laRegione
14.06.21 - 07:38
Aggiornamento: 17.06.21 - 12:20

Comunione e Liberazione. La finestra aperta

Dei ciellini si dicono tante cose, ma io non sapevo neanche come si scrive la parola ‘Cielle’. Ne ho sempre sentito bisbigliare. Ecco chi sono e cosa pensano

di Sara Rossi Guidicelli
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Mons. Luigi Giussani. Presbitero, teologo e docente milanese (1922-2005), è stato il fondatore di Comunione e Liberazione.
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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

Sono religiosi, hanno tanti figli, stanno fra loro. Presi uno a uno sono fantastici, in gruppo aiuto. Alcuni fanno voto di castità, gli altri si preservano per il matrimonio. Pregano prima di mangiare, appendono il crocifisso in salotto. Studiano, lavorano, arrivano in alto... 

Poi ne ho conosciuto qualcuno di persona

A Lugano, noi allievi del Liceo, se avevamo bisogno di qualcosa, andavamo da Claudio Chiapparino: ci forniva un locale per le feste, la sala per le prove di teatro, ci trovava i lavoretti estivi... In classe con una mia amica c’era una ragazza, ultima di una famiglia numerosa, che mi aveva spiegato il senso della casta attesa e di come possono diventare preziose le cose che aspetti a lungo. Un clown, Roberto Abbiati, che vive in Brianza con altri otto uomini Memores Domini, che uniscono gli stipendi e ognuno riceve ciò di cui ha bisogno, “in generale molto poco, tranne quella volta che mia mamma si è ammalata e tutti l’abbiamo aiutata”; o una donna con otto figli, che parlando di educazione mi ha detto così: “Forse non li ho sempre mandati a scuola puliti e stirati, ma mi sono sempre presa il tempo di giocare con i piccoli e di parlare con i grandi”. Da tempo sono amica di una coppia di docenti, Stefano e Giulia, che non parlano mai di religione, ma che hanno sempre a pranzo o a cena qualche allievo che si sente un po’ solo. Ma neanche a loro osavo fare domande. Non capisco mai se la religione sia qualcosa di troppo intimo per essere discusso fuori dalla propria comunità. Però fuori, appunto, c’è chi confonde Opus Dei e Comunione e Liberazione, chi parla molto e conosce poco di questo variegato gruppo di persone.

Allora ho pensato di chiedere

Prima di tutto a loro, Giulia e Stefano Mascetti. E poi a un Memor Domini, Claudio Mésoniat. Lo dico subito: come si fa a credere in ciò che non si vede, non l’ho scoperto. E cosa c’entrino Formigoni e certi affari della Compagnia delle Opere con quello che ho sentito, nemmeno. Però ho scoperto che il movimento è nato in uno spirito sessantottino, che ci sono persone che possono dire “l’uomo più importante della mia vita non l’ho mai conosciuto” e che far parte di Cielle può essere un modo di avere gli occhi che brillano per tutta la vita.


© Ti-Press
Claudio Mésoniat. Il noto giornalista, già direttore del ‘Giornale del Popolo’, ritratto nel corso di un dibattito svoltosi nel 2015 su droga e prostituzione in Ticino.

Liberazione da che cosa?

Luigi Giussani era nato in una casa “povera di pane e ricca di musica”; in casa sua si erano sposati il Socialismo e il Cattolicesimo; diventato prete, guidava un gruppo di azione cattolica e voleva liberarsi dallo spirito autoritario e bigotto del tempo: nel 1954 Don Giussani è stato il primo in Italia a organizzare vacanze miste, in cui maschi e femmine andavano al mare insieme. Intorno a lui, negli anni della contestazione giovanile, è nato il movimento Comunione e Liberazione. “Per me Cielle era una cosa dei miei genitori, erano riunioni di ex sessantottini”, racconta Stefano. “Più che parlarci di religione, a noi da piccoli ci portavano al museo: era un modo per riflettere sulla vita, sulla bellezza e sull’essere umano. Poi da ragazzi siamo andati a Scuola di comunità, il venerdì sera, e parlavamo delle nostre cose. Per Don Giussani essere credenti non poteva significare solo andare in chiesa la domenica. Lui era uno che amava la musica, la poesia, soprattutto Leopardi, e metteva in relazione il cristianesimo con il quotidiano. Essere cristiani è condividere le passioni, le idee, le domande”. Attraverso la letteratura, o qualsiasi altra espressione del mondo.


© Ti-Press
Mons. Eugenio Corecco. L’allora Vescovo di Lugano (nato nel 1931, morto nel 1995) durante un incontro diocesano svoltosi a Morbio Inferiore nel 1994.

La passione per la vita

“Io sono una persona razionale”, spiega Giulia. “Ho bisogno che si parli alla mia ragione, che mi si consideri libera e complessa. Non avevo trovato questo nella Chiesa fino a che non ho incontrato Don Pino, il responsabile di Comunità all’Università Cattolica di Milano dove ho studiato. Lui è una persona con uno sguardo sulla realtà molto lucido, ti ascolta veramente e non ti giudica mai. Mi ha sconvolta vedere quanto bene mi voleva, quanto ogni volta che andavo a raccontargli quello che mi capitava, ne uscivo migliore. Mi ha insegnato a usare la mia testa, a fare scelte con criterio, a capire cosa voglio davvero”. Quando Giulia e Stefano si sono sposati, ha solo detto loro: “Tenete sempre una finestra aperta”. Ecco perché c’è sempre posto a casa loro per entrare con un’idea, con un bisogno, con un ospite. Mi raccontano in che cosa consiste per loro l’intensità di questa vita nel movimento: “Da adolescente c’era un mio amico che mi aiutava a studiare e valorizzava le mie domande sul chissà perché siamo su questa terra”, racconta Giulia. “Pensavo fosse lui speciale, ma poi l’ho rincontrato all’Università e mi ha presentata ai suoi amici, che erano tutti come lui: organizzavano una serata su Foscolo e poi si andava a bere una birra. Amavano la musica, il calcio, quello che studiavano, si infervoravano nel parlarne e portavano sempre spunti di riflessione. Si appassionavano alle persone, capisci? Io che mi sentivo un groviglio di contraddizioni dentro di me, scoprivo che potevo essere così, che potevo conoscere ed essere me stessa senza paura”. Oltre alle serate di poesia si faceva volontariato, “abituandosi a regalare il proprio tempo”.

E allora mi immagino

Non è così diverso da quello che succede anche agli altri. Abbiamo gli amici, gli insegnanti, la famiglia, le persone che diventano dei punti di riferimento. Ci confrontiamo con i problemi, con lo studio, con chi siamo e chi vogliamo diventare; ne parliamo spesso tra coetanei. I ciellini danno un nome a tutto questo, Scuola di comunità, incontri di fraternità, esercizi spirituali; prendono spunto da uno scritto di Don Giussani o dal suo successore Don Carròn o dal Vangelo... ma in fondo lo viviamo tutti, in un modo o nell’altro, no? Comprendo il senso della parola “religione”: rilegare insieme le persone come le pagine di un libro; e capisco che anche i non religiosi di solito cercano in qualche modo di “diventare un libro” insieme agli altri, unendosi con chi è affine, usando il filo dell’affetto. Come se mi leggessero nel pensiero, Giulia e Stefano mi dicono: “Sai, se anche domani non ci fosse più il movimento Cielle, non cambierebbe molto: gli amici, Gesù, lo spirito della vita come vocazione che abbiamo imparato, l’idea che ogni cosa che ti capita diventa un’occasione, questo non ce lo toglie più nessuno. Rifaremmo Cielle, saremmo noi Cielle”.


Una storica immagine di Don Luigi Giussani con alcuni studenti a Portofino.

La vita centuplicata

Per Claudio Mésoniat, la scoperta di Comunione e Liberazione è qualcosa che cresce all’infinito. Se della sua generazione molti idealisti si sono ripiegati su sé stessi, a lui è successo il contrario: nessun ricordo perduto, ma un’intensità del vivere che continua a svilupparsi. In Ticino Mésoniat è stato tra i primi ascoltatori di Don Giussani, un giorno del 1966 sul Monte Generoso, quando a sentirlo ci andò una sessantina di curiosi... tra cui “quel pessimo soggetto di 16 anni che ero io, con un paio di amici e una bottiglia di grappa sottobraccio” , racconta Mésoniat. “Quel prete di appena 40 anni ci parlò e ci disse: ‘Cristo ha promesso a chi lo segue la vita eterna e il centuplo quaggiù (e persecuzioni). A voi ragazzi la vita eterna forse non interessa; ma è qui che voi potete vivere il centuplo, qui che potete avere cento volte più gusto nel rapporto con lo studio, con i genitori, con la ragazza, con gli amici, con il lavoro, con il bere e col mangiare, con il vivere e col morire’ ”. 
Era la prima volta che Don Giussani valicava il confine e in Ticino ci fu una decina di persone, tra cui Don Corecco, che iniziò a “provare a capire se davvero si poteva centuplicare l’intensità di vita”. Oggi Cielle è seguita da migliaia di persone in settanta paesi del mondo e Mésoniat è diventato membro di Memores Domini, associazione nata all’interno di Comunione e Liberazione, seguendo i ‘consigli evangelici’ (obbedienza, povertà e castità), vivendo insieme ad altri come lui, con i quali mette in comune tutto quel che ha. “Se non c’era Don Giussani favoleggiavo di raggiungere Che Guevara in Bolivia”, ride. “Ho fatto il Sessantotto ma, rimanendo libero e cristiano, ho anche trovato il modo per non lasciarlo spegnere con il tempo, anzi, per farlo esplodere. La Chiesa ridotta a riti e morale non mi va; Cielle per me è un luogo di amicizia e di educazione reciproca, che dura tutta la vita. È un modo per coltivare la fede, senza insabbiare i desideri; e questo a volte fa paura persino all’interno della Chiesa. Anche i miei genitori all’inizio mi guardavano con sospetto, perché non ero più sotto il loro controllo e dei ‘loro’ preti. Tutti i poteri hanno paura della fede vissuta”.

Il lato oscuro

Resta il nodo più difficile. Lo scoglio, il ‘lato oscuro’. In Italia sono emersi scandali che hanno messo in cattiva luce persone del movimento Cielle legate al mondo politico ed economico, in particolare alla Compagnia delle Opere. Si parla di affari, favoritismi e un connubio con il potere che di cattolico non ha proprio niente. Anche in Ticino alcuni denunciano una rete non solo spirituale. Ma oggi non era quello che mi interessava indagare; oggi ho provato solo a porre le prime, semplicissime questioni: chi vi sentite, cosa fate, come pensate. Non desideravo altro, per cominciare, che togliermi un qualche pregiudizio.


Nel corso dei decenni non sono mancate anche le pubblicazioni molto critiche, in particolare rispetto al connubio affari e politica.

MA C'È ANCHE CHI HA SOFFERTO...

Per caso, di questi tempi faccio un incontro. Chiamiamola Viridiana. Le do da leggere quello che ho scritto e mi parla della sua esperienza di ‘Ciellina dalla nascita’ che poi ha deciso di uscire dal movimento. “Vivevo in comunità, c’era una ricchezza di rapporti, amicizie, solidarietà molto forte. Mia sorella e io avevamo tante persone in giro che si occupavano di noi, oltre ai nostri genitori. Ripenso con affetto a quelle coppie così giovani, mamme e papà che spesso venivano da famiglie molto cattoliche e che si erano ribellati: gente onesta, che cercava risposte, che teneva la testa sveglia e ci ha trasmesso valori importanti. Però per noi non è stato così bello. Almeno, non per tutti. Io fin da piccola non sono mai stata credente, però ero obbligata a fare Scuola di comunità, andare alle colonie, ai ritiri spirituali. Vi incontravo regole, dogmi, moralismo; ho vissuto la mia appartenenza a Comunione e Liberazione come si vive in una setta: mi dicevano cosa pensare, come esprimermi. Ho visto miei coetanei entrare in un mondo di frasi fatte, in una vita riempita dalle scadenze del movimento: penso che a certe persone questo possa fare bene, altre invece riescono a mantenersi libere, io invece vedevo che non faceva per me. Per esempio, mi è pesata la mancanza di esperienze sessuali prima del matrimonio, per me è stata una perdita di qualcosa di importante. E non intendo i rapporti sessuali, intendo una certa visione positiva e viva del proprio corpo che cambia, del desiderio, dell’informazione su ciò che accade a quell’età. E poi non ho mai sopportato le indicazioni di voto che ti vengono date ai Meeting di Rimini e non solo lì. Alcuni di noi si sono ritirati: chi perché si sentiva molto lontano dal movimento, chi perché si sentiva solo molto lontano da quei membri che erano entrati nella Lega dei Ticinesi. C’è sofferenza a tirarsi fuori: senti un giudizio negativo, a volte i tuoi genitori sono delusi, perdi amicizie. A volte mi manca quel senso di comunità intorno, dove ti senti in una famiglia così grande, così unita, ma non bisogna idealizzarlo, perché poi all’interno ci sono i litigi, l’ipocrisia e la vanità come in tutti i gruppi umani. E proprio il legame che c’è fra le persone rende più doloroso il confrontarsi con questi aspetti. Adesso non vorrei più far parte di un gruppo, di nessun tipo”.

 

 

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