laRegione
04.12.21 - 10:19

‘Canto di Natale’. Un racconto di Giorgio Genetelli

‘E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte, / lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte’ (Francesco Guccini)

di Giorgio Genetelli
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© G. Genetelli
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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

Adesso glielo dico che io mi fermo. So già che dovrò impuntarmi, scioperare per qualcosa. Della fame no, mangiamo già così poco stavolta. Magari togliermi le scarpe e rifiutarmi di camminare.
Scolto Mam, a sem stufu aigra. A podom posèe?
Quando sono incazzata e stanca mi viene solo il dialetto.
Ma lei fa come se non avessi parlato, non rallenta il passo lento e possente, che mi viene il nervoso solo a guardarla. Non so come faccia, sono ore che ingurgitiamo fatica dentro questa montagna paralizzata dal gelo.
Ci fermeremo all’imbrunire, risponde dopo un bel po’, quando la mia protesta è ormai sfumata. Non mi aspettavo neanche che lo facesse e quindi la cosa mi irrita ancora di più.
Ma l’è sgià scuur ’me in boco.
È l’ombra degli alberi, dice, e la immagino che sorride sarcastica, senza fare concessioni, come se fossi una bambinetta. Come suo solito.


© Ti-Press

Ce la sta mettendo tutta per arrivare di là e trascinarci anche me. Dice che staremo al caldo e daremo un senso, io troverò un senso, a questo cammino inspiegabile. Ma è un’impresa che ha messo in piedi lei, quel “di là”, per me non significa niente, non so nemmeno dove sia. E qua non ci sono che boschi, dove il sole è preso a pugni e non entra, in questo ha ragione.
Anche quella famiglia che ci aspetta è causa della fatica e già la detesto. Gente sconosciuta che noi dobbiamo andare a trovare, senza un perché.
Il perché te l’ho spiegato.
Ma mi a capisi mighi listess.
A volte non serve capire troppo.
Ma dal trep al noto…
Non è “niente” quello che capisci, o che pensi di capire. Magari è poco, ma si comincia sempre con il poco che si ha, pensa ai semi che diventeranno fiori.
Allora, penso al poco di quel perché, a questa famiglia alla quale sta per nascere un figlio e la Mam si è assunta il dovere di esserci per tempo. Non gliel’ha chiesto nessuno, è lei che si è intestardita.
Non so neanche se poi esista questa famiglia. E magari quando ci arriviamo il figlio è già nato e restiamo con la pepa in mano. Cioè, ci resta la Mam con la pepa, io non c’entro e anzi spero proprio che vada così, le starebbe bene.
Adesso che hai rimuginato, cammina, mi fa con quel tono scoraggiante di chi non ha bisogno di dirlo due volte. Vorrei morderla.
Non nevica ancora, almeno quello; è quasi sera, la luce è flebile, non ci sono stelle in cielo a indicare la strada. Lei si ferma finalmente vicino a una spelonca piena di foglie secche, si gira e dice un semplice qui. Qui sotto a un sasso...
Sono stremata. Più che dalla marcia, dal suo modo di fare le cose e di farle fare a me.
Comandona, le grido.
Piangina, risponde ridendo, come se fossimo a casa con il risotto in tavola e non in uno stato preistorico.


© Ti-Press

Questa settimana dell’anno è la più bella, i negozi sono sempre aperti, la gente popola la piazza con i doni incartati sottobraccio, si spendono soldi per far bella figura. Si sta all’aperto in compagnia, battendo il freddo con il vin brûlé. La sera della vigilia ceniamo dal nonno di Claro e poi noi ragazze torniamo in piazza a stare in giro fino alla messa di mezzanotte.
Il mattino della festa ci sono i regali da scartare e poi il pranzo, di portate inusuali e profumate, coi nonni di Preonzo e lo zio di Ginevra, mio fratello che dice cazzate.
Un po’ mi annoio, ma neanche tanto, e nel pomeriggio facciamo una passeggiata io e lo zio, che mi piace perché quando siamo soli posso parlargli della mia vita e delle mie emozioni e lui mi ascolta, non come la Mam.
La sera ceniamo al ristorante e dopo che la Mam e il Pa’ se ne sono tornati a casa, facciamo casino coi maschi, qualche birra, baci furtivi e sigarette. Il giorno dopo è ancora festa e io mi sento sempre bene, magari vado a sciare o a pattinare. Sono giorni belli, proprio.
Stavolta invece siamo donne delle caverne, sperdute, solo io e lei con un fuocherello e lo slafsach. Assurdo.
È una cosa da donne, ha spiegato qualche giorno fa ai maschi di casa senza che loro potessero replicare. Non che a me avesse chiesto un parere, tra l’altro. Ha detto solo che dovevamo andare, noi duei, e basta. Poi ha aggiunto in modo perentorio quella cosa della famiglia che aspetta un figlio e che è una questione di dovere. Da qua in avanti non ho più capito e mi sono sentita sempre più nervosa.
Perché non ci siamo andate in auto? Non si può.
Perché tocca proprio a noi?
È necessario.
Ma chi ti ha detto che dobbiamo andarci?
Me lo sono detto io, e vale anche per te.
E s’ai trovom mighi?
Li troviamo, li troviamo.
Com te fa a vess inscì sicuru?
Non so come faccio, ma ne sono certa.
Per un po’ non dico più niente, sconfortata, irritata, in balia del suo imperio. A quest’ora potevamo già essere a casa del nonno, e poi sarei andata in piazza con le amiche. Tutto cancellato da questa idea incomprensibile della Mam, che rabbia.
Questi sono i miei pensieri avvelenati, che l’angusta spelonca mi rimanda indietro come un’eco dispettosa.
Amore mio, so che sei arrabbiata e confusa, resisti ancora una notte, mi dice mentre ravviva il fuoco.
E poi mi bacia, la mia Mam, a tradimento. Sono una giovane donna, non una bambina da manfugnare. Mi scosto ma quel bacio è così tenero che mi viene da piangere e allora mi copro col cappuccio dello slafsach e fingo di dormire, immagonata fino alla punta delle dita, incapace di ricambiare il suo bene. La odio per questo viaggio orribile.
Ormai sono anni che non la capisco, e che lei non capisce me. Nessuna confidenza o condivisione. Stiamo nella stessa casa, ma non guardiamo mai un film insieme, non parliamo di nulla che non sia del suo lavoro o dei miei studi, o di cosa mi va di mangiare. Le rispondo sempre in modo vago e con fastidio, per troncare gli approfondimenti che non capirebbe. Lo sento che lei vorrebbe, ma io no, non più.
Credo di aver smesso di riferirmi a lei senza nemmeno accorgermene, nauseata dalla sua insistenza sulle cose della mia vita, dal chiedermi conto dei miei pensieri e delle mie nuove pulsioni al peso che mi addossa con la sua malinconia, fino al fastidio di quando liquida con sufficienza un dissapore, rassegnata perfino a un dolore. Sono certa che ormai non mi ascolti nemmeno e allora che senso ha parlare?
La notte nella spelonca mi straluna di sogni e passi d’animali, che mi frusciano sotto la pelle come l’ignoto. Viaggio in una specie di passato, dev’esserlo perché arrivo in un prato dove ci sono dei calciatori e tra loro il Pa’ ancora ragazzo che fa esercizi di ginnastica; c’è anche la nonna che rivedo per la prima volta dopo che è morta tanti anni fa e ancora ha quella pelle diafana e la luce tormentata negli occhi.
Mi appare un cervo, che soffia vapore dalle narici, gli occhi incantati; è davanti alla spelonca o nel limbo dell’inconscio, e sembra volermi parlare, ma appena allungo una mano fugge.
Sull’erba del prato giocano con il pallone; in braccio al Pa’ saluto persone che mi sembra di conoscere e mangio un gelato. Il luogo è distorto ma familiare, una gita remota in Leventina o qualcosa di simile; sto sul sedile posteriore a leggere le targhe delle auto; un grottino per la gazzosa e poi un prato alpino con la coperta stesa tra boschetti di mirtillo e rododendri. Nuoto in acque tiepide e mai viste, senza paura di annegare. Un senso di dolcezza.
Mi risveglio con la mente subito sgombra, vedo la mia mano che stringe la mano della Mam. Si desta anche lei, ritraggo la mano, spero che non parli.
E non lo fa. Si alza, riaccende il fuoco, prepara un po’ di pane con marmellata e l’Ovomaltina fredda che depone sul canovaccio che sa di casa, di pulito. Mi imbocca con pazienza, io seduta ma ancora avvolta nello slafsach.
Nevica.


© Ti-Press

C’è un silenzio che ammanta di meraviglia, un candore che si spinge dentro di me. Non ho freddo e penso che vorrei restare lì per sempre.
Ma bisognerà partire, lo so, andare da quella famiglia che attende proprio noi. La Mam sta già preparando lo zaino. Indugio nel mio cantuccio senza aver ancora parlato, serena, senza fretta, scaldando le mani al fuoco che sta languendo ma che non si decide a spegnersi, come se attendesse me.
Dobbiamo camminare ancora tanto, Mam? chiedo, sorpresa dalla mia voce che sembra nuova, ritrovata, in pace.
Siamo già arrivati, è nata, possiamo tornare, annuncia con uno splendore ventenne sul viso.
E allora, con questa mia voce novella, riesco a dirlo.
Ti amo.

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