dance. Era un posto violento, ho visto un sacco di pestaggi tra le altre due bande. Noi cercavamo di starne fuori; ci vestivamo colorati e danzavamo ovunque. Eravamo un gruppo unito di ragazzi che si incoraggiavano l’un l’altro a inventare il proprio stile, a cercare la propria diversità in un mondo grigio. Abbiamo fatto un sacco di competizioni, che si organizzavano ogni anno nella Dom Kulturij (casa della cultura)". Igor amava il museo, la letteratura e ballare, quindi passava quasi tutto il suo tempo alla Dom Kulturij.


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Il punto di non ritorno

"Visto che ero l’unico che aveva imparato l’inglese tra la mia gente, quando sono arrivati dei danesi per un programma di beneficenza, mi hanno proposto di andare da loro per un anno di Liceo. Avevo 17 anni, ero già mezzo matto e sono partito; là sono anche stato preso per fare qualche comparsata in televisione come ballerino di break dance e ho danzato all’inaugurazione di un museo. Quando ho visto quanto mi hanno pagato, ho pensato: si può vivere facendo quello che ci piace! Non lo avrei mai immaginato: il mio non era un mondo dove si seguivano le inclinazioni... Ma dopo aver scoperto che è possibile, non puoi più tornare indietro". Prima di dedicarsi totalmente alla fantasia, Igor ha studiato lingue, poi è diventato barman-giocoliere, ha viaggiato per il mondo. "Come barista guadagnavo moltissimo, ma dalla vita volevo qualcosa di più e non erano soldi". A 23 anni fa il salto: molla tutto e scappa a Barcellona, dove resta per cinque anni senza documenti. Già durante le prime settimane si imbatte in alcuni artisti di strada e la vecchia passione torna a galla: ora o mai più.


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Teatro necessario

Igor è diventato un clown, si è formato con grandi maestri (Jango Edwards, Johnny Melville ecc.) in Spagna e poi con un Master in Teatro fisico alla Scuola Dimitri di Verscio, dove ora vive tra una tournée e l’altra. Ha lavorato con due mostri sacri del teatro russo e di clowneria: Slava Polunin, che vive in Francia, e Anton Adasinskij, basato in Germania. "Ho imparato ad appropriarmi di vari registri, poetici, lirici, dolci, cupi, di ogni tipo. Il teatro per me è tutto, è la porta delle possibilità. Io credo che quello che succede in scena abbia a che vedere con la spiritualità. Porta con sé un mistero, il quale, anche se non cogli tutto fino in fondo, ti attrae e ti lascia stordito, avvolto totalmente. Quando uno spettacolo mi piace resto in una nuvola di sogno e per un attimo mi dimentico della nostra vita difficile di adulti in questo mondo folle. Il teatro è infatti quel rituale necessario all’essere umano, per svuotarci la testa qualche minuto ogni tanto, per liberarci del quotidiano, piatto e prevedibile, e per affacciarci su qualcosa di più grande, sublime".


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Domovoi

Al festival Maggiolino, svoltosi a Lugano qualche settimana fa, abbiamo visto Igor Mamlenkov col suo spettacolo Kto Tam? ("Chi è là?"); interpreta un piccolo Domovoi, che è lo spiritello di casa, che vive negli angoli e nelle crepe dei muri, si aggira per i nostri cassetti, è buono e un po’ pasticcione. I bambini, dai 3 anni fino agli 11, e tutti gli adulti in sala ridevano, si commuovevano e sono rimasti a bocca aperta in un momento di danza, quando Igor si è dimenticato di noi e noi del mondo fuori. Igor ha costruito gli oggetti di scena – è una parte molto importante del suo lavoro – o li ha raccattati nella spazzatura, e ha scelto con cura le musiche. Anche se lui parla molte lingue, in scena borbottava solo un gramelot infarcito di parole italiane, spagnole, russe, inglesi e chissà che altro. Igor, dice, fa teatro anche per evocare quello che gli preme di più: temi come l’alienazione, la povertà, il nonsense, il fallimento, l’emigrazione, la guerra. E in questo momento, afferma, c’è più bisogno che mai di parlare di questo con luce, poesia, idee che alleviano il dolore.


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