laRegione
19.12.20 - 14:30

Casa Astra. Per chi non ha più un tetto

Chi sono le persone che in Ticino si ritrovano a non avere più un alloggio? Per quali motivi questo avviene? E che fine fanno?

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© Ti-Press / Davide Agosta
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Pubblichiamo un articolo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Chi sono le persone che in Ticino si ritrovano a non avere più un alloggio? Per quali motivi questo avviene? E che fine fanno? Roberto Rippa, corresponsabile del Centro di prima accoglienza per persone con difficoltà abitativa Casa Astra di Mendrisio ci ha aiutato a individuare le caratteristiche di una realtà poco considerata e spesso in balia degli stereotipi.

Premessa: cifre aggiornate riguardanti il fenomeno delle persone senza un alloggio sul nostro territorio e consultabili pubblicamente non esistono. Tuttavia, l’esperienza di Roberto Rippa, tra i fondatori 16 anni fa di Casa Astra e attivo come operatore nella struttura, è utile quanto o forse più delle statistiche per farsi un’idea su una realtà spesso ai margini di molti discorsi. I dati che fornisce sono significativi: “Per quanto riguarda il nostro servizio, l’occupazione dei 23 posti letto che mettiamo a disposizione è sempre molto alta e mediamente si aggira attorno all’80%, mentre nelle richieste notiamo una certa tendenza all’aumento. Da qualche anno a questa parte inoltre riscontriamo che la prevalenza dei nostri ospiti è svizzera o domiciliata nel Paese da lungo tempo, invece quando abbiamo aperto il Centro a farvi capo erano soprattutto stranieri”. Uno degli aspetti che influisce in modo preponderante su questo scenario è la crisi del lavoro: rispetto al passato ora, anche per i cittadini svizzeri, è più facile venir licenziati o trovarsi con dei contratti precari e dei salari molto bassi.

Il trauma del licenziamento

A tal proposito Roberto racconta una storia che dà la misura del livello di disperazione che le persone possono arrivare a toccare: “Una volta è giunto da noi un uomo con una forte depressione: era stato licenziato dopo i 50 anni e a causa dell’enorme vergogna che provava non ha detto nulla alla famiglia e per mesi è uscito di casa tutte le mattine facendo finta di andare al lavoro. A un certo punto i soldi messi da parte sono finiti, gli hanno dato lo sfratto e la moglie allibita lo ha lasciato. È incredibile come possa aver sostenuto un simile teatrino durante tutte quelle giornate passate fuori senza far niente”. Questa vicenda è indicativa di come per alcune persone perdere il lavoro sia la fine del mondo: si sgretola la loro immagine sociale e credono di non essere più nessuno. “Il senso di colpa e mortificazione soprattutto negli uomini può raggiungere gradi altissimi – conferma Roberto –. In casi simili bisogna fare un grande lavoro sulla riaffermazione personale per ricostruire la persona dalle basi. Il primo passo è l’ascolto: magari ci vogliono settimane, ma è solo passando da lì che poi si può ricominciare. Ora questo signore è in pensione, vive in modo dignitoso e ci chiama ancora quando gli serve aiuto nelle questioni burocratiche, ma la depressione non gli è mai passata”.


© Ti-Press / Davide Agosta
Roberto Rippa, presidente del ʻMovimento dei Senza Voceʼ e cofondatore di Casa Astra.

Legami che si spezzano

Ad approdare a Casa Astra è un’umanità molto variegata. “Non si può mai applicare una regola – spiega Roberto –, ogni persona è un individuo unico, che merita un’attenzione specifica. Bisogna sempre mettersi in discussione e cercare il modo adatto di comunicare; per questo è un lavoro difficile ma anche stimolante”. Esistono però dei tipi di storie che arrivano con maggior frequenza: “Oltre a chi ha problemi legati al lavoro, spesso viene qui chi è rimasto a piedi dopo una separazione brusca; grande precarietà in questi casi la vediamo in persone straniere sposate con svizzere che una volta iniziata la convivenza hanno avuto problemi: il rischio per loro è di perdere il permesso e dover rientrare nel Paese d’origine, una situazione che si complica quando di mezzo ci sono dei figli”.


© Ti-Press / Davide Agosta
Stefano, civilista occupato a Casa Astra come aiuto cuoco.

Giovani senza prospettive

Altro fenomeno per cui sono particolarmente sollecitati, continua l’operatore, è quello dei ragazzi intorno ai 18-20 anni buttati fuori di casa dai genitori perché non studiano, non lavorano e creano problemi. “Si tratta di giovani che vivono di espedienti, passano le giornate dormendo o ciondolando in giro, e tirano tardi la sera. Molti di loro ambiscono all’assistenza per rendersi indipendenti dai genitori, ma nel frattempo non fanno niente, non si creano un curriculum, e a lungo andare questa vita senza prospettive si rivela deleteria. Il loro atteggiamento in parte è comprensibile perché i modelli che incontrano non sono così virtuosi, e poi spesso la precarietà l’hanno vista nei genitori e quel tipo di fatica non è certo appetibile. Questo però non significa che possiamo permetterci di creare una generazione di persone senza alternative. Noi, come fanno anche altri servizi, cerchiamo di motivarli, di definire insieme un percorso che li possa interessare e che faccia venir loro voglia di pensare al futuro”.

Accompagnare

Casa Astra non è dunque unicamente un posto dove trovare vitto e alloggio: “Quello è il meno. Coperte le necessità fondamentali cerchiamo di prenderci a carico la persona con tutti i suoi bisogni. Il lavoro di accompagnamento è il servizio centrale, e la nostra ambizione è di trattare almeno i problemi più grossi che hanno portato le persone a venire da noi, rimuovendo un po’ di ostacoli dalla loro strada. Tentiamo sempre di farle uscire in una condizione migliore rispetto a quella che avevano al loro arrivo. Non è semplice ed è fondamentale la loro volontà, per cui questo non avviene nel 100% dei casi, ma noi nel 100% dei casi ci proviamo”. Le collaborazioni sono un elemento indispensabile e avvengono con tutti i servizi ed enti attivi sul territorio, dal Cantone che tramite i suoi Uffici invia le persone in difficoltà, fino alla polizia che quando trova qualcuno per strada o deve eseguire uno sfratto contatta il Centro di accoglienza; viceversa Casa Astra fa capo alle prestazioni offerte da tutti questi attori. “Talvolta è solo questione di coordinare quanto esiste e predisporre una rete di supporto; il fatto è che le persone non hanno mai un solo problema”.

La convivenza

Roberto tiene poi a precisare: “Non siamo un ente caritatevole, è un approccio che non ci appartiene. Quello che facciamo è cercare di sviluppare un rapporto paritario, che comprenda il dare e l’avere: ciò che chiediamo non è nulla di spropositato, magari semplicemente una mano per bagnare il giardino oppure per sistemare in cucina. Questo permette al contempo a chi non è capace ad esempio di imparare a cuocere un uovo o lavare il bucato, tutte competenze utili in vista di una sistemazione autonoma”. Di tensioni all’interno ne esistono, ma valuta Roberto: “Sono per lo più dovute ad antipatie personali come succede in qualsiasi gruppo; difficilmente ci sono problemi per questioni di nazionalità o religione, anche se è capitato qualche episodio di razzismo. Comunque le situazioni positive prevalgono di gran lunga su quelle negative; alcune persone che si sono conosciute qua poi hanno aperto un’attività insieme o deciso di andare a vivere vicine. Quando la gente è in uno stato di bisogno è più fragile, ma nella fragilità spesso si trova la solidarietà degli altri, e questo nonostante le differenze. È una soddisfazione – dice con slancio – vedere come qui dentro persone così variegate riescano a convivere, quando invece nella società ci si muove piuttosto a cerchie con la tendenza a stare lontano da chi non ci assomiglia”.


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Carlo, responsabile degli spazi esterni di Casa Astra.

Per la strada

Alla domanda se in Ticino ci sia anche chi vive per strada, il mio interlocutore annuisce. “Generalmente queste persone ci vengono segnalate e offriamo loro accoglienza, talvolta però capita che non accettino perché non vogliano far capo a nessuna struttura”. Per strada significa di tutto: “Dalla panchina in città al classico ponte, dalla cabina del telefono alla casa abbandonata”. In quest’ultimo caso oltre al disagio di non avere servizi igienici, acqua ed elettricità, c’è il rischio di un crollo o di un incendio, come successo nel dicembre 2016 a Massagno dove un uomo di 40 anni che dormiva in uno scantinato è morto a causa del fuoco che aveva acceso per scaldarsi. “Anni fa avevamo fatto un monitoraggio nelle stazioni in collaborazione col periodico area da cui era uscito un universo molto eterogeneo, composto da persone che vivevano alla giornata, altre in cerca di un lavoro, altre ancora che invece un lavoro lo avevano, come alcune badanti che dormivano per strada e al mattino andavano a occuparsi degli anziani”.

Disagio dentro

“Un altro aspetto degno di nota è inoltre che diversi di coloro che scelgono di stare per strada – ma ‘scegliere’ non è il termine appropriato, puntualizza Roberto – soffrono anche di disagio psichico: alcuni sono finiti così proprio per via del loro disturbo in quanto non vogliono stare in una clinica, altri lo hanno sviluppato in conseguenza del prolungarsi di simili condizioni d’esistenza. La strada lascia segni indelebili”. Lo si vede nei corpi e negli occhi di quelle vite plasmate dalla sofferenza con alle spalle anni di rifiuti, sguardi di biasimo e passi che cambiano traiettoria. “Anche diversi dei nostri ospiti soffrono di un disagio psichico spesso non diagnosticato; all’inizio magari sembrano cose da poco ma con la permanenza qui non di rado vediamo emergere disturbi molto più profondi che minano la loro stabilità. Di disperazione anche nel nostro piccolo cantone ce n’è tanta, insomma” , conclude amaramente Roberto. Dopo quanto ci ha raccontato vien da chiedersi se degli interventi che combattano più seriamente la precarietà anziché i precari – dal mercato del lavoro alla politica dei permessi – non possano essere un buon modo per intervenire alle basi di un sistema che genera esclusione e dolore e prevenire almeno in parte il verificarsi di certe situazioni.


© Ti-Press / Davide Agosta
La sede di Casa Astra a Mendrisio.

CASA ASTRA - LA STRUTTURA

Casa Astra è un centro di prima accoglienza con sede a Mendrisio che si occupa di persone con problemi di alloggio e senza fissa dimora, di chi vive situazioni precarie o di rischio, oppure attraversa dei momenti difficili. I posti letto sono 23 e la situazione abitativa è di tipo comunitario. Gli ospiti possono soggiornare presso il Centro per un massimo di tre mesi; in casi particolari il periodo di permanenza può essere prolungato.
I servizi sono di prima e seconda accoglienza, ciò che rende la struttura unica nel suo genere in Ticino (a Bellinzona è in cantiere un progetto simile, Casa Marta). La prima accoglienza comprende i bisogni primari: un letto, dei pasti caldi, la possibilità di lavarsi, di cambiare abiti e lavarli, l’accompagnamento per urgenze mediche, l’ascolto e un primo orientamento verso i servizi sul territorio. Passata la fase d’emergenza, la seconda accoglienza è orientata a costruire assieme alla persona e ai servizi un progetto personalizzato, realizzabile a breve/medio termine, capace di ristabilire delle condizioni di vita dignitose e di restituire autonomia.
Casa Astra ha aperto nel 2004 in uno stabile di Ligornetto rivelatosi presto insufficiente per le richieste; dopo una raccolta fondi durata anni, nel dicembre del 2014 è avvenuto il trasferimento nell’attuale sede. Il progetto è nato su impulso del Movimento dei Senza Voce, associazione che sensibilizza l’opinione pubblica su temi come il disagio sociale, la marginalizzazione di persone percepite diverse e disturbanti, i problemi inerenti alla migrazione e ai diritti umani, cercando di proporre percorsi e soluzioni operative.

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