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© Al Fadhil / Patrizia Falconi
25.12.21 - 12:53

Sergio Piccaluga e l’eterna fanciullezza dell’artista

"Non osservo i fenomeni per dar conto delle mie emozioni (...). Il vero sforzo è vivere volta per volta attimi di eternità che poi vengono fatti cadere”

di Keri Gonzato

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato settimanale de laRegione

Nasce a Varese nel 1934 e negli anni Cinquanta si trasferisce in Ticino. La sua attività espositiva inizia a Roma, dove entra a far parte del gruppo ʻGiovani pittori romaniʼ. Al rientro, nel 1961, presenta alla Galleria La Cittadella di Ascona la sua ricerca informale di matrice naturalistica. Con l’esigenza di superare quest’esperienza viaggia in India, Thailandia, Africa e America. Rielabora il tema del paesaggio, la linea sempre più ridiventa segno espressivo. Negli anni Settanta fonda, con altri artisti, il ʻMovimento 22ʼ, entrando in seguito nella società che oggi si chiama Visarte. Oggi continua a sentire il desiderio di conoscere il mondo attraverso i viaggi e si è appassionato al gioco del golf…

Incontro Sergio Piccaluga in quel luogo ibrido e misterioso chiamato Campione d’Italia. Un po’ terra franca, in bilico tra le identità di due paesi, la cittadella era caratterizzata da una vibrante vita notturna intorno agli anni Settanta, mentre oggi è sorniona e tranquilla. Nel corso della storia è sopravvissuta alle bizze dei potenti di turno e oggi, dopo la caduta del Casinò, riparte da zero con la sfida di mostrare un volto nuovo allo specchio del lago. Lui, placido, attende, vestito del grigio-blu della stagione fredda. Sergio Piccaluga è arrivato qua all’età di 16 anni, oggi continua ad avere l’energia fresca di un giovane e di certo non dimostra i suoi 87 anni. Nell’incontrarlo mi trovo a pensare che il segreto deve stare nella curiosità, quella capacità di prestare interesse che mantiene accesa la luce.

La fanciullezza eterna dell’artista

Studia arte in Italia, tra l’accademia di Brera a Milano e Roma dove passa due anni. Si addentra nella scena locale e conosce tra gli altri Mario Schifano, considerato uno dei più grandi pittori italiani degli anni Sessanta… “Era un momento pieno di vita a livello culturale e creativo dove capitava che in un giorno riuscissi a vedere cinque o sei nuove mostre”. Gli anni spensierati e indulgenti della Dolce Vita, immortalata dal film di Federico Fellini, e del neorealismo che investe tutte le arti. Curioso e giramondo per natura, non appena ha un soldo e spesso da solo, senza mappa e con pochi programmi, parte alla scoperta di terre odorose di quel mistero che appartiene solo a ciò che ancora non conosciamo. “Dopo Roma sono andato a Londra poi, affascinato dalle correnti pittoriche anglosassoni, ho preso un aereo a elica fino a New York dove sono rimasto diversi mesi: vi si respirava un’energia incredibile”, racconta ripercorrendo quei periodi densi di incontri e vicissitudini, “ogni viaggio era l’occasione per visitare le gallerie d’arte locali, conoscere artisti, critici e intellettuali e trovare stimoli nuovi”. I mesi all’estero plasmano il suo immaginario, ampliando la palette di colori, cambiando il movimento del pennello sulla tela. Dopo l’intervista, in anteprima, vedo l’allestimento della nuova mostra collettiva Maestri Campionesi presso la Galleria Civica di Campione all’interno della chiesa. L’intento della mostra era quello di dare una sferzata di energia alla cittadella, attraverso i Maestri del passato e del presente.


© Al Fadhil / Patrizia Falconi

Il ruolo della natura

Nelle tele scelte da Piccaluga risulta palese l’influenza americana. Su pareti opposte, si guardano due dipinti dai colori forti, l’arancio sfuma diventando porpora, l’effetto morbido e liscio molto piacevole alla vista. Un uso del colore che una settimana dopo ritroverò nelle sensuali gigantografie floreali della statunitense Georgia O’Keeffe, durante una visita al Centre Pompidou di Parigi. “Al centro di entrambe le tele c’è l’uovo, simbolo di nascita e vita. Nella prima tela ho voluto dipingere la gioventù, l’uovo è esposto a un ambiente aperto, vibrante di possibilità, nella seconda, lo stesso uovo è minacciato dalle fiamme e dalle ferite del tempo”. Il particolare, per Piccaluga l’uovo, per O’Keeffe il fiore, diventa una porta verso una dimensione più ampia. Nei paesaggi di Sergio si percepisce la sua partecipazione completa alla dimensione naturale (al lago, alla roccia, alla distesa di verde). Tanto completa che l’elemento naturale si espande in una rappresentazione astratta dai colori densi. “Nella natura c’è il mistero della pittura”, dice, “un mistero che non chiede spiegazioni razionali, che non pretende finalità e progettualità, ma solo una partecipazione estrema, eroica e innocente”.

La questione degli spazi

Negli anni di maggiore e più intensa attività pittorica l’artista si reca a Lugano per lavorare in atelier, prima in Via Nassa e poi in Via Lavizzari dove condivide lo spazio con artisti come Fernando Bordoni e Al Fadhil. Lo sfratto dagli spazi di Via Nassa, destinati a diventare appartamenti di lusso, parla di un problema sempre attuale a Lugano, quello della necessità di dare più importanza, strutture e mezzi alla scena culturale locale. “Mi è sempre piaciuto vivere l’atelier con altri colleghi, dialogare, scambiare opinioni, assieme negli anni Settanta è nato il Movimento 22, con l’avvento dell’era virtuale questo spazio di scambio in carne e ossa è venuto man mano a cadere” , racconta. “Prima lo scambio tra intellettuali era intenso, ci si spostava tra Milano, Como, Lugano, Locarno-Ascona e Zurigo e si scambiavano punti di vista sul mondo” continua. “Uno dei miei più cari amici è stato il critico d’arte Walter Schönenberger che, siccome non aveva la macchina mentre io sì, spesso mi contattava per scorribande nei luoghi della cultura a Milano e dintorni”.

Seguire l’istinto

Una vita fatta di istanti, vissuti intensamente per poi essere lasciati andare. “Non osservo i fenomeni per dar conto delle mie emozioni o per misurare l’ampiezza delle riflessioni. Il vero sforzo è vivere volta per volta attimi di eternità che poi vengono fatti cadere”. Approccio tipico del viaggiatore che vive nella sua interezza l’attimo per poi lasciarlo andare per far spazio al prossimo profumo, al seguente paesaggio. “Ho sempre amato la libertà di partire, seguendo l’istinto, e tutt’oggi se avessi più energia partirei subito. Sento più forte che mai il desiderio di vivere pienamente questi anni della mia vita, piuttosto che rinchiudermi in atelier e dipingere: respirare, sentire, vedere, gustare piuttosto che raccontare ciò che già so su di una tela”.

© Al Fadhil / Patrizia Falconi
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