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09.01.21 - 14:30

Povertà. La pandemia in Ticino vista dai margini

Con SOS Ticino scopriamo come vive il confinamento e le difficoltà chi si trova escluso dai contesti sociali più favorevoli. Tanti sono donne, uomini e bambini con storie di migrazione.

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Una manifestazione di SOS Ticino in difesa dei migranti (Ti-Press)

A causa del virus in circolazione lo spazio sociale si è riconfigurato: le distanze tra le persone sono aumentate e con esse chi già si trovava ai margini vi è stato spinto ancora di più. Tante sono donne, uomini e bambini con storie di migrazione. Assieme a SOS Ticino entriamo nel cono d’ombra in cui si trovano per capire le particolari difficoltà che stanno vivendo in questo periodo.

La pandemia ci ha fatto acquisire un nuovo senso comune. Ormai sappiamo tutti cosa significhi la lontananza forzata dai propri affetti, la preoccupazione per la loro salute, il dolore di non potersi accomiatare, ma anche il timore di uscire di casa, il divieto di varcare i confini, il coprifuoco a svuotare le strade. Si tratta di condizioni che anche prima dell’emergenza sanitaria costituivano la quotidianità per una parte della popolazione che occupa i margini della società e dei nostri pensieri: richiedenti l’asilo, profughi, migranti con statuto precario e senza statuto. O in termini più umani persone con nomi, storie, traumi, sogni e talenti che hanno attraversato deserti e mari in cerca di una vita migliore. Per loro il virus e le misure adottate per contenerlo stanno comportando l’aggravarsi di una situazione già difficile. Ne abbiamo parlato con alcuni responsabili di Soccorso operaio svizzero Ticino (SOS Ticino), organizzazione attiva negli ambiti della migrazione e della disoccupazione con lo scopo di promuovere la giustizia sociale, politica ed economica.

Preoccupazioni per i familiari

“Le persone con cui lavoriamo sono prevalen- temente giovani e fisicamente sane – spiega Valeria Canova, coordinatrice Servizio MigrAzione e responsabile Settore migrazione SOS Ticino –. Le loro preoccupazioni sono simili a quelle della popolazione in generale, declinate secondo le specificità e le inclinazioni individuali. Al comune timore di ammalarsi e a quello per la salute dei familiari che hanno vicino – se ne hanno – si aggiunge l’inquietudine per la salute dei propri cari rimasti nei Paesi d’origine, dove spesso le strutture sanitarie non sono in grado di garantire una presa a carico adeguata e dove i governi non sempre riescono ad attuare delle misure sufficienti per proteggere i propri cittadini. Molto pressanti sono inoltre i timori riguardanti i familiari già espatriati per motivi di protezione che si trovano in Paesi di transito, in attesa di giungere in Europa, senza un valido statuto di soggiorno e quindi in una situazione di accresciuta precarietà e vulnerabilità”.

Attese prolungate

A questo si aggiunge il fatto che i vari lockdown susseguitisi in tutto il mondo hanno rallentato parecchio i ricongiungimenti familiari, come illustra Laura Melera, coordinatrice progetto Protezione giuridica Regione Ticino e Svizzera centrale SOS Ticino - Caritas Svizzera: “Abbiamo assistito nel 2020 ad una sorta di paralisi dei ricongiungimenti da marzo a giugno, soprattutto per persone provenienti da Paesi del corno d’Africa, ma anche per persone nei campi profughi in Grecia i cui familiari già si trovavano in Svizzera. È estremamente probabile che la situazione sia simile nel corso della seconda ondata”. Mario Amato, direttore SOS Ticino e responsabile Consultorio giuridico, aggiunge: “La chiusura delle frontiere, nella prima fase della pandemia, ha posto grossi problemi anche per quelle situazioni non afferenti al diritto d’asilo. Ad esempio persone che avevano già ottenuto un visto per celebrare il matrimonio in Svizzera hanno dovuto riprendere la procedura dall’inizio perché, nel frattempo, i documenti di stato civile erano scaduti, ciò che ha comportato per gli interessati un grosso dispendio finanziario”.

Frontiere come barriere

Rispetto alla possibilità di viaggiare che è stata fortemente compromessa, Canova chiarisce: “Le persone straniere che chiedono asilo politico in Svizzera per motivi di protezione non avrebbero comunque viaggiato verso i loro Paesi d’origine. Come tutte, sono state limitate negli spostamenti verso Paesi terzi dove possono risiedere altri familiari espatriati. Tuttavia solo le persone detentrici di uno statuto di rifugiati sono autorizzate a lasciare la Svizzera, mentre le persone in procedura d’asilo o ammesse provvisoriamente difficilmente possono beneficiare di un documento valido per viaggiare al di fuori dei confini nazionali”. La crisi sanitaria ha comportato anche una drastica diminuzione delle domande di asilo, soprattutto durante la prima ondata. “I flussi inerenti alla rotta balcanica, attualmente la più importante per gli arrivi in Svizzera, sono stati molto rallentati – spiega Melera –. Nonostante si sia assistito a una loro ripresa abbastanza rapida per agosto, settembre e ottobre, in generale il numero di richiedenti l’asilo in Svizzera durante il 2020 sarà molto probabilmente uno dei più bassi degli ultimi dieci anni”.

Un confinamento a maglie più strette

In un momento in cui le possibilità di movimento e incontro sono fortemente limitate, un’abitazione confortevole può fare la differenza. I posti in cui alloggiano queste persone solitamente però comportano ulteriori limitazioni. Si tratta di piccoli appartamenti in grandi palazzi, centri per richiedenti l’asilo o bunker della Protezione civile per soggiorni temporanei in cui il senso di reclusione e alienazione risulta molto accentuato. “Durante il primo lockdown – osserva Canova – abbiamo notato un forte isolamento che in alcuni casi ha causato un aumento del disagio sociale. Abbiamo lavorato molto nello spiegare l’importanza del mantenimento delle relazioni sociali, nel rispetto delle disposizioni sanitarie vigenti, soprattutto nell’interesse dei minori, e questo è stato compreso. Come il resto della popolazione, con il trascorrere dei mesi, hanno imparato a convivere con meno angoscia nei confronti della pandemia e anche i fenomeni di isolamento ‘sproporzionato’ si sono ridotti”. Oltre alle diminuite opportunità di socializzazione, “particolare disagio scaturisce anche dall’incertezza per il futuro in merito alle possibilità di proseguire i percorsi di integrazione sociale, formativa e lavorativa”.

Lo scoglio della lingua

Quanto alla comprensione della situazione e delle misure in atto, prosegue Canova, “soprattutto nella fase iniziale abbiamo riscontrato diverse difficoltà dovute all’aspetto linguistico piuttosto che a motivazioni di ordine culturale. Grazie alle traduzioni realizzate dall’Ufficio federale della sanità pubblica (in forma scritta e video, accessibili quindi anche alle persone analfabete), alle informazioni fornite nell’ambito delle nostre consulenze sociali supportate dagli interventi degli interpreti, e all’effetto moltiplicatore della comunicazione tra pari, è stato possibile migliorare in un secondo momento la trasmissione delle informazioni più importanti. È stato poi interessante osservare come alcune persone, soprattutto provenienti dall’Africa, abbiano dimostrato competenze accresciute rispetto alle nostre nel confrontarsi con il fenomeno pandemico, in quanto già vissuto in precedenza”.

Bisogni che non emergono

Lo stato di emergenza e il lockdown hanno notevolmente inficiato i servizi normalmente svolti sia da parte degli operatori di SOS Ticino sia da parte della rete ordinaria di sostegno socio-sanitaria. Commenta Canova: “Dal canto nostro abbiamo dovuto riorganizzarci in molti aspetti del lavoro, limitando gli incontri presenziali e trasformando dove possibile le consulenze personali in telefonate, e-mail e messaggi. I contatti virtuali hanno forzatamente diminuito gli scambi e le possibilità di fare emergere una parte importante dei bisogni che invece gli incontri in presenza favoriscono, in quanto creano lo spazio di fiducia necessario”. Nel quadro della situazione appena tracciato manca dunque una parte importante di sommerso che contribuisce a screditare ancora la diffusa metafora “siamo tutti sulla stessa barca”.

***
Quando il lavoro non basta

Grazie soprattutto alla Catena della solidarietà, che ha messo a disposizione una parte dei fondi raccolti, e alla generosità dei donatori, SOS Ticino ha predisposto un ‘Aiuto speciale coronavirus’ a favore di lavoratori residenti in Ticino, di nazionalità svizzera e straniera, che si ritrovano in una situazione precaria a causa della pandemia o delle misure decretate dalle autorità.

“SOS Ticino sta prestando aiuto soprattutto a lavoratrici e lavoratori la cui attività, rispettivamente quella del datore di lavoro, è stata totalmente interrotta o diminuita drasticamente. Persone che non hanno diritto (o lo hanno esaurito) alle indennità delle assicurazioni sociali o agli aiuti statali, così come persone che ne hanno diritto ma per le quali quanto ricevono non è più sufficiente per far fronte al sostentamento”, spiega Roberta Bettosini, responsabile progetto Catena solidarietà
SOS Ticino. A seconda del fabbisogno, viene dato un contributo per pagare l’affitto o la cassa malati, le spese di riscaldamento o le bollette dell’elettricità, e vengono forniti anche buoni per acquistare alimentari e beni di prima necessità. “Questo aiuta soprattutto a non lasciare le persone senza un tetto, senza una copertura sanitaria e senza mangiare, oltre che a prevenire un indebitamento eccessivo”.

“Per i lavoratori stranieri – osserva Amato –, soprattutto indipendenti, una riduzione del reddito o la chiusura dell’attività può significare la revoca o il mancato rinnovo del permesso di soggiorno. È molto probabile che gli effetti della pandemia, una volta terminati i vari programmi di aiuto e sostegno all’economia, avranno ripercussioni importanti su molti lavoratori migranti”.

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