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19.12.20 - 17:20
di Emiliano Bos

United Roads of America. Fame, obesità e cibo

C’è più fame oggi negli USA rispetto al 1998. Complici pandemia e stillicidio di posti di lavoro, anche l'alimentazione ne risente pesantemente

Pubblichiamo un articolo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Pasta precotta, verdure e tonno in scatola, confezioni di cereali. Non sono montagne di scatoloni, ma barattoli allineati con cura in questo locale adibito a piccolo magazzino. Qui non ci sono nemmeno le code chilometriche viste a Pittsburgh o Houston per ritirare un pacco alimentare prima del Thanksgiving. La chiesa episcopale di Saint Philip – periferia di Washington – aiuta solo, per così dire, 200 famiglie. La signora Jean Miller mi mostra l’elenco di questa “food bank”, un istituto di credito tutto particolare. È una banca del cibo: “Distribuiamo alimenti di base, in modo che le famiglie possano mettere qualcosa in tavola”. Persone “che non hanno nulla da mangiare”, dice con garbo questa volontaria pensionata. Non c’è cibo qui, a meno di 5 chilometri e una dozzina di fermate di metropolitana dal Congresso di Washington. Siamo ad Anacostia, la Cupola Bianca del Capitol si staglia all’orizzonte. Eccola lì, la ricca capitale degli Stati Uniti. Eccolo qui, un quartiere povero dove il reddito medio è la metà di quello nazionale. Il Covid non ha fatto altro che esacerbare queste contraddizioni. Sulla lista dei beneficiari della signora Miller ci sono nuclei numerosi, famiglie che a volte vivono con un disabile in casa, anziani soli. Lo sportello di questa banca dove invece di depositare denaro si preleva cibo è aperto il lunedì e il mercoledì. “Ma se qualcuno si presenta nel giorno sbagliato, io gli preparo comunque un sacchetto di cibo con quello che c’è qui a disposizione”, chiosa la signora Miller. 


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Baltimora. Il signor Steward in coda a una mensa popolare. Conosce i luoghi dove si distribuisce cibo; molti americani non avevano mai chiesto aiuto alimentare.

America First (prima la fame) 

Altro che America First. Gli ultimi, tra gli americani, sono in tanti. 26 milioni di adulti, secondo l’Ufficio del censimento. Un americano su 8. Se si includono le famiglie con bambini, 1 su 6. Ad Anacostia come altrove. La mappa delle disuguaglianze a stelle e strisce è impietosa e trasversale. Da costa a costa, aree urbane e rurali. C’è più fame oggi negli Stati Uniti rispetto al 1998. Complice la pandemia e lo stillicidio di posti di lavoro. Un livello mai registrato finora, nemmeno durante la Grande Recessione del 2007-2009. Feeding America, la più grande no-profit attiva sul fronte alimentare, garantisce assistenza a 37 milioni di persone qui negli Stati Uniti. Però non ce la fanno più. Un quinto delle loro “filiali” non riesce a garantire aiuti. Da marzo a ottobre hanno distribuito 4,2 miliardi di pasti. Sì. Miliardi. L’aumento è del 60% rispetto all’anno precedente. Persone reali e percentuali. Numeri e nomi. Storie e statistiche che s’incrociano tra chi non ha cibo. E chi mangia è costretto a mangiare quello sbagliato. 


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Lʼabitato di Anacostia. Sullo sfondo, il Congresso di Washington. Dista solo 5 chilometri dal Congresso, ma la distanza di reddito e disugualianze è enorme.

Gli obesi del Mississippi 

No, non si tratta di gusti. L’insicurezza alimentare va di pari passo con l’obesità. Si chiama “food inequality”, si misura col mancato accesso al cibo sano. Un paradosso che si concentra in Mississippi. Lo abbiamo visto a Fayette, capoluogo della contea di Jefferson: la più “obesa” d’America. Qui l’86% della popolazione è afroamericana, altro record. E non è affatto una coincidenza. “La metà dei miei concittadini ha problemi di peso”, mi dice Priscilla Houston, psicologa e ricercatrice della vicina Università di Alcorn. Povertà, discriminazione razziale e obesità – aggiunge – si sovrappongono. In questa cittadina di 7’000 abitanti, ci sono quattro chiese e due fast-food, dove le ali di pollo fritte sono il piatto principale. Non un bar né un ristorante. Chi non ha soldi si accontenta del cosiddetto junk food, il cibo spazzatura. Preconfezionato, ipercalorico e accessibile a basso costo. “Invece di essere sazi, vogliono essere ‘pieni’ , mi dice ancora Priscilla. Ma è anche un problema culturale, aggiunge Anthony Edwards, un afroamericano di 157 chili. Con pochi mezzi, lui e sua moglie hanno avviato attività educative nelle scuole locali e iniziative sportive proprio contro l’obesità, tra cui la distribuzione di biciclette a famiglie povere. Qui – spiega Anthony – una persona che pesa troppo “non è obesa, non usiamo questo termine: diciamo che è sana e forte”.


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Anthony Edwards, 157 chili. Ha creato unʼorganizzazione per aiutare le famiglie meno abbienti a Fayette, in una contea dove oltre la metà della popolazione è obesa.

Il deserto di Memphis 

Il Mississippi scorre placido sulla sinistra quando si risale da Fayette in direzione di Memphis. Diritto lungo le strade del blues, si arriva nella culla del rock. La musica però non cambia in Tennessee. Il cibo fresco manca anche qui. Siamo in uno dei food desert d’America: un deserto di cibo, quello vero, in una delle città statisticamente più povere degli USA. Qui si sono inventati la “Green Machine” , un autobus dipinto di verde trasformato in una sorta di bancone da mercato itinerante. Grandi verdure disegnate sulla fiancata e la silhouette di un musicista. Porta cibo fresco nei quartieri periferici di Memphis. Lo gestiscono i parrocchiani di St. Patrick, storica chiesa cattolica del centro di Memphis da sempre impegnata a fianco degli afroamericani meno abbienti, a tre isolati da dove venne assassinato Martin Luther King. Anche Milly Grant, 69 anni, ex infermiera, compra un po’ di frutta fresca dal bus verde. Per il resto della spesa però usa i food stamp, i contributi federali. Altrimenti, mi spiega, la sua pensione non basterebbe. 
L’amministrazione Trump ha cercato per anni di tagliare questi contributi. Qualche mese fa – in piena crisi economica – è stato un giudice a bloccare la decisione di tagliare i food stamp per 700mila persone. Il signor Steward non li riceveva comunque. Lo incontro a tutt’altra latitudine. A Baltimora, davanti a una mensa popolare in un quartiere a medio reddito. Lui è in carrozzina, ha 59 anni e ne dimostra dieci in più. “Bisogna pur mangiare, conosco tutti i posti di distribuzione di cibo in città”. Aggiunge che però molte persone non hanno idea di dove ricevere un pacco alimentare. Le statistiche lo confermano: uno su quattro non ha mai fatto la coda alle mense per i poveri. Ecco perché, aggiunge Steward, “bisogna fare il passaparola. Dobbiamo almeno aiutarci tra noi”. Sorride con gli occhi, si capisce, poi gli scappa persino una risata fuori dalla mascherina. 

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