laRegione
12.02.22 - 19:30
Aggiornamento: 14.02.22 - 13:46

Cinema. Amélie o il piacere di vivere

È apparso nei cinema in lingua italiana vent’anni fa. Originale, fiabesco, colorato e onirico, qualcuno oggi lo riguarda con occhi molto critici. Perché?

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Ah, i piccoli piaceri della vita...
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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

La protagonista, Amélie, che si realizzerebbe solo trovando l’amore di Nino, alla fine del film, oggi non piace ad alcune femministe, che la liquidano come una donna senza carattere, nel solco delle cenerentole in attesa del bacio del principe azzurro. Per non parlare della regia di Jean-Pierre Jeunet e la fotografia: giudicate estreme e cartoonesche, non convincono più certi esteti che criticano i colori irreali, una ricerca ostentata della simmetria nelle inquadrature - la stessa che in altri (vedi Wes Anderson) viene addirittura osannata - e certe soluzioni d’impatto come i primi piani schiacciati, l’uso sfacciato del grandangolo e una post-produzione invasiva. Possibile che non sia più così favoloso quel mondo di Amélie che - dal nulla - ci stupì tutti?

Ai più distratti può sembrare una Cenerentola parigina di fine Novecento – il film, uscito in Francia nel 2001 è ambientato qualche anno prima –, in un mondo dove ancora si usano le videocassette, il franco francese e gli elenchi del telefono; altri ci hanno visto un film sulla solitudine: fuochino. Casomai sulle solitudini, visto come si entra rapidamente in intimità con tutti i personaggi, di cui ci vengono mostrate – a volte addirittura elencate (“Ad Amélie piace… ad Amélie non piace…”) – piccole e grandi debolezze. Ma neanche quello: Il Favoloso Mondo di Amélie è un film sull’essere soli, che è la base della condizione umana, questione che ci riguarda tutti ed è cosa ben diversa dalla solitudine, che comprende anche il voler essere ostinatamente parte di qualcosa che abbia – o perlomeno ci restituisca - un senso, anche immaginario: perché se il mondo ti respinge, ti emargina o semplicemente non ti basta, qualcosa bisogna pure inventarsi.
Amélie è anche un film sulle strade che - senza nemmeno accorgerci - la nostra vita imbocca fin dall’inizio, a partire dal rapporto con chi ci genera e ci ama in un modo che non sarà mai il nostro, e che quindi va decifrato: quando Amélie ha ancora 6 anni scopriamo che il padre, medico, è convinto che la figlia abbia una malformazione cardiaca perché durante la visita mensile a cui la sottopone, ha il batticuore. Ma lei il batticuore lo ha per l’emozione: è l’unico momento in cui ha un contatto fisico col padre, che altrimenti la ignora. Tutta la sua vita sarà indirizzata da quella mancanza di comunicazione. Lei, tuttavia non rifiuta il contatto col mondo, “solo” (ed è un “solo” con mille virgolette) lo tiene a distanza da quello interiore, troppo perfetto per essere sporcato.


© Shutterstock
Il Café des 2 Moulins: il café-brasserie di Parigi (in 15 Rue Lepic) è stato reso celebre dal film di Jeunet: la giovane Amélie Poulain qui lavora come cameriera.

Simbologia

La sua vita cambia con un piccolo evento (una piastrella che si stacca e svela un buco in un muro) accaduto dentro la narrazione di un grande evento (la notizia in diretta della morte di Lady Diana in TV): un espediente usato da Jeunet per ricordarci che l’importanza di un fatto è sempre relativa. Amélie recupera così per caso una vecchia scatola di latta con dentro degli oggetti (una miniatura di un ciclista, la foto di un calciatore, una biglia…) appartenuti a un bambino che aveva abitato nel suo appartamento prima di lei. Quegli oggetti, scoprirà la protagonista, erano di tal Dominique Bretodeau, un personaggio molto più centrale di quel che si possa pensare, sebbene scompaia presto e riappaia per pochi secondi - senza nemmeno parlare - alla fine del film, in un contesto totalmente slegato da quello di Amélie. Di quell’uomo sappiamo solo che ama cucinare il pollo arrosto e che ha un debole per il suo pezzo più succulento: il boccone del prete, che in francese ha un nome ancora più strano, sot-l’y-laisse: letteralmente “solo gli stolti lo lasciano”. Bretodeau, a cui la protagonista trova il modo di far ritrovare la sua scatola, piange quando la apre, sopraffatto dai ricordi. Non è quel che andiamo cercando per tutta la vita? Vecchi momenti da riassaporare e nuove esperienze da trasformare in ricordo.
L’uomo, scosso, dice: “Da piccoli il tempo non passa mai, poi da un giorno all’altro ti ritrovi a 50 anni”. E si perde nel racconto di un nipote che non vede mai perché lui è in cattivi rapporti col figlio. Alla fine del film ecco per un attimo Bretodeau a una grigliata che prende il sot-l’y-laisse di un pollo e lo porge amorevolmente al nipote. Da quel momento di gioia regalato a uno sconosciuto, Amélie mette in gioco la sua solitudine intrecciandola con quelle altrui, facendo del bene agli altri e di riflesso a sé stessa, confrontandosi finalmente con la realtà. Solo così arriverà, lei, a baciare il suo amato, che non è un principe azzurro in carrozza, ma un altro solitario sognatore con una motocicletta scassata che riempie i suoi vuoti con l’ossessione per l’assenza e le immagini (colleziona fototessere malriuscite buttate via negli atri delle stazioni).


Wikipedia
La scatola di Dominique Bretodeau: feticcio centrale nel film, è esposta al Musée Miniature et Cinéma di Lione.

Occasioni

Chi oggi critica Amélie lo fa perché riversa le sue aspettative su qualcosa che è diventato più grande del previsto, ma non necessariamente deve contenere tutto. È una favola urbana, non un manifesto programmatico. O forse sì, ma niente di più lontano dalla politica. Perché oltre a essere un’esperienza estetica unica sino a quel momento, il film è un invito a liberare la fantasia. Non è detto che debba corrispondere a quella di Amélie o del regista, anzi. Proprio nell’unicità (a dimostrazione di questo potremmo elencare i pessimi tentativi di imitazione) della loro fantasia sta il richiamo nel trovare la nostra. A cosa corrisponde in noi quel sottile piacere di Amélie nell’affondare la mano in un sacco di legumi o lanciare sassi sul Canal St. Martin? Se non lo sappiamo, il film ci invita a cercarlo; se già lo sappiamo, ci dice di goderne fino in fondo, cogliendo piccole e grandi occasioni, anzi creandole, per noi e per gli altri: sono tutte lì, davanti al naso, ma spesso non le riconosciamo, non le assaporiamo. Come tanti sprecati sot-l’y-laisse che solo gli stolti lasciano lì.


Wikipedia
Il Canal St. Martin: il luogo ideale per far rimbalzare i sassolini...


© Shutterstock
Montmartre, fermata métro di Lamarck: qui Amélie decide di aiutare un anziano signore non vedente ad attraversare la strada. Nel farlo, però, gli descrive tutto ciò che vede...


© Shutterstock
Cattedrale del Sacro Cuore: ai suoi piedi si trova un famoso ‘Carrousel’, una delle giostre storiche della città. Per il film venne posizionata una cabina telefonica dalla quale Amélie contatta Nino, e lo inizia a una sorta di caccia al tesoro.


La locandina del film, nella versione italiana apparso il 25 gennaio del 2002. In Francia uscì un anno prima e nel titolo veniva tirato in ballo anche il destino (‘Le fabuleux destin d’Amélie Poulain’).

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