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13.11.21 - 16:27
Aggiornamento : 15.11.21 - 15:07

Disavventure Latine 8. Senza tejo, tornerò

Il caffè in Colombia è pessimo. Attenzione, non il caffè prodotto in Colombia, ma quello che bevono: “Il migliore rende troppo per non venderlo..."

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

Volevo vedere il Canale di Panama perché da bambino sfogliavo quei libroni con le grandi opere dell’uomo. E poi volevo attraversare un confine. Un confine vero. Perché ormai in Europa, anche quando ci sono, è come se non ci fossero. Niente timbri, niente suspense, niente di niente. Ti giri e all’orizzonte vedi l’Ikea da tutte e due le parti. E non sai più se stai tornando a casa o se stai andando via. In America Latina, come altrove, le frontiere sono mondi a parte: faccendieri, cambiavalute, procacciatori di ogni genere di bene materiale e immateriale. Tra Panama e Colombia è un mondo ulteriormente a parte. Sempre se non scegli la via facile, l’aereo, o quella difficilissima, avventurarsi tra le boscaglie e i guerriglieri del Darien, al cui confronto i faccendieri di confine hanno la pericolosità dei puffi. Insomma, volevo entrare in Colombia in un modo un po’ avventuroso, ma possibilmente vivo. Ci sono arrivato via mare, su una barchetta grande quanto un divano, ma non altrettanto comoda. Da lì mi aspettavano la Cartagena di García Márquez, la Medellín di Escobar e la Bogotá di due tipi loschi col coltello. Ma ancora non lo sapevo.


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Armenia, Salento, Grecia, Albania, Olanda, Alsazia, Il Cairo, Siviglia, Palermo, Marsiglia. Entrare nella zona del caffè e guardare i cartelli stradali è un giro del mondo. È come se qualcuno avesse deciso di staccare dei nomi a caso dall’atlante e poi li avesse appiccicati tutti in questo pezzo di Colombia che tutti chiamano “zona cafetera”. Scegliere di arrivarci in autobus, da Medellín, è un atto di fede, un controsenso accentuato dai nomi delle compagnie, che si chiamano perlopiù Rápido ed Expreso: ancora devo capire se per loro è una forma di autoconvincimento o di autoironia. Viaggiare in bus per la Colombia è una sfida alla tua pazienza: sai che tutto quel che stai facendo si potrebbe fare molto più velocemente non solo in Europa, ma anche in quasi tutti gli altri Paesi latinoamericani, eppure più accumuli ritardi più è facile che accadano cose, anche piccole, ma irripetibili, che poi è quel che vogliamo quando viaggiamo. Nella prima delle due pause finisco in un posto che sembra uno zoo in cui hanno dimenticato di chiudere le gabbie, spuntano uccelli colorati e animali terrestri dappertutto. Alcuni li riconosco, altri paiono talmente bizzarri che mi chiedo se è la stanchezza o se ho scoperto una specie nuova senza saperlo. Immagino che i colombiani sappiano. Loro, bambini esclusi, non fanno molto caso agli animali e comprano in un bar che domina una foresta fittissima litri di bevande ipercolorate e iperzuccherate. Il gusto? Prendete una bottiglia di Fanta piena per metà, aggiungete un flacone di sciroppo per la tosse per bambini, quelli aromatizzati alla ciliegia, e nello spazio che manca all’orlo riempite di zucchero. Più o meno così. La seconda pausa è uno scheletro di un autogrill nel nulla che sembra sfidare le leggi della fisica, come si dice (erroneamente) dei calabroni, che volano anche se non dovrebbero. Ecco, quell’autogrill sta in piedi a dispetto di ogni evidenza: dentro ci sono un self-service, un panettiere che sforna all’istante dolci già stantii e un venditore di uova, galline e polli, vivi. Un passeggero del mio bus tratta e io uso tutte le mie energie mentali per non farglielo comprare: già non mi funziona lo schermo con film e giochi con cui potrei passare un po’ di tempo, mi manca solo un pollo vivo con cui condividere le ultime tre ore di viaggio. Tant’è che non lo compra illudendomi di avere un qualche potere telepatico.


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Il ‘pistolero’ solitario

Quando arrivo ormai è buio e ho giusto il tempo di mangiare un boccone, la notte nasconde una cosa evidente il mattino dopo. Salento è piena di colori: le porte, le finestre, le insegne. Toni accesi, quasi accecanti, proprio come disegneresti il Sudamerica. Nella piazza del paese ci sono decine di piccole jeep colorate, si chiamano Willy ed è il servizio taxi: ti portano nei due posti dove è proprio il caso di andare, la valle del Cocora e le fincas, le fattorie dove viene prodotto uno dei caffè più noti e pregiati al mondo. Lì sentirò con le mie orecchie una cosa che spiega molto bene capitalismo e colonialismo. La finca dove vado io si chiama Don Elias e a un certo punto compare lui, il vecchio Don Elias, che è proprio come te lo aspetti: poche parole, molto orgoglio, baffi da spaghetti western e un cappello da cowboy. Lì, mi confermano quel che mi avevano detto da giorni le papille gustative: il caffè in Colombia è pessimo. Attenzione: non il caffè prodotto in Colombia, ma quello che bevono. “Il migliore rende troppo per non venderlo. E così i produttori ne tengono qualche chilo per sé e per gli amici, il resto va tutto fuori dalla Colombia”. La seconda tappa è un giro nella valle del Cocora: l’ideale sarebbe con il sole, invece piove: non sempre, non forte. C’è anche la nebbia, che alla vista perlopiù toglie e in alcuni momenti dà, regalando panorami inattesi. Vedrò dei colibrì il cui battito d’ali è talmente rapido che sembrano fatti apposta per non essere fotografati e cavalli sospesi, avvolti nella foschia. A fondovalle, dopo ore di camminata nel fango, troverò un ristorante male in arnese: fanno frullati di frutta espressi e hanno la trota più buona del mondo.

Mira, tira, colpisci: boom

Quando torno con un Willy rosso fiammante a Salento è ora di una doccia e poi di entrare in quel bar che per me ha un’attrazione magnetica sin da quando sono arrivato: il Café Danubio. Ha un bancone arancione e verde che sembra pronto per una scazzottata di Bud Spencer, dentro si gioca a carte e a biliardo: indossano abiti tradizionali e il tutto sembra un concentrato di Colombia rurale a mio uso e consumo. Ordino una birra e scendo al piano di sotto: lì scopro il tejo, vero sport di questo angolo di mondo. Un uomo sta giocando con due donne, li osservo, mi invitano a prenderne parte con tre sorrisi larghissimi. Funziona così: una corsia simile a quella del bowling e in fondo un bersaglio di fango con, quasi al centro, due petardi che se colpiti esplodono: fanno fumo e rumore, valgono punti extra. Sennò come in tutti i giochi di precisione il punto lo prende chi si avvicina di più. L’oggetto da lanciare somiglia a un disco da hockey su ghiaccio, ma è molto più pesante. Sembra facile, non lo è. Proseguirà così la serata, tra birre, rum e partite di tejo di dubbia qualità con sconosciuti. Il giorno dopo ho un altro lentissimo Expreso in direzione Manizales. Voglio godermi Salento un’ultima volta. Molti negozi sono ancora chiusi, cammino e tutto sembra fermo: potrei giurare che la lancetta dei secondi va più lenta qui. La città intanto si sveglia e si riempie di gente. Da un patio spunta una canzone a un volume troppo alto per i protratti silenzi di Salento, ci metto un po’, ma la riconosco: è la versione spagnola di ‘Tornerò’, una canzone italiana degli anni Settanta che non so quando mi sia entrata in testa e soprattutto non so come sia finita tra piantagioni di caffè e partite di tejo. Nemmeno me lo chiedo, visto che qui, in poco spazio, hanno saputo stiparci i nomi di mezzo mondo. C’è davvero posto per tutti e tutto, anche per canzoni del passato che sembrano leggerti nel pensiero: ‘Tornerò’.


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Don Elias


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