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22.05.22 - 14:00
Aggiornamento: 23.05.22 - 12:38
di Alba Minadeo

Dalla biopolitica alla psicopolitica. La filosofia ci salverà?

‘Nel cuore della relazione di potere, e a provocarla costantemente, c’è la resistenza della volontà e l’intransigenza della libertà’ (Michel Foucault)

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

Negli anni Settanta del Novecento, il filosofo francese Michel Foucault introduceva il concetto di biopolitica, legame diretto tra il potere e la vita. Più recentemente il collega sudcoreano Byung-chul Han ha aggiunto quello di psicopolitica. Di cosa si tratta e come possono aiutarci?


Byung-chul Han (classe 1959) è un filosofo e docente sudcoreano che vive in Germania.

Durante la pandemia, al radiogiornale spesso abbiamo sentito parlare dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19 e subito dopo del PIL, il Prodotto interno lordo che misura la crescita di un Paese. Non è un caso, poiché dalla nostra salute dipende anche il benessere economico. Già nel 1976, il pensatore, sociologo e storico Michel Foucault (1926-1984) spiegava perché la medicina si fosse trasformata in una strategia biopolitica nel suo saggio La volontà di sapere. Dalla seconda metà del XVIII secolo, gli interessi del nascente capitalismo misero il corpo – la forza lavoro produttiva – al centro di un modello politico basato sulla medicalizzazione della società, facendolo diventare un oggetto del potere (Nascita della clinica, 1963).
Da allora, il controllo delle istituzioni sugli individui avviene mediante tecniche disciplinari, che hanno come obiettivo quello di aumentare la forza e il vigore dei corpi. E, attraverso il sistema sanitario, di garantire l’efficienza della popolazione lavoratrice, per non intasare le strutture ospedaliere e non gravare sulla spesa pubblica. Se non stiamo bene, dobbiamo rimetterci presto in forze per tornare a lavorare, ci vengono prescritti farmaci, senza rispettare i tempi di autoguarigione del corpo. Una volta il potere sovrano esercitava il diritto "di far morire o lasciar vivere" i suoi sudditi, mentre nel XIX secolo si è passati a un potere normalizzatore, che organizza, ordina, dirige la popolazione e dunque gestisce la vita, non più la morte, per ottenere "un più" di vita.


Michel Foucault (1926-1984) è stato un filosofo, sociologo, storico della filosofia, storico della scienza, accademico e saggista francese.

Guerra e biopolitica

Nella nostra epoca abbiamo assistito alle più terribili stragi dell’umanità, come quella di questi giorni. Dice Foucault: "Le guerre non si fanno più in nome del sovrano, ma dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni a uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere". Molti soldati della Prima guerra mondiale non si sarebbero arruolati, ma il corpo era di proprietà dello Stato alla stregua delle armi e, se si fossero rifiutati, li avrebbero fucilati. Secondo il filosofo, la biopolitica è un intreccio di protezione e negazione della vita. Durante il nazionalsocialismo, "il medico doveva interessarsi alla sanità del Volk ancor più che alle malattie dell’individuo e doveva insegnare alla gente a superare il vecchio principio individualistico del diritto al proprio corpo e ad abbracciare invece il dovere di essere sani" (I medici nazisti di Robert Jay Lifton). Dall’incontro con la biopolitica, nacque il razzismo biologista, contro le persone ritenute inferiori o dannose per la società, quali ebrei, nomadi, omosessuali, portatori di handicap fisico o mentale, Testimoni di Geova, massoni, asociali ovvero untermenschen: sub-umani.

Habeas corpus (che tu abbia un corpo)

Altre derive del principio di libertà fisica e personale del cittadino sono oggi, per esempio, la negazione dell’eutanasia, dell’aborto o l’obbligo vaccinale. I temi centrali del biopotere disciplinare riguardano la regolazione del processo biologico, la gestione della vita e della fecondità (controllo di flussi demografici, natalità, mortalità) e della morbilità (lotta alle endemie). In altre parole, la crescita e la governabilità della popolazione per il raggiungimento del benessere di tutti, creando una norma da seguire, se si vuole rientrare nei parametri sociali di chi ne ha diritto.

L’espropriazione della salute

Sempre nel 1976 uscì il saggio Nemesi medica di Ivan Illich, un classico del pensiero radicale, che demitizza l’istituzione medica, condannando l’estrema medicalizzazione della società, la gestione professionale del dolore e della morte. Secondo il filosofo austriaco, tutto ciò è una conseguenza delle ricadute negative di uno sviluppo eccessivo della tecnologia. In un mondo basato sul progresso scientifico, il sistema sanitario crea sempre nuovi malesseri e bisogni terapeutici. Anche la morte diventa un fattore patogeno. Il mito della salute trasforma l’individuo in un sistema immunitario su cui la medicina deve intervenire per eliminare malattia e sofferenza, per eludere la fragilità del corpo e la sua corruzione nel tempo. Secondo Illich, l’allontanarsi dall’arte di soffrire è la negazione stessa della condizione umana. Si dovrebbe eliminare la sovrapposizione tra politica e salute, evitando sia di politicizzare la medicina (lotte tra scuole mediche contrapposte) sia di medicalizzare la società, che potrebbe portare i cittadini a essere, come in passato, delle potenziali vittime. Nella commedia Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello, la verità viene derubricata dal sistema come follia. Ciampa, il marito tradito, condanna alla morte sociale la moglie del traditore pur di restare all’interno della società, che si fonda sulla comune menzogna.

La ‘Psicopolitica’ di Byung-chul Han

"Un’infinita possibilità di connessione e di informazione ci rende veramente soggetti liberi?". Questo è l’interrogativo a cui risponde il filosofo sudcoreano-statunitense nel suo saggio del 2014, tratteggiando la nuova società psicopolitica, che non si impone con divieti, ma ci spinge in continuazione a comunicare, condividere, esprimere opinioni e desideri, raccontare la nostra vita. Mappa la nostra psiche attraverso i big data, che vengono monetizzati e commercializzati, e ci stimola all’uso di dispositivi di automonitoraggio. Nel panottico digitale del nuovo millennio, di Internet e degli smartphone, veniamo twittati o postati: c’è un cambio di paradigma, la libertà si trasforma in giogo. L’automazione porta a un’immobilità del corpo organico, controllato e intorpidito. In Cina, per esempio, la tecnologia della sorveglianza usa già il riconoscimento facciale (vedi le Olimpiadi di Pechino), lo spionaggio informatico, le telecamere e gli algoritmi per rilevare il comportamento d’ogni singolo cittadino e assegnargli un punteggio, in base al quale avrà accesso o meno a determinati servizi o potrà subire delle sanzioni attraverso il sistema di credito sociale. Per difenderci, Han ci invita a diventare eretici, non conformisti, a optare per una libera scelta. Foucault stesso mette al centro delle sue ricerche non il potere, ma la libertà del soggetto. Nell’era onlife, la filosofia può aiutarci a dare un senso anche ai cambiamenti radicali prodotti dalla rivoluzione dell’infosfera.


Apparso nel 2014, è stato tradotto in italiano nel 2016 (Nottetempo).


La copertina del primo volume della ‘Storia della sessualità’ (1976).

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