laRegione
07.08.21 - 18:28
Aggiornamento: 09.08.21 - 09:11

L'universo di Marko Miladinović

Non sappiamo nemmeno se il suo nome si scriva proprio così. Ma non fa nulla, dice lui: “Chiamami come vuoi. L’importante è che tu mi abbia trovato”

di Martina Parenti
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Marko alle Giornate Letterarie di Soletta (Solothurner Literaturtage).
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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Artista poliedrico e poeta ticinese di origine slava, vive nel Mendrisiotto ma è spesso in viaggio per partecipare a festival, residenze e manifestazioni letterarie. Nel 2019 vince la Borsa Letteraria di ProHelvetia mentre nel 2020 si aggiudica il Premio Poestate. Quando glielo chiedono, risponde che nella vita tenta di fare il meno possibile e di dedicarsi solo a ciò che gli piace. Per questo ha fatto dell’arte e della scrittura il suo mestiere a tempo pieno. Sul suo sito (markomiladinovic.ch) sono documentate tutte le sue opere e attività.

Ma come accidenti si scrive questo nome? Google mi viene in aiuto, cerca di comprendere i miei strampalati tentativi, suggerisce correzioni con un timido “forse cercavi...?”. Poi, soddisfatto, mi presenta una sfilza di notizie su una giovane promessa serba del tennis. Niente, non sto trovando quello che mi serve. Finalmente aggiungo al nome la parola poeta, e trovo il sito giusto. Entro e campeggiano varie versioni dello stesso cognome scritte a caratteri cubitali. E improvvisamente mi trovo di fronte a tutti i miei errori di digitazione scritti nero su bianco. Mi tranquillizzo. Sorrido. Sono stata beccata. Marko (il poeta, s’intende) deve sapere benissimo in quanti inciampi cade chi non ha dimestichezza con il serbo-croato. Ma, dato che è un artista della parola, trasforma le sue molteplici identità in poesia visiva, gioca con il proliferare di consonanti, aggiunge e toglie lettere, accoglie il visitatore con una piccola esplosione di suoni come a dire: “Chiamami come vuoi. L’importante è che tu mi abbia trovato”.


© Anna Allenbach

Un po’ poeta e tutto il resto

Classe 1988, Miladinović (ma si scriverà così?) nasce nell’attuale Croazia, nella città da cui ha inizio la Guerra dei Balcani. “Lo stesso giorno in cui ho compiuto tre anni – racconta – Vukovar si arrendeva poiché completamente devastata. Così ogni mio compleanno in famiglia si è tutti tristi. Sono cresciuto ‘momò’ in Ticino, ed è in questa regione che ho il più alto numero di affetti”. Di lui sono state dette e scritte molto cose. È stato definito rivoluzionario elvetico, crazy guy, novello Zarathustra, re incontrastato del funk sommesso e anche Poeta svizzero-psichedelico di alto livello. Una cosa è certa: Miladinović non è uno che passa inosservato. La sua è una scrittura che si fa performance, che richiede corpo, voce, orecchie e, all’occorrenza, anche qualche piede posticcio da infilare nel taschino.
“Poesia è formulazione magica – afferma –; chi la dice viene trasformato. Naturalmente ci sono formule che non funzionano più o non hanno mai funzionato. Mentre, letteralmente, poesia è ‘creazione’, per cui mi ci sono avvicinato nascendo... Io che pensavo di dormire, al mio risveglio non potevo che riconoscermi un ‘creatore’, cioè un poeta”. Anche se la semplice definizione di poeta risulta forse un po’ riduttiva di fronte a un artista così versatile e vivo, autore anche di ready-made, sculture, video, installazioni sonore e disegni che a volte nascono insieme ai versi, altre vivono di vita propria. “Vengono loro da me - per dirla con Marko - già bell’e che fatti, attratti dal mio puzzo. Io li riconosco e me ne rallegro”.


© Alice Donato

Il mio nome è…

E accade spesso che le sue esibizioni si trasformino in coinvolgenti incontri/scontri con il pubblico, chiamato a partecipare e a interferire con la performance per trasformarsi da semplice spettatore a parte indispensabile – e inconsapevole - dell’opera: “Ero a Torino per un mio spettacolo, scopro che tramite i nomi femminili si compone il mondo, allora recito una poesia che è una preghiera e dura almeno dieci minuti di cui otto sono unicamente nomi femminili al plurale. Comincio tracciando una linea dagli astri ai pesci, dalle Stelle fino alle Alici, nomino tutto: angeli, continenti, paesi, fiori, piante, giorni, animali, lettere dell’alfabeto, colori, festività e così via. Il pubblico impazzisce, qualcuno cerca di bloccarmi fisicamente (mentre sto pregando!), lo bloccano a sua volta prima che possa spaccarmi la faccia, io continuo, altri gridano, ridono, schiamazzano, contemplano. Che tasto ho appena toccato? Allora si avvicina una signora e mi dice: “Il mio nome non l’ha detto, mi chiamo Addolorata”.


© Mara Venco

Un rubinetto basta

Vincitore della Borsa Letteraria ProHelvetia nel 2019 e del Premio Poestate nel 2020, nonché premiato dal Lascito ProCultura Svizzero / ErbProzent Kultur nella categoria “Vertrauen”, Miladinović è un raro esemplare di uomo che vive facendo esclusivamente ciò che gli piace fare, senza coercizioni né datori di lavoro. Si accontenta di poco – “un secondo rubinetto in casa mi sembra già un lusso” - cercando di superarsi ogni giorno di più e rivendicando il suo diritto a non partecipare alla produttività per come viene oggi intesa. È una persona libera, insomma. Lontana dalla macchina del produci/consuma/crepa e quotidianamente impegnata a coltivare l’ozio, da cui – sostiene – non possono che nascere cose buone. Perché dal lavoro per come lo conosciamo vengono solo cinismo, sfruttamento, competizione, violenza, controllo.
Ma, nonostante il suo ostinato impegno nel fare il meno possibile, di progetti, relazioni e opere Marko ne ha creati parecchi e continua a crearne. È stato ospitato in diversi festival letterari in Svizzera e all’estero, ha pubblicato raccolte di poesie, ha esposto le sue installazioni in musei e gallerie, è stato tradotto in diverse lingue tra cui russo, greco e tedesco e, a breve, sarà impegnato in una residenza di tre mesi a Zugo come scrittore stipendiato. Fare l’artista e rivendicare la propria posizione senza compromessi davanti al mondo è un atto di coraggio che richiede dedizione a tempo pieno, capacità di non cedere alle lusinghe del ‘così fan tutti’ e tenacia nel nuotare sempre e comunque controcorrente, cosciente di “creare un mondo interiore tale da farla finita con il giudizio, la colpa, la vergogna, la vendetta, il castigo; farla finita per sempre con la sottovalutazione di sé”.

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